UNA STORIA PER IL 25 APRILE
Carlo Dore jr.
L'anniversario della Liberazione assume quest'anno un significato del tutto particolare, inquadrandosi in un momento storico caratterizzato da un clima politico reso incandescente dall'esito della recente competizione elettorale. Come noto, dopo cinque anni di dura opposizione, le forze del centro-sinistra, che individuano proprio nei valori della Resistenza e della lotta partigiana i loro ideali di riferimento, hanno infatti riconquistato il governo del Paese. Proprio in ragione di questo successo, è possibile affermare, volendo riprendere i concetti recentemente espressi da Andrea Camilleri, che la giornata di oggi deve essere dedicata non solo al ricordo delle gesta di quanti combatterono la tirannide nazifascista, ma anche alle celebrazioni per il ritorno ad una condizione di democrazia compiuta. Costituisce infatti una realtà tristemente incontrovertibile il principio in forza del quale Berlusconi ha di fatto sottoposto, nell'ultima legislatura, l'Italia ad una sorta di regime politico e sociale: un regime odioso e strisciante, basato sull'arroganza che deriva dal potere economico, sulla brutale violazione delle fondamentali regole utili a determinare gli equilibri tra i poteri dello Stato, sulla censura della stampa non allineata, sulla costante demonizzazione degli avversari e sul tentativo di riabilitare la memoria di quanti scelsero di vestire la camicia nera, in ragione dell'abusato assunto secondo cui “tutti i caduti devono essere onorati”.
Tuttavia, sarebbe forse inutile dimostrare una volta ancora l'erroneità di una simile equiparazione attraverso l'esposizione di una serie di ragioni di principio in confronto di quanti tuttora sostengono quel grossolano imprenditore milanese, già capace di definire Mussolini come un dittatore benigno che mandava gli oppositori in vacanza nelle località di confine.
Per incidere sulle coscienze di quanti continuano a credere nella necessità di “non dimenticare il sangue versato dai vinti”, è preferibile riportare alla memoria i dettagli di una delle più tristi, intense ed appassionanti storie che contraddistinguono la guerra di Liberazione: la storia dei fratelli Cervi.
Questa è la storia di Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore: di sette contadini emiliani educati al rispetto degli elementari principi del cristianesimo e del marxismo, riassumibili nella massima secondo cui “protestava Cristo, protestava Lenin, per questo non bisogna mai avere paura”. Semplicità, fede e coraggio erano proprio l'essenza del loro antifascismo, della loro naturale avversione nei confronti di un regime capace di ferire l'individuo nella sua più profonda dignità. Semplicità, fede e coraggio caratterizzarono anche la condotta che essi tennero nelle ultime ore della loro vita, quando, dopo avere scaricato le poche pallottole di cui disponevano sui soldati repubblichini che circondarono il loro casolare in una notte di novembre del 1943, rifiutarono di arruolarsi nella milizia fascista, sostenendo con un sorriso che erano pronti a morire ma non erano disposti “sporcarsi”. I fratelli Cervi furono giustiziati all'alba del 28 dicembre e poi seppelliti in una delle tante fosse comuni che l'ex Presidente del Consiglio (assiduo frequentatore di fantomatici cimiteri americani situati nella bassa padana) non ha forse mai avuto modo di visitare. In occasione dei loro funerali, svoltisi dopo la fine della guerra, l'intera città di Reggio Emilia ebbe modo di tributare ai sette figli di Alcide un lungo, commosso e struggente omaggio: l'omaggio di un popolo intero ad una semplice famiglia di contadini della Pianura che avevano scelto di “non sporcarsi” combattendo per il Fascio, ma di contrapporre una volta ancora “la forza delle ragione alle ragioni della forza”. A distanza di oltre sessant'anni da quei drammatici eventi, l'esempio dei Cervi torna prepotentemente d'attaulità. Allorquando viene manifestata (da alcuni intellettuali illuminati forse più dalla fame di notorietà che da effettive ragioni ideologiche) la necessità di rileggere le varie fasi della lotta partigiana alla luce di una più equilibrata valutazione delle ragioni che indussero determinati soggetti a aderire alle brigate nere, assecondando così la già descritta tendenza a porre sullo stesso piano i difensori della libertà ed i legionari della tirannide nazifascista, il ricordo del sacrificio dei sette figli di Alcide può davvero scuotere la coscienza di tutti coloro i quali credono nei valori della democrazia.
Riportando alla memoria gli accadimenti appena descritti, essi possono infatti trovare la forza per “non sporcare” nel fango del revisionismo quei principi e quegli ideali di cui la Resistenza costituisce la massima espressione e su cui la nostra Carta Costituzionale risulta fondata.
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