Zibaldone gramsciano

Cagliari    luglio agosto 2004-2005

A CURA DI Vincenzo A. Romano

 

 

 

 

A. Gramsci: Coscienza critica di un secolo di storia del nostro Paese. 7

GRAMSCI, IL PRINCIPE DI MACHIAVELLI 12

GRAMSCI, IL MODERNO PRINCIPE. 13

GRAMSCI: INTELLETTUALI DI TIPO URBANO E RURALE. 14

GRAMSCI, INTELLETTUALI E POPOLO. 15

GRAMSCI, SE GLI INTELLETTUALI SONO INDIPENDENTI OD ORGANICI 16

Antonio Gramsci, 18

Nel Quaderno 9, 22

GRAMSCI, TEORIA E PRASSI 24

Teoria e pratica. 24

Struttura e superstruttura. 25

GRAMSCI, VERA E FALSA LIBERTA' DEL FILOSOFO. 26

Gli intellettuali. Quaderno 12 (XXIX), pp. 1-2. 27

L'ORGANIZZAZIONE DELLA SCUOLA E DELLA CULTURA. 28

ANTONIO GRAMSCI: l'interpretazione del Risorgimento. 34

IL PARTITO E GLI INTELLETTUALI 34

Tesi del III Congresso del Partito Comunista d'Italia, 35

Il fascismo e la sua politica. 44

Compiti fondamentali del Partito comunista. 50

La ideologia del partito. 51

Il Cesarismo. 68

Il “Lorianismo” degli anni Duemila. 69

I giacobini e il marxismo italiano. 73

 

Valentino-Gerratana
"ANTONIO-GRAMSCI"
Enciclopedia--italiana
Quinta/Appendice/E/-IS/1979-1992
Roma: Enciclopedia italiana, 1992 (pp.485-86)

Uomo politico e scrittore. Nuova luce sulla sua biografia e sui contenuti della sua opera è stata gettata dagli studi compiuti negli anni più recenti. Dopo una giovinezza afflitta da infermità e angustie economiche, si trasferì nel 1911 a Torino, grazie a una borsa di studio che gli permetteva d'iscriversi all'università, nella facoltà di Lettere e Filosofia. Si appassionò inizialmente agli studi di linguistica, sotto la guida del glottologo M. Bartoli, ma si legò poi ai più vivaci movimenti letterari e politici del capoluogo piemontese. I suoi studi universitari furono però rallentati da frequenti esaurimenti nervosi, mentre rinunzierà infine a laurearsi perché impegnato sempre più nel giornalismo militante (nel dicembre 1915 iniziò a lavorare nella redazione torinese dell'Avanti!, organo del Partito socialista italiano).

La sua attività giornalistica s'impone all'attenzione generale non solo per la qualità della scrittura, ma anche per lo spessore della ricerca culturale. In questo senso rimase esemplare la preparazione di un numero unico redatto nel febbraio del 1917 per conto della Federazione giovanile socialista piemontese (La città futura), dove a originali articoli di teoria e di propaganda socialista si affiancavano scritti di Croce, Salvemini e A. Carlini. In questo periodo l'influenza di Croce e della polemica antipositivistica dell'idealismo italiano traspare anche nella valutazione entusiastica della rivoluzione russa del novembre 1917, interpretata come "rivoluzione contro il Capitale" (cioè contro la versione deterministica dell'opera di Marx). Con questi orientamenti preparò poi e diresse nel dopoguerra il periodico L'Ordine Nuovo, pubblicato tra il maggio 1919 e il dicembre 1920 con il sottotitolo di "rassegna settimanale di cultura socialista," legandosi al movimento torinese dei consigli di fabbrica il periodico voleva essere sia strumento di ricerca culturale sia organo di lotta politica. Questa esperienza si collocava, in una prospettiva rivoluzionaria, a sinistra del movimento socialista dell'epoca, ma in consonanza con altri fermenti della cultura italiana del periodo come quelli che facevano capo al neo-liberalismo di P. Gobetti[1], che giudicò infatti positivamente l'opera del gruppo.

Nel 1921 partecipò al Congresso di Livorno che sancì la scissione del Partito socialista e la costituzione del Partito comunista, e come organo del nuovo partito diresse, ancora a Torino, L'Ordine Nuovo, diventato quotidiano (al quale collaborò anche, come critico teatrale, Gobetti). Tuttavia nei primi anni del nuovo partito la sua attività fu condizionata dalla direzione di A. Bordiga[2], che avendo organizzato una frazione nazionale prima della scissione aveva acquisito una posizione di preminenza, influenzando anche gran parte dello stesso gruppo torinese del L'Ordine Nuovo.

In questo periodo, nel maggio del 1922, prima del colpo di stato fascista, partì per Mosca, dove si fermò fino al novembre 1923 come rappresentante del partito italiano nel Comitato esecutivo dell'Internazionale comunista[3]. Successivamente si spostò a Vienna per preparare una nuova serie de L'Ordine Nuovo, che cominciò a uscire, come quindicinale, dal primo marzo 1924. Poco dopo fu eletto deputato al Parlamento e poté rientrare in Italia, impegnandosi nella lotta contro il fascismo e, all'interno del partito, nell'azione organizzativa necessaria per imporre una linea politica diversa da quella bordighiana, che per il suo estremismo era entrata in rotta di collisione con le posizioni prevalenti nell'Internazione comunista.

La linea di G., che raccolse intorno a sé un nuovo gruppo dirigente "centrista," prevalse poi al terzo congresso del Partito comunista d'Italia, tenuto a Lione nel gennaio 1926. Alcuni mesi dopo però i suoi rapporti con l'Internazionale comunista subirono una prima incrinatura, con la sua iniziativa di scrivere una lettera allarmata al Comitato centrale del Partito bolscevico[4] per le divisioni interne a quel partito. Pur dando torto all'opposizione la lettera conteneva anche riserve sui metodi della maggioranza (Stalin-Bucharin[5]), e per questo motivo Togliatti, allora rappresentante a Mosca dei comunisti italiani, ritenne opportuno non inoltrarla ufficialmente. Ne nacque una vivace polemica personale tra G. e Togliatti, rilevante sopratutto per l'insistenza da parte del primo sulla necessità di «richiamare alla coscienza politica dei compagni russi, e richiamare energicamente, i pericoli e le debolezze che i loro atteggiamenti stavano per determinare.»

Il precipitare degli eventi in Italia lo distolse però da questa polemica: l'8 novembre 1926, in seguito ai "provvedimenti eccezionali" del governo fascista contro gli oppositori, G. fu arrestato nonostante l'immunità parlamentare e inviato prima al confino di Ustica e poi nel carcere di Milano per essere deferito, insieme ad altri dirigenti comunisti, al Tribunale speciale per la difesa dello stato. Al processo, tenuto a Roma nel maggio-giugno 1928, fu condannato a 20 anni di reclusione. Destinato, per espiare la pena, alla casa penale di Turi (Bari), vi rimase fino al dicembre 1933, quando per gravi motivi di salute fu trasferito prima all'infermeria del carcere di Civitavecchia e poi, sempre in stato di detenzione, in una casa di cura privata di Formia. Solo nell'ottobre 1934 venne ammesso alla libertà condizionale, e tuttavia rimase nella stessa clinica di Formia, non essendo in grado, per la salute compromessa, di riprendere un'attività normale. Si spense infine nella clinica Quisisana di Roma, dove era stato trasferito, sotto sorveglianza, dalla clinica di Formia.

La sua vita in carcere era stata anche amareggiata dai difficili rapporti stabilitisi con il partito che aveva diretto prima dell'arresto. In disaccordo con la linea politica adottata alla fine del 1929 su pressione del Komintern[6], allora in lotta non solo con il fascismo ma anche con la socialdemocrazia (definita come "socialfascismo"), si era trovato in aperto conflitto con la maggioranza degli altri comunisti detenuti a Turi, e ciò lo aveva indotto a fare del suo isolamento la forma esclusiva della propria esistenza. Si spiega così perché la sua situazione non sia stata allora posta in discussione negli organi dirigenti operanti in esilio, con i quale i suoi rapporti furono sempre indiretti (con la mediazione dell'amico economista P. Sraffa, che lavorava a Cambridge). Tuttavia dopo il 1934, con l'abbandono della propaganda sul "socialfascismo" e il prevalere della politica di unità antifascista, furono intensificate le campagne di stampa internazionali per chiedere la sua liberazione.

Al di là dei riconoscimenti provenienti dai contemporanei nel corso della sua attività (Gobetti, Prezzolini, Dorso), la sua fama è legata sopratutto alla pubblicazione, nel dopoguerra, degli scritti postumi. Nel 1947 la prima edizione delle Lettere dal carcere (una nuova e più ampia edizione fu pubblicata nel 1965) trovò un'eco vastissima negli ambienti culturale più diversi. Seguirono i volumi tratti dai "Quaderni del carcere," nell edizione tematica: Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce (1948), Gli intellettuali e l'organizzazione della cultura (1949), Il Risorgimento (1949), Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno (1949), Letteratura e vita nazionale (1950), Passato e presente (1951). In più volumi furono poi raccolti gli scritti giornalistici del periodo pre-carcerario. L'ordine sistematico scelto nella prima edizione dei Quaderni, con il raggruppamento redazionale delle note gramsciane per argomenti e temi omogenei, rendeva più immediatamente accessibili i contenuti dell'opera, ma non metteva in luce i suoi nessi interni e il filo conduttore seguito dall'autore nel suo lavoro.

Questo compito si è posta invece l'edizione critica dei Quaderni del carcere, pubblicata in quattro volumi nel 1975, a cura di V. Gerratana, secondo l'ordine dei manoscritti integrali così come sono stati lasciati dall'autore, ma con un ampio apparato di note e indici e con il riscontro delle fonti utilizzate. E' stato così possibile seguire il ritmo di sviluppo della ricerca gramsciana attraverso la prima stesura di note appuntate in quaderni miscellanei e poi riprese e in alcuni casi sviluppate nella seconda stesura dei quaderni "speciali" da cui l'autore si riproponeva di ricavare dei saggi indipendenti connessi tra di loro, ma non un lavoro organico d'insieme (come sembrava suggerire la prima edizione tematica).

Punto di partenza della ricerca è l'ordine d'idee abbozzate in un saggio sulla questione meridionale scritto prima dell'arresto, con l'analisi del rapporto città-campagna e delle alleanze di classe nella società italiana dei primi decenni del secolo. L'analisi si allarga e si approfondisce nel lavoro dei Quaderni con lo studio della funzione degli intellettuali nella storia d'Italia. E' una ricerca complessa e originale, perché la nozione di "intellettuale," nella sua funzione di coagulo della formazione di ogni blocco storico (v.pag,8), è allargata oltre i limiti tradizionali, in una visione che estende il concetto stesso di Stato inteso non più solo come "società politica," organo di coercizione giuridica, ma come intreccio di società politica e "società civile," dove l'egemonia di un gruppo sociale si esercita attraverso le organizzazioni cosiddette private come Chiesa, sindacati, scuole e altri strumenti di direzione culturale.

Questo impianto teorico, che ha al centro il concetto di "egemonia," (v.pag.7)porta anche a una nuova interpretazione della caduta dei Comuni medievali e della loro incapacità di superare la fase economico-corporativa dello stato, per il carattere cosmopolita degli intellettuali italiani e per l'assenza in essi di una funzione popolare-nazionale. Nello stato moderno invece l'esercizio dell'egemonia consente alle classi dominanti di ottenere il consenso delle classi subalterne, sia con l'energia delle rivoluzioni di tipo giacobino sia attraverso diverse forme di "rivoluzione passiva": con questo termine mutuato da V. Cuoco viene indicato un processo di rivoluzione-restaurazione o di "rivoluzione senza rivoluzione," come quello illustrato nella storia italiana del Risorgimento dove i moderati riescono a esercitare la loro egemonia sul Partito d'Azione.

Una particolare forma di rivoluzione passiva è considerato in questa analisi anche il fascismo, visto non solo nei suoi aspetti repressivi ma anche nei suoi sforzi economico-sociali di modernizzazione in rapporto al fenomeno dell'americanismo e del fordismo, altro filone indagato con costanza analitica nei Quaderni. In questo quadro storiografico trova posto la visione politica di una strategia rivoluzionaria fondata sul passaggio dalla "guerra manovrata" e dall'attacco frontale alla "guerra di posizione" idonea alle condizioni dell'Occidente, dove l'esercizio dell'egemonia è affidato alla conquista del consenso in tutte le principali articolazioni della società civile.

Legata a simile strategia è la riflessione su due temi ricorrenti nei Quaderni: il problema del rapporto tra Machiavelli e Marx (e sorge da questa riflessione l'idea di un partito come moderno Principe) e la prospettiva di uno sviluppo del marxismo come filosofia della prassi nei suoi rapporti con il senso comune e con le correnti culturali del mondo moderno. La stretta connessione di questi temi risulta ancora più evidente nella successione dei manoscritti originali come sono riprodotti nell'edizione critica, nella ricchezza delle sue implicazioni e dei problemi lasciati aperti dallo stesso autore. Per questo si tratta di temi che potevano servire da stimolo a nuove ricerche e sono stati infatti discussi a lungo, anche in altri paesi. Traduzioni dell'edizione critica dei Quaderni si sono avute in Francia (Parigi, Gallimard), America Latina (Messico, Ediciones Era), Germania (Amburgo, Argument), Stati Uniti (Columbia University Press). Una puntuale testimonianza della diffusione del pensiero di G. nel mondo è nella Bibliografia gramsciana, curata da J.Cammett, presentata al Congresso internazionale di Formia nell'ottobre 1989; vi sono registrati più di 7000 titoli in 27 lingue.

 

 A. Gramsci: Coscienza critica di un secolo di storia del nostro Paese

Gramsci, ha scritto Togliatti, con lui fondatore del PCI nel 1921,e'  "la coscienza critica  di un secolo di storia del nostro Paese".

      Per questo, mezzo secolo dopo che il cervello e la penna di quest'uomo si sono

      fermate, le sue riflessioni si rivelano profondamente attuali e

      suscitano l'interesse dei giovani, così che la sua opera assume per noi il

      valore di un classico.

      Egli ha scritto: "Tutti vogliono essere aratori della storia, avere parti

      attive. Nessuno vuol essere concio della storia. Ma può ararsi senza prima

      ingrassare la terrà? dunque, ci deve essere l'aratore ed il concio".

      Il concio, il letame per concimare la terra, è questo che Gramsci è stato.

 

      E da concio arriva a fertilizzare il terreno fino a noi, aprendoci un

      eccezionale orizzonte conoscitivo su processi storici, da lui colti allo

      stato germinativo, ma di cui aveva intuito gli sviluppi.

      È, infatti, lo specchio critico in cui leggiamo le caratteristiche

      essenziali del Novecento.

      In particolare, egli si pose il problema della costruzione dell'egemonia,

      dell'evocazione del più ampio consenso possibile, consapevole dell'ormai

      inarrestabile irruzione delle masse sul terreno della storia e del

      profondo legame tra politica ed economia, tra Stato e Società civile,

      nell'età del capitale di monopolio.

      Le direttrici di fondo della riflessione gramsciana sono costituite dal

      ripensamento teorico del marxismo e dalla originale ed acuta analisi delle

      specifiche forme della conquista del potere in Italia.

      È per questo che Gramsci è considerato uno dei più significativi

      rappresentanti del marxismo teorico del Novecento ed insieme il fondatore

      della "via italiana al socialismo".

      In primo luogo, Gramsci rilesse Marx attraverso la lezione di Lenin,

      riconducendolo alla radice hegeliana e ponendo l'accento sulla centralità

      della dialettica.

      Egli difende la specificità del marxismo, opponendosi tanto alla

      deformazione positivistica operata dalla Seconda Internazionale, che

      riduceva il marxismo a teoria economica, considerando la storia

      esclusivamente come storia di rapporti materiali di produzione, tanto al

      neoidealismo crociano ed al suo concetto di storia etico-politica.

      Se contro i revisionisti Gramsci fa valere il principio della dialettica,

      contro la filosofia crociana, la filosofia prevalente presso gli

      intellettuali laici e liberali del nostro Paese, fa valere il principio

      della "Storia integrale".

      Scrive Gramsci: "La storia etico-politica, in quanto prescinde dal

      concetto di blocco storico, in cui contenuto economico-sociale e forma

      etico-politica si identificano concretamente nella ricostruzione dei vari

      periodi storici, è nient'altro che una presentazione polemica di

      filosofemi più o meno interessanti, ma non è storia".

      La "storia integrale" è insieme storia dei rapporti materiali di

      produzione e storia etico-politica, cioè è storia del rapporto dialettico

      tra prassi e teoria.

      Infatti, scrive Gramsci, "le idee non nascono da altre idee, le filosofie

      non sono partorite da altre filosofie, esse sono l'espressione rinnovata

      dello sviluppo storico".

      In questa ottica, "prevedere" significa "vedere bene il presente ed il

      passato in quanto movimento". Vedere bene, cioè identificare con esattezza

      gli elementi fondamentali e permanenti del processo. Ma è assurdo pensare

      ad una previsione puramente oggettiva, ossia fondata solo sul movimento di

Casella di testo:  
Sovrastruttura

 

      forze economiche, prescindendo dall'azione soggettiva di uomini ed

 

      istituzioni.

      Col concetto di "Blocco storico", Gramsci intende la dialettica

      inscindibile di teoria e prassi.

      Infatti, egli scrive: "Le forze materiali non sarebbero concepibili

Casella di testo: Ideologia = forma

 

 storicamente senza forma, e le ideologie sarebbero ghiribizzi individuali

 

 senza le forze materiali[7]."

      Contenuto del Blocco storico è la sottostante struttura economica; la

Casella di testo: Struttura economica =
contenuto

 

      sovrastruttura ideologico-politica ne è la forma.

 

      È così che per Gramsci il marxismo si configura come "Filosofia della

      prassi", cioè come teoria di rapporti reali che si traduce in azione. La

      teoria ha un legame vivente con la prassi, è "ideologia organica".

      È la sovrastruttura, necessaria perché storicamente determinata, capace di

      organizzare le masse umane, formando il terreno in cui gli uomini si

Casella di testo: Struttura

 

      muovono, acquistano coscienza dei conflitti di struttura e lottano.

 

      È il campo della presa di coscienza degli antagonismi ed insieme il luogo

      della cementazione sociale, dell'egemonia, della produzione e della

      trasmissione della cultura.

Casella di testo: Blocco storico o dialettica
inscindibile di
Teoria e prassi
(VAR)

 

      Le idee nascono dallo sviluppo storico del reale, ne sono l'espressione,

 

      ma nello stesso tempo hanno il potere di cambiare la storia. Ecco perché

      le idee non sono figlie di idee, ma nascono da rapporti storici reali.

      Nel momento in cui il capitalismo è entrato nella fase monopolistica, e le

      grandi masse sulla scena della storia, il problema della sovrastruttura

      diviene determinante.

      Prendere il potere significa, innanzitutto, occupare le "casematte dello

      Stato", cioè quegli apparati della Società civile, come la scuola, i

      partiti, i sindacati la stampa, che hanno il compito di inculcare nelle

      menti delle grandi masse i valori della classe dominante.

      Secondo Gramsci la supremazia di un gruppo sociale nel mondo contemporaneo

         non può attuarsi solo col dominio e con la forza.

      Gli apparati coercitivi della società politica non sono più sufficienti,

      occorre avvalersi degli apparati egemonici della società civile, occorre

      evocare il consenso più ampio. Il potere non è più dominio, è egemonia,

      intesa essenzialmente come capacità di direzione intellettuale e morale.

      "Un gruppo sociale deve sforzarsi di diventare dirigente già prima di

      conquistare il potere e diventare dominante. Dopo, quando esercita il

      potere, diventa dominante, ma deve continuare ad essere dirigente."

      Invece, la borghesia italiana di inizio secolo, pur essendo ancora

      dominante, stenta ad essere dirigente, avendo perso la capacità di

      risolvere i problemi delle grandi masse.

      Gramsci insiste particolarmente su questo punto, affermando che l'egemonia

      tende a formare un blocco storico di forze differenti, tenute insieme

      dall'ideologia.

      È per questo che il cemento del blocco storico è l'intellettuale.

      Analizzando la storia italiana del suo tempo, egli individua un blocco

      storico dominante costituito dagli industriali del nord e dagli agrari del

      sud, il cui cemento è rappresentato dall'intellettuale crociano.

      A questo blocco storico occorre contrapporne un altro formato da operai

      settentrionali e contadini, il cui cemento è l'intellettuale organico.

      Gli intellettuali assumono, così, un ruolo centrale.

      Essi non sono visti come un gruppo sociale autonomo e ristretto, bensì

      come l'insieme dei quadri dirigenti che elaborano e trasmettono le

      idee-guida nei vari settori della produzione, della politica e dei

      partiti, della cultura e dell'educazione.

      Secondo Gramsci "tutti gli uomini sono intellettuali, ma non tutti gli

 uomini hanno nella società la funzione di intellettuali"."Ogni uomo,

      all'infuori della sua professione, esplica una qualche attività

      intellettuale, è cioè filosofo, artista, uomo di gusto, partecipa di una

      concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi

      contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, a

      suscitare nuovi modi di pensare".

      Ogni classe sociale tende a produrre i propri intellettuali organici

      connessi ai propri bisogni ed alla propria mentalità.

      Intellettuale organico delle classi subalterne è, per eccellenza, secondo

      Gramsci, il partito, che, rappresentando la totalità degli interessi e

      delle aspirazioni della classe lavoratrice, si configura come la sua guida

      politica, morale ed ideale.

      Per questa sua capacità unificatrice delle istanze popolari e per il suo

      fermo tendere verso un supremo fine politico, egli denomina il partito

      comunista "moderno Principe", con l'avvertenza che, mentre per Machiavelli

      esso si identifica in un individuo concreto, per i comunisti si tratta di

      un organismo in cui si concreta la volontà collettiva della classe

      rivoluzionaria.

      Quanto alla strategia rivoluzionaria, coerentemente con la sua dottrina

      dell'egemonia, Gramsci afferma che lo scontro rivoluzionario non può

      essere frontale e "limitato alla trincea", cioè alla "facciata dello

      Stato", deve piuttosto dirigersi in profondità, mediante una "snervante

        guerra di posizione", contro le "fortezze" e le "casematte" del nemico,

      ossia contro l'insieme delle istituzioni della Società civile.

      Si tratta di logorare progressivamente la supremazia di classe della

      borghesia, conquistando i punti strategici della società civile, e ponendo

      così le premesse per la conquista del potere e la realizzazione della

      propria egemonia.

      La conquista dello Stato borghese, in quest'ottica, avviene dall'interno

      della società, attraverso una "battaglia delle idee" e sulla base di una

      prospettiva sociale, economica, politica, intellettuale e morale, che sia

      in grado di ottenere il consenso delle masse.

      Ancora una volta risulta centrale la funzione dell'intellettuale organico,

      dell'intellettuale che ricuce la frattura tra cultura e vita, tra cultura

      e masse, operata dall'intellettuale tradizionale, membro di una casta

      separata dal popolo-nazione.

      L'intellettuale organico deve essere portatore di una " cultura

      nazional-popolare", che rappresenta il cemento del rapporto tra dirigenti

      e diretti, tra governanti e governati.

      Perché, si chiede Gramsci, il popolo ha avuto nel Risorgimento una parte

      marginale, ed in ogni caso subalterna, così che l'unificazione italiana si

      è caratterizzata coma" conquista regia", e non come prodotto popolare?

      Perché mancava una coscienza nazionale che non poteva certo nascere dalla

      cultura dominante, ancora legata ad una tradizione cosmopolita ed alla

      convinzione che le idee nascono da altre idee.

      In questo vuoto di coscienza nazionale e nella estraniazione del popolo al

      nostro moto unitario, i moderati cavouriani hanno diretto il processo di

      unificazione secondo i propri fini, fino alla costituzione di uno Stato

      dalla fisionomia di "dittatura borghese".

      Il vizio d'origine dello Stato italiano, la causa della sua debolezza e

      del permanere di tentazioni reazionarie, è l'assenza di "spirito

      giacobino" nel movimento che gli ha dato vita.[8]

      Secondo questa linea di lettura la "questione meridionale" diviene una

      "questione nazionale", perché la classe operaia italiana ha la possibilità

      di farsi classe dirigente solo facendo della questione meridionale una

      questione nazionale.

      Infatti, il proletariato, solo se riesce ad ottenere il consenso delle

      masse contadine può creare quel sistema di alleanze di classe, che gli

      permetta di mobilitare contro lo stato borghese la maggioranza della

      popolazione lavoratrice e diventare classe dirigente e dominante.

      Di fronte al blocco dominante, formato da industriali ed agrari, per

      effetto dell'egemonia dei moderati nel processo di unificazione del nostro

      Paese, neppure il Partito d'Azione, di impronta mazziniana e garibaldina,

      ha saputo farsi "giacobino", cioè legarsi alle masse rurali e porre la

      questione agraria.

      Di qui la necessità di saldatura politica e culturale tra salariati

      settentrionali e contadini meridionali, che implica lo sforzo di strappare

      le masse rurali all'egemonia della borghesia e della Chiesa, ponendo in

      primo piano la questione degli intellettuali.

      "È da notare - scrive Gramsci - che la massa dei contadini, quantunque

      svolga una funzione essenziale nel mondo della produzione, non elabora

      propri intellettuali organici e non assimila nessun ceto di intellettuali

      tradizionali, quantunque dalla massa dei contadini altri gruppi sociali

      tolgano molti dei loro intellettuali, e gran parte degli intellettuali

      tradizionali siano di origine contadina".

      Ma porre in primo piano la questione degli intellettuali significa porre

      in primo piano la questione della cultura e della scuola.

      Qui, oltre che nell'acuta analisi della storia italiana, si rileva la

      grandezza e l'attualità della riflessione di Gramsci, che pone l'accento

      sull'analisi degli strumenti, i "media", attraverso i quali l'"egemonia

      attiva" crea "consenso passivo" in una società di massa.

      Egli avverte che bisogna smettere di concepire la cultura come sapere

      enciclopedico, in cui l'uomo è solo un recipiente da riempire con dati

      empirici, nozioni e fatti bruti e sconnessi, che saranno incasellati nel

      cervello come in un dizionario, e poi utilizzarli all'occorrenza.

      L'élite intellettuale borghese è ermetica ed astratta, perché la cultura

      borghese è separata dalla vita e dalle masse.

      La cultura, invece, deve "aderire al presente" che noi stessi abbiamo

      contribuito a creare, avendo coscienza del passato e del suo continuarsi.

      Rimproverare al passato di non aver compiuto il compito del presente è

      come rimproverare ai padri di non aver fatto il lavoro dei figli.

      Aderire al presente significa anche unire, nella formazione intellettuale,

      "la tecnica-scienza e la concezione umanistico-storica, senza la quale si

      rimane specialista e non si diventa dirigente".

      Il dirigente deve avere, oltre che una cultura umanistica, anche una

      cultura scientifica.

      Occorre superare la parcellizzazione delle scienze e puntare su una scuola  istruttiva,

ma   soprattutto formativa della personalità. La lezione non  sarà cattedratica, ma seguirà il modello circolare del seminario, in cui  il rapporto tra maestro ed allievo è fondato sull'interazione.

      La scuola deve essere unitaria fino ai sedici anni e bisogna dare  importanza all'educazione civica, fornendo le prime nozioni dello Stato e della Società, come elementi primordiali di una nuova concezione del  mondo. Bisogna formare l'autodisciplina intellettuale e l'autonomia morale, attraverso

   Un metodo  di insegnamento attivo che favorisca la creatività. L'allievo

     non è un     recipiente da riempire, in una scuola che abbia

        superato la frattura tra istruzione ed educazione, e che ha un rapporto

      strutturale con la vita reale.

      Il giovane partecipa attivamente alla scuola solo se essa non è separata

      dalla vita.

      Certo, "occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere,

      con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche

      muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con

      lo sforzo, e anche la sofferenza".

 

GRAMSCI, IL PRINCIPE DI MACHIAVELLI

Gramsci osserva che il libro di Machiavelli presenta due momenti distinti, quello teorico-scientifico, evidente nella stesura della quasi totalità dell’opera, e quello della passione politica, che emerge con forza nella parte finale. A ben vedere però questi due momenti sono come un tutt’uno di grande efficacia propositiva.

 

A. Gramsci, Noterelle sulla politica di Machiavelli (Q. XXX)

 

 Il carattere fondamentale del Principe è quello di non essere una trattazione sistematica, ma un libro “vivente”, in cui l’ideologia politica e la scienza politica si fondono nella forma drammatica del “mito”. Tra l’utopia e il trattato scolastico, le forme in cui la scienza politica si configurava fino al Machiavelli, questi dette alla sua concezione la forma fantastica e artistica, per cui l’elemento dottrinale e razionale s’impersona in un condottiero, che rappresenta plasticamente e “antropomorficamente” il simbolo della “volontà collettiva”. Il processo di formazione di una determinata volontà collettiva, per un determinato fine politico, viene rappresentato non attraverso disquisizioni e classificazioni pedantesche di princípi e criteri di un metodo d’azione, ma come qualità, tratti caratteristici, doveri, necessità di una concreta persona, ciò che fa operare la fantasia artistica di chi si vuol convincere e dà una piú concreta forma alle passioni politiche.

Il Principe del Machiavelli potrebbe essere studiato come una esemplificazione storica del “mito” sorelliano, cioè di una ideologia politica che si presenta non come fredda utopia né come dottrinario raziocinio, ma come una creazione di fantasia concreta che opera su un popolo disposto e polverizzato per suscitarne e organizzarne la volontà collettiva.

 

Il carattere utopistico del Principe è nel fatto che il Principe non esisteva nella realtà storica, non si presentava al popolo italiano con caratteri di immediatezza obiettiva, ma era una pura astrazione dottrinaria, il simbolo del capo, del condottiero ideale; ma gli elementi passionali, mitici, contenuti nell’intiero volumetto, con mossa drammatica di grande effetto, si riassumono e diventano vivi nella conclusione, nell’invocazione di un principe, “realmente esistente”. Nell’intiero volumetto Machiavelli tratta di come deve essere il Principe per condurre un popolo alla fondazione del nuovo Stato, e la trattazione è condotta con rigore logico, con distacco scientifico; nella conclusione il Machiavelli stesso si fa popolo, si confonde col popolo, ma non con un popolo “genericamente” inteso, ma col popolo che il Machiavelli ha convinto con la sua trattazione precedente, di cui egli

diventa e si sente coscienza ed espressione, si sente medesimezzato: pare che tutto il lavoro “logico” non sia che un’ autoriflessione del popolo, un ragionamento interno, che si fa nella coscienza popolare e che ha la sua conclusione in un grido appassionato, immediato. La passione, da ragionamento su se stessa, ridiventa “affetto”, febbre, fanatismo d’azione. Ecco perché l’epilogo del Principe non è qualcosa di estrinseco, di “appiccicato” dall’esterno, di retorico, ma deve essere spiegato come elemento necessario

dell’opera, anzi come quell’elemento che riverbera la sua vera luce su tutta l’opera e ne fa come un “manifesto politico”.

 

(A.   Gramsci, Note su Machiavelli, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 17-18)

 

 

GRAMSCI, IL MODERNO PRINCIPE

Gramsci osserva che nell’epoca moderna il principe di Machiavelli può essere solo un organismo complesso, che esprima una volontà collettiva. Questo organismo è il partito politico.

 

A. Gramsci, Noterelle sulla politica di Machiavelli (Q. XXX)

 Il moderno principe, il mito-principe, non può essere una persona reale, un individuo concreto; può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico: la prima cellula di cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali. Nel mondo moderno solo un’azione storico-politica immediata e imminente, caratterizzata dalla necessità di un procedimento rapido e fulmineo, può incarnarsi miticamente in un individuo concreto; la rapidità non può essere resa necessaria che da un grande pericolo imminente, grande pericolo che appunto crea fulmineamente l’arroventarsi delle passioni e del fanatismo, annichilando il senso critico e la corrosività ironica che possono distruggere il carattere “carismatico” del condottiero (ciò che è avvenuto nell’avventura di Boulanger[9]). Ma un’azione immediata di tal genere, per la sua stessa natura, non può essere di vasto respiro e di carattere organico: sarà quasi sempre del tipo restaurazione e riorganizzazione e non del tipo proprio alla fondazione di nuovi

Stati e nuove strutture nazionali e sociali (come era il caso nel Principe del Machiavelli, in cui l’aspetto di restaurazione era solo un elemento retorico, cioè legato al concetto letterario dell’Italia discendente di Roma e che doveva restaurare l’ordine e la potenza di Roma), di tipo “difensivo” e non creativo originale, in cui, cioè, si suppone che una volontà collettiva, già esistente, si sia snervata, dispersa, abbia subíto un collasso pericoloso e minaccioso ma non decisivo e catastrofico e occorra riconoscerla e irrobustirla, e non già che una volontà collettiva sia da creare ex novo, originalmente e da indirizzare

verso mete concrete sí e razionali, ma di una concretezza e razionalità non ancora verificate e criticate da una esperienza storica effettuale e universalmente conosciuta.

 

(A. Gramsci, Note su Machiavelli, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 20-21)

 

 

 

 GRAMSCI: INTELLETTUALI DI TIPO URBANO E RURALE

Secondo Gramsci l’intellettuale di tipo urbano è legato all’industria e ne segue la sorte. Il suo compito è soprattutto quello di fare da ponte fra i lavoratori e l’imprenditore. L’intellettuale di tipo rurale è formato dai “tradizionalisti”, che sono ai margini del sistema capitalistico e fanno da ponte fra i contadini e l’amministrazione dello Stato.

 

A. Gramsci, La formazione degli intellettuali (Q. XXIX)

 

Diversa la posizione degli intellettuali di tipo urbano e di tipo rurale. Gli intellettuali di tipo urbano sono concresciuti con l’industria e sono legati alle sue fortune. La loro funzione può essere paragonata a quella degli ufficiali subalterni nell’esercito: non hanno nessuna iniziativa autonoma nell’elaborare i piani di costruzione; mettono in rapporto, articolandola, la massa strumentale con l’imprenditore, elaborano l’esecuzione immediata del piano di produzione stabilito dallo stato maggiore dell’industria, controllandone le fasi lavorative elementari. Nella loro media generale gli intellettuali urbani sono molto standardizzati; gli altri intellettuali urbani si confondono sempre piú col vero e proprio stato maggiore industriale.Gli intellettuali di tipo rurale sono in gran parte “tradizionali”, cioè legati alla massa sociale campagnola e piccolo borghese di città (specialmente dei

centri minori) non ancora elaborata e messa in movimento dal sistema capitalistico: questo tipo di intellettuale mette a contatto la massa contadina con l’amministrazione statale o locale (avvocati, notai, ecc.) e per questa stessa funzione ha una grande funzione politico-sociale, perché la mediazione professionale è difficilmente scindibile dalla mediazione politica. Inoltre: nella campagna l’intellettuale (prete, avvocato, maestro, notaio, medico, ecc.) ha un medio tenore di vita superiore o almeno diverso da quello del medio contadino e perciò rappresenta per questo un modello sociale nell’aspirazione a uscire dalla sua condizione e a migliorarla. Il contadino pensa sempre che almeno un suo figliolo potrebbe diventare intellettuale (specialmente prete), cioè diventare un signore, elevando il grado sociale della famiglia e facilitandone la vita economica con le aderenze che non potrà non avere tra gli

altri signori. L’atteggiamento del contadino verso l’intellettuale è duplice e pare contraddittorio: egli ammira la posizione sociale dell’intellettuale e in generale dell’impiegato statale, ma finge talvolta di disprezzarla, cioè la sua ammirazione è intrisa istintivamente da elementi di invidia e di rabbia appassionata. Non si comprende nulla della vita collettiva dei contadini e dei germi e fermenti di sviluppo che vi esistono se non si prende in considerazione, non si studia in concreto e non si approfondisce, questa subordinazione

effettiva agli intellettuali: ogni sviluppo organico delle masse contadine, fino a un certo punto, è legato ai movimenti degli intellettuali e ne dipende.

 

A.      Gramsci, Gli intellettuali, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 22-23

 

 

 

 GRAMSCI, INTELLETTUALI E POPOLO

Secondo Gramsci l’intellettuale può pretendere di rappresentare il popolo solo

quando il rapporto è fondato su di “un’adesione organica in cui il

sentimento-passione diventa comprensione quindi sapere”.

 

A. Gramsci, Passaggio dal sapere al comprendere, al sentire e viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere (Q. XVIII)

 

Passaggio dal sapere, al comprendere, al sentire, e viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere. L’elemento popolare “sente”, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale “sa”, ma non sempre comprende e specialmente “sente”. I due estremi sono pertanto la pedanteria e il filisteismo[10] da una parte e la passione cieca e il settarismo dall’altra. Non che il pedante non possa essere appassionato, anzi; la pedanteria appassionata è altrettanto ridicola e pericolosa che il settarismo e la demagogia piú sfrenati. L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed esser appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere) cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente[11] alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il “sapere”; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporto di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio (cosí detto centralismo organico).

Se il rapporto tra intellettuali e popolo-nazione, tra dirigenti e diretti – tra governanti e governati – è dato da una adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), solo allora il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governati e governanti, tra diretti e dirigenti, cioè si realizza la vita di insieme che solo è la forza sociale; si crea il “blocco storico”.

 

A. Gramsci, Il materialismo storico, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 135-136

 

 

GRAMSCI, SE GLI INTELLETTUALI SONO INDIPENDENTI OD ORGANICI

 

Secondo Gramsci a questa domanda si danno soprattutto due risposte. La prima mette in evidenza il fatto che ogni gruppo sociale “si crea uno o piú ceti d’intellettuali”. La seconda sottolinea piuttosto il fatto che gli intellettuali sono espressione di una continuità storica (es.: gli ecclesiastici).

 

A. Gramsci, La formazione degli intellettuali (Q. XXIX)

 

Gli intellettuali sono un gruppo sociale autonomo e indipendente, oppure ogni gruppo sociale ha una sua propria categoria specializzata di intellettuali? Il problema è complesso per le varie forme che ha assunto finora il processo storico reale di formazione delle diverse categorie intellettuali. Le piú importanti di queste forme sono due:

1) Ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o piú ceti di intellettuali che gli dànno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico: l’imprenditore capitalistico crea con sé il tecnico dell’industria, lo scienziato dell’economia politica, l’organizzazione di una nuova cultura, di un nuovo diritto, ecc. ecc. Occorre notare il fatto che l’imprenditore rappresenta una elaborazione sociale superiore, già caratterizzata da una certa capacità dirigente e tecnica (cioè intellettuale): egli deve avere una certa capacità tecnica, oltre che nella sfera circoscritta della sua attività e della sua iniziativa, anche in altre sfere, almeno in quelle piú vicine alla produzione economica ( deve essere un organizzatore di masse d’uomini; deve essere un organizzatore della “fiducia” dei risparmiatori nella sua azienda, dei compratori della sua merce ecc.).

Se non tutti gli imprenditori, almeno una élite di essi deve avere una capacità di organizzatore della società in generale, in tutto il suo complesso organismo di servizi, fino all’organismo statale, per la necessità di creare le condizioni piú favorevoli all’espansione della propria classe – o deve possedere per lo meno la capacità di scegliere i “commessi” (impiegati specializzati) cui affidare questa attività organizzatrice dei rapporti generali esterni all’azienda. Si può osservare che gli intellettuali “organici” che ogni nuova classe crea con se stessa ed elabora nel suo sviluppo progressivo, sono per lo piú “specializzazioni” di aspetti parziali dell’attività primitiva del tipo sociale nuovo che la nuova classe ha messo in luce.

2) Ma ogni gruppo sociale “essenziale” emergendo alla storia dalla precedente struttura economica e come espressione di un suo sviluppo (di questa struttura), ha trovato, almeno nella storia finora svoltasi, categorie intellettuali preesistenti e che anzi apparivano come rappresentanti una continuità storica ininterrotta anche dai piú complicati e radicali mutamenti delle forme sociali e politiche.

La piú tipica di queste categorie intellettuali è quella degli ecclesiastici, monopolizzatori per lungo tempo (per un’intera fase storica che anzi da questo monopolio è in parte caratterizzata) di alcuni servizi importanti: l’ideologia religiosa cioè la filosofia e la scienza dell’epoca, con la scuola, l’istruzione, la morale, la giustizia, la beneficenza, l’assistenza ecc. La categoria degli ecclesiastici può essere considerata la categoria intellettuale organicamente legata all’aristocrazia fondiaria: era equiparata giuridicamente all’aristocrazia, con cui divideva l’esercizio della proprietà feudale della terra e l’uso dei privilegi statali legati alla proprietà.

Ma il monopolio delle superstrutture da parte degli ecclesiastici non è stato esercitato senza lotta e limitazioni, e quindi si è avuto il nascere, in varie forme (da ricercare e studiare concretamente), di altre categorie, favorite e ingrandite dal rafforzarsi del potere centrale del monarca, fino all’assolutismo. Cosí si viene formando l’aristocrazia della toga, con suoi propri privilegi, un ceto di amministratori, ecc.; scienziati, teorici, filosofi non ecclesiastici, ecc. Siccome queste varie categorie di intellettuali tradizionali sentono con “spirito di corpo” la loro ininterrotta continuità storica e la loro “qualifica”, cosí essi pongono se stessi come autonomi e indipendenti dal gruppo sociale dominante. Questa auto-posizione non è senza conseguenze nel campo ideologico e politico, conseguenze di vasta portata: tutta la filosofia idealista si può facilmente connettere con questa posizione assunta dal complesso sociale degli intellettuali e si può definire l’espressione di questa utopia sociale per cui gli intellettuali si credono “indipendenti”, autonomi, rivestiti di caratteri loro propri, ecc.

 

A.      Gramsci, Gli intellettuali, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 13-16(N.d.R.)

 

 Antonio Gramsci, il tema degli intellettuali-educatori e gli  strumenti del:  consenso educativo.

                  di Elisabetta Colla

 

           L'originalità del contributo gramsciano: la formazione dell'intellettuale

           "organico"

            Dopo aver osservato il nesso fondamentale fra egemonia[12], politica e

            pedagogia, e dopo essersi lungamente soffermati sulla problematica

            inerente l'intellettuale tradizionale e cosmopolita, giungiamo ora

            all'espressione della piena maturità del pensiero gramsciano,

            attraverso la sua riflessione forse più famosa - o che comunque ha

            avuto maggior fortuna - quella dell'intellettuale "organico".

            La profonda scissione tra intellettuali e popolo, denunciata in

            tanti scritti da Gramsci, in particolare nel già citato "Alcuni temi

            della questione meridionale" (1926), deve ora essere ricomposta e

            nel tessuto sociale  deve operarsi un cambiamento attraverso forze

            nuove ed organiche.

            E' apparso opportuno avvicinarsi alla tematica dell'intellettuale

            "organico" attraverso un duplice approccio, il primo che collega

            Gramsci ad una tradizione (e ad una problematica) più propriamente

            scientifica del termine "organico", il secondo, più diretto, che

            parta dalla consueta lettura dei testi gramsciani.

            L'uso del termine "organico" lega idealmente Gramsci alla

            tradizione del pensiero evoluzionistico e, soprattutto, agli

            oppositori di tale tradizione; organico è ciò che si contrappone ad

            inorganico, privo di vita, in altre parole a ciò che può avere solo

            una funzione passiva, ma che non possiede iniziativa né esistenza

            propria.

            E' probabile che il concetto di "organico", di "organicità",

            provengano, originariamente, dalla biologia darwiniana; secondo

            questa ipotesi il termine seguirebbe poi un lungo percorso,

            attraverso l'evoluzionismo, le posizioni del determinismo

            positivistico (Comte, Spencer), fino alla teoria dello  "slancio

            vitale" di Bergson, intesa come "azione che di continuo si crea e si

            arricchisce". Nel corso di questa strada il termine avrebbe subito

            anche delle trasposizioni analogiche: dall'organismo vitale

            biologico all'organismo sociale, nelle sue varie forme. Dunque,

            Gramsci coglierebbe le ultime eco di questo termine, per rifondarlo,

            per trasferirlo con tutti gli onori e con ogni garanzia di tipo

            "scientifico" nel campo delle scienze sociali e della politica.

            E' possibile, ci sembra, procedere alla scoperta del termine

            "organico", anche prendendo le mosse da alcune note dei Quaderni,

            nelle quali si esprimono le svariate possibilità insite nel termine

            stesso.

            Nel Quaderno 4, ad esempio, in un paragrafo intitolato "La scienza",

            l'uomo viene rappresentato come strettamente legato alla natura,

            sempre intento a cercare nuovi strumenti d'indagine scientifica,

            nuove tecniche culturali atte a discriminare il rapporto che egli ha

            con il reale rispetto a qualsiasi altro essere vivente. Avviene, di

            fatto, una "lotta" con l'ambiente, che consente al soggetto di

            migliorare il proprio grado di cultura, la propria concezione del

            mondo e di conoscere sempre meglio l'oggettività del reale.

            Gramsci vuole combattere anche il materialismo volgare, quello che

            riduce l'uomo alla "fissa materialità":  nel corso del tempo il

            marxismo si è combinato con varie correnti filosofiche, alcune delle

            quali davano maggior risalto al lato materialistico (per quella

            strada si è giunti al marxismo positivista, tanto combattuto da

            Gramsci e dalla generazione a lui contemporanea), altre tendenti

            allo spiritualismo. La scienza, per Gramsci, non va esaltata come

            una "concezione del mondo per eccellenza", prima di tutto perché il

            marxismo è una filosofia  originale e bastante a sé stessa, poi

            perché è difficile per la scienza presentarsi autonomamente, essendo

            sempre il fatto oggettivo legato ad un'ipotesi o a un'ideologia.

            Al contrario, Gramsci dice di aver imparato dal marxismo a

            considerare la "storicità della natura umana", che non è mai "fissa

            e immutabile". Sempre nel Quaderno 4 viene ripreso il tema delle

            "superstrutture"[13]: nell'ambito del rapporto Croce-Marx, Gramsci

            prende le difese del materialismo storico il quale non ritiene

            affatto le ideologie e le superstrutture come apparenze ed

            illusioni, ma al contrario come realtà oggettive ed operanti, pur

            non considerandole, però, la molla della storia (insita invece nella

            struttura produttiva della società). Gramsci afferma, infatti, che

            "… tra strutture e superstrutture c'è un nesso necessario e vitale,

            così come nel corpo umano tra la pelle e lo scheletro",

            instaurando così un paragone fra organismo vivente ed organismo

            sociale, che intende rendere esplicito il nesso "vitale" e cioè

            appunto "organico" fra la struttura e le superstrutture, le quali

            ultime devono appunto realizzare quel compito storico di cui si è

            già parlato, cioè la presa di coscienza di tutti gli uomini del loro

            essere e del loro divenire storico e, quindi, anche del loro legame

            fondamentale con la materia, con l'oggettività del reale, ciascuno

            attraverso il formarsi di una concezione "culturale" del mondo e

            della vita che gli permetta di esprimersi, di "crescere" e di

            modificare l'ambiente qualora esso non offra condizioni di vita

            soddisfacenti. Ecco, di nuovo, il tema della lotta, che può essere

            sottoposto a diverse interpretazioni: la lotta dell'uomo per reagire

            all'ambiente naturale (spesso intriso di "casualità e caos") è prima

            di tutto una lotta culturale - e qui ben s'inserisce tutto il

            discorso educativo di Gramsci sulla disciplina e

            sull'antispontaneismo- ma è anche o deve diventare una vera e

            propria lotta pratica e rivoluzionaria delle situazioni economiche,

            politiche e sociali.

            Nell'ambito di tale discorso acquistano forte valenza alcune idee

            espresse da Gramsci nelle rubriche dei Quaderni dedicate al rapporto

            "Quantità-Qualità", in particolare al Quaderno 10, scritto fra il

            '32 ed il '35, laddove viene sottolineata la tematica

            dell'inscindibilità dei due momenti. "Poiché non può esistere

            quantità senza qualità e qualità senza quantità (economia senza

            cultura, attività pratica senza intelligenza  e viceversa) ogni

            contrapposizione dei due termini è un non senso razionalmente …".

            Perseguire uno sviluppo unitario dell'uomo e della cultura, cercare

            l'unità dialettica fra quantità e qualità, significa, per Gramsci,

            rifarsi anche alla concezione pedagogica di Marx e, più

            recentemente, alle indicazioni della Krupskaja, compagna di Lenin;

            essi parlano di onnilateralità ed onnicomprensività nello sviluppo

            della persona umana, affinché la sua formazione sia volta verso le

            attività speculative e pratiche al tempo stesso; parlano anche di

            istruzione generale e politecnica, cioè collegata ai vari rami della

            produzione e del lavoro. In queste idee è già insito il progetto

            gramsciano di una scuola unica.

            Nel Quaderno 9, Gramsci parla del rapporto fra due categorie

            riguardanti "reali rapporti economici e politici", cioè il

            "centralismo organico" ed il "centralismo democratico[14]", ritiene che

            mentre il primo in realtà non è altro che un centralismo

            burocratico[15], il secondo è  effettivamente organico perché è un

            "centralismo in movimento", ed il movimento è "il modo organico di

            manifestarsi della realtà", ma è organico anche perché "tiene conto

            di qualcosa di relativamente stabile e permanente o per lo meno che

            si muove in una direzione più facile a prevedersi"; è organico,

            pertanto, ciò che cerca di collegarsi anche ad elementi più stabili,

            con componenti prevedibili, quali, ad esempio, una classe dirigente

            o un gruppo sociale divenuto egemone, sempre però nell'organicità

            del loro svilupparsi. Le questioni fin qui esaminate, ci

            introducono alla riflessione della personalità ed ai compiti storici

            dell' intellettuale organico; in particolare prendendo le mosse dal

            Quaderno 12[16], che già conosciamo come il più ricco e "compiuto"

            riguardo al tema degli intellettuali. "Ogni gruppo sociale - afferma

            Gramsci - nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale

            nel mondo della produzione economica, si crea insieme,

            organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno

            omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel

            campo economico, ma anche in quello sociale e politico".

            Ogni gruppo sociale svolge una funzione di produzione in seno alla

            società, di tipo direttivo o subordinato, ed è intorno a quella che

            si articola l'intervento degli intellettuali organici, delle loro

            competenze specifiche e capacità tecniche.

            Ciò significa che qualsiasi gruppo sociale ha bisogno di costituire degli

            intellettuali ad esso"organici" per prendere coscienza di sé nel

            campo delle strutture e in quello delle sovrastrutture, per

            ricevere maggior compattezza ed omogeneità. L'intellettuale della

            borghesia è un tecnico, che conosce i meccanismi dell'industria e

            del mercato: è grazie a lui che la borghesia imprenditoriale moderna

            ha potuto ottenere dei così alti risultati economici e, di

            conseguenza, politico-dirigenziali.

            Ancora nel Quaderno 12, Gramsci sostiene che gli intellettuali

            organici "che ogni nuova classe crea con sé stessa ed elabora nel

            suo sviluppo progressivo, sono per lo più specializzazioni di

            aspetti parziali dell'attività primitiva del tipo sociale nuovo che

            la nuova classe ha messo in luce". Le nuove classi creano tipi

            sociali la cui attività si specializza a poco a poco, diramandosi in

            diverse competenze. Ad esempio, nel caso del rapporto con

            l'imprenditore capitalistico, è l'intellettuale "urbano" quello

            organico alle fortune dell'industria e dell'economia del capitale,

            mentre la massa contadina pur svolgendo "una funzione essenziale nel

            mondo della produzione, non elabora propri intellettuali 'organici'

            e non 'assimila' nessun ceto di intellettuali 'tradizionali',

            quantunque dalla massa dei contadini altri gruppi sociali tolgano

            molti dei loro intellettuali". E' evidente che, con tali premesse,

            contadini e classe proletaria, sembrano destinati a d’un futuro di

            subordinazione. Scrive il Garin "… Gramsci individuava sempre più

            chiaramente nel problema degli 'intellettuali' il nodo centrale

            delle difficoltà del movimento operaio: quello dei quadri dirigenti,

            del partito, della guida del movimento, degli strumenti

            dell'egemonia. Gli intellettuali sono, in concreto, la storia, la

            teoria, il progetto, la coscienza." Comincia qui a delinearsi un

            lento e graduale processo di formazione-educazione: per prima cosa

            deve aumentare il grado di cultura delle masse, in conseguenza di

            ciò aumenterà anche il numero degli intellettuali capaci di

            realizzare il nesso teoria-pratica, sul quale Gramsci pone

            l'accento. Nel medesimo tempo ci troviamo in presenza di un processo

            circolare: non c'è organizzazione di massa senza intellettuali, ma

            non ci sono intellettuali senza organizzazione.

            Per uscire da questa situazione Gramsci vede una lunga strada di

            sensibilizzazione alla cultura, alla presa di coscienza del proprio

            ruolo politico, al risveglio delle proprie forze. Da questa opera

            educativa in campo intellettuale e morale è possibile, secondo

            Gramsci, passare ad un'azione rivoluzionaria che, dopo una fase

            'transitoria' di tipo dittatoriale, si farà portatrice di una nuova

            forma di Stato, priva di classi sociali differenziate ed

            autoregolantesi in campo etico-sociale.

            Da qui l'importanza di ricostruire, o rinnovare, un rapporto

            dialettico fra intellettuali e masse, che risulti storicamente

            proficuo: che generi, attraverso le reciproche attese e le

            vicendevoli "spinte" al cambiamento, una crescita comune ed

            organica, uno sviluppo dinamico in campo qualitativo e quantitativo,

            cioè tendente all'unità di struttura e sovrastruttura, prassi e

            teoria, necessità e libertà.

            A questo punto appare chiara la linea che la nuova figura

            dell'intellettuale dovrà seguire, compenetrando i due aspetti

            "organici" della sua attività: quello deliberativo-formale e quello

            tecnico-culturale. Mentre risulta ormai 'anacronistico' e

            addirittura 'pericoloso', per la vita statale, il vecchio tipo di

            dirigente, con la sua formazione giuridica e umanistica, del tutto

            priva di capacità tecniche e, dunque, anche di incisive capacità

            politiche.

            Nel Quaderno 9, in una nota sulla "Storia della burocrazia", Gramsci

            ricorda che ogni epoca ha necessariamente avuto "un suo tipo di

            funzionario da educare" e che tale problema ha sempre coinciso con

            quello degli intellettuali; una possibile soluzione di esso è

            proposta da Gramsci proprio nell' "unità del lavoro manuale e di

            quello intellettuale" .

            La conclusione del Quaderno 12 è ben nota, così come le parole

            stesse con le quali Gramsci inquadra il nuovo intellettuale: "un

            costruttore, organizzatore, “persuasore permanentemente” perché non

            puro oratore […]",  il quale "dalla tecnica-lavoro giunge alla

            tecnica-scienza ed alla concezione umanistico-storica senza la quale

            si rimane 'specialista' e non si diventa 'dirigente' (specialista

            più politico)". 

            Secondo Manacorda, questo cammino, che si muove dalla

            "tecnica-lavoro" verso la "tecnica-scienza" fino alla concezione

            "umanistico-storica", propone una rappresentazione della educazione

            e della cultura come "consapevolezza della storia dell'umanità in

            quanto storia del progressivo dominio scientifico-tecnico dell'uomo

            sella natura", concezione che, con il nome di "storia della scienza

            e della tecnica", diventerebbe il "principio pedagogico-didattico

            (…) base dell'educazione formativo-storica della nuova scuola".

            Riguardo alle caratteristiche dell'intellettuale nuovo gramsciano,

            il Nardone ne sottolinea la lettura pedagogica, equiparandole con

            quelle di chiunque sia educatore in seno alla società. Egli afferma

            infatti: "L'educatore è perciò intellettuale nel senso più pieno del

            termine. Non chi 'scopre' ma chi 'diffonde' la scoperta è fattore

            ultimo di cultura. D'altra parte, l'attività politica integrale

            include la cultura".

            Si è già detto che l'intellettuale "nuovo", il quale amplia e

            moltiplica le sue capacità, deve possedere abilità organizzative - e

            qui si sentono le eco della formazione russa di Gramsci, quella del

            Prolet'kult con i suoi autori di "scienze dell'organizzazione" - e

            deve ottenere un consenso duraturo e ben fondato. Sono questi gli

            elementi che tendono ad arricchire un quadro educativo immobile nel

            tempo, improduttivo e discriminante, integrando le tecniche della

            scienza e del lavoro con il bagaglio storico-umanistico, usuale

            negli intellettuali e che, ben lungi dall'essere ora scartato, deve

            trovare nuova vita come completamento formativo di una strategia

            pedagogica da attuare attraverso gli strumenti del consenso.

            In un articolo di Umberto Cerroni, incentrato sul rapporto fra gli

            intellettuali ed i 'semplici', viene sottolineato come

            l'intellettuale, in quanto produttore del sapere ed in linea con la

            scienza che professa, può, per verificare la sua conoscenza,

            emanciparsi teoricamente, emancipando così anche i semplici ed

            aggregandoli attorno alla classe operaia, infatti "come scienziato,

            l'intellettuale educa i semplici, come operatore sociale, si educa

            con i semplici". Questo scambio pedagogico produce il risultato

            desiderato, chiudendo il fecondo circolo di

            "pratica-teoria-pratica", attraverso il superamento del

            "corporativismo operaio" e del "corporativismo intellettuale".

             Tali indicazioni sul modificarsi del concetto di intellettuale e

            sull'espressione "lotta culturale" possono essere, nel presente, un

            prezioso strumento da utilizzare nell'ambito della dibattuta

            questione degli intellettuali, a tutt' oggi controversa e socialmente

            di prim' ordine.

            Si moltiplicano gli interrogativi, oggi come allora, su chi siano e

            su quali caratteristiche debbano avere degli intellettuali nuovi e

            "organici", per essere realmente propositori ed "amplificatori"

            (quasi eco della storia) di messaggi socialmente democratici,

            storicamente aderenti e capaci di trasformare atteggiamenti e

            pregiudizi culturalmente radicati.

            Sembra altresì importante approfondire l'indagine su quali siano le

            funzioni che gli intellettuali dovrebbero aver cura di svolgere e

            per mezzo di quali organismi adoperarsi - se ancora apparirà essere

            tale una loro precipua funzione sociale - per realizzare il

            consenso, al cui ottenimento l'intellettuale organico sembra essere

            fortemente chiamato.

 Gramsci. Gli intellettuali

abstract

Gramsci intende precisare la posizione e il ruolo degli intellettuali rispetto

alle altre forze sociali e agli apparati della politica e dello Stato.

L'intellettuale non si definisce in base al tipo di attività svolta ma dal modo in

cui si inserisce nei rapporti sociali. Secondo Gramsci esistono due tipi di

intellettuali : quello "organico" che fornisce ad ogni classe la consapevolezza

della sua funzione, e quello "tradizionale" che incarna la continuità storica

della società. Il partito politico come intellettuale collettivo deve essere non

solo interprete della propria epoca, ma anche costruttore di una nuova visione

del mondo.

 

 

 

GRAMSCI, TEORIA E PRASSI

Dopo aver esaminato il rapporto fra la teoria e l’azione pratica nelle filosofie del passato, Gramsci affronta l’argomento dal punto di vista del pensiero marxista ed esamina in particolare il concetto di egemonia nell’interpretazione e nella pratica leninista (Vladimir Ilic Ulianov è il vero nome di Lenin).

 

A. Gramsci, Teoria e pratica (Q. XVIII)

 

 

Teoria e pratica. È da ricercare, analizzare e criticare la diversa forma in cui si è presentato nella storia delle idee il concetto di unità della teoria e della pratica, poiché pare indubbio che ogni concezione del mondo e ogni filosofia si è preoccupata di questo problema. Affermazione di san Tommaso e della scolastica: “Intellectus speculativus extensione fit praecticus”, la teoria per semplice estensione si fa pratica, cioè affermazione della necessaria connessione tra l’ordine delle idee e quello dell’azione. Aforisma del Leibniz, tanto ripetuto dagli idealisti italiani: “Quo magis speculativa, magis practica” detto della scienza. La proposizione di G.B. Vico “verum ipsum factum” tanto discussa e variamente interpretata (cfr. il libro del Croce sul Vico e altri scritti polemici del Croce stesso) e che il Croce svolge nel senso idealistico che il conoscere sia un fare e che si conosce ciò che si fa, in cui “fare” ha un particolare significato, tanto particolare che poi significa niente altro che “conoscere” cioè si risolve in una tautologia (concezione che tuttavia deve essere messa in relazione colla concezione propria della filosofia della prassi).

 

Poiché ogni azione è il risultato di volontà diverse, con diverso grado di intensità, di consapevolezza, di omogeneità con l’intiero complesso di volontà collettiva, è chiaro che anche la teoria corrispondente e implicita sarà una combinazione di credenze e punti di vista altrettanto scompaginati ed eterogenei. Tuttavia vi è adesione completa della teoria alla pratica, in questi limiti e in questi termini. Se il problema di identificare teoria e pratica si pone, si pone in questo senso: di costruire su una determinata pratica una teoria che, coincidendo e identificandosi con gli elementi decisivi della pratica stessa, acceleri il processo storico in atto, rendendo la pratica piú omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè potenziandola al massimo, oppure, data una certa posizione teorica, di organizzare l’elemento pratico indispensabile per la sua messa in opera. L’identificazione di teoria e pratica è un atto critico, per cui la pratica viene dimostrata razionale e necessaria o la teoria realistica e razionale. Ecco perché il problema della identità di teoria e pratica si pone specialmente in certi momenti storici cosí detti di transizione, cioè di piú rapido movimento trasformativo, quando realmente le forze pratiche scatenate domandano di essere giustificate per essere piú efficienti ed espansive, o si moltiplicano i programmi teorici che domandano di essere anch’essi giustificati realisticamente in quanto dimostrano

di essere assimilabili dai movimenti pratici che solo cosí diventano piú pratici e reali.

 

Struttura e superstruttura[17]. La proposizione contenuta nell’introduzione alla “Critica dell’economia politica” che gli uomini prendono coscienza dei conflitti di struttura nel terreno delle ideologie deve essere considerata come un’affermazione di valore gnoseologico e non puramente psicologico e morale. Da ciò consegue che il principio teorico-pratico dell’egemonia ha anche esso una portata gnoseologica e pertanto in questo campo è da ricercare l’apporto teorico massimo di Ilic alla filosofia della prassi. Ilic avrebbe fatto progredire effettivamente la filosofia in quanto fece progredire la dottrina e la pratica

politica. La realizzazione di un apparato egemonico, in quanto crea un nuovo terreno ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza, è un fatto di conoscenza, un fatto filosofico. Con linguaggio crociano: quando si riesce a introdurre una nuova morale conforme a una nuova concezione del mondo, si finisce con l’introdurre

anche tale concezione, cioè si determina una intera riforma filosofica

 

.A. Gramsci, Il materialismo storico, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 44-46

 

 

GRAMSCI, VERA E FALSA LIBERTA' DEL FILOSOFO

Dopo aver premesso che il rapporto maestro-scolaro è interattivo e “pertanto ogni maestro è sempre scolaro e ogni scolaro maestro”, Gramsci passa ad esaminare il rapporto fra il filosofo e l’ambiente. O il filosofo si isola, e allora è “astrattamente libero”, oppure interagisce con l’ambiente, e allora è veramente filosofo libero e democratico.

 

A. Gramsci, Il linguaggio, le lingue e il senso comune (Q. III)

 

Questo problema può e deve essere avvicinato all’impostazione moderna della dottrina e della pratica pedagogica, secondo cui il rapporto tra maestro e scolaro è un rapporto attivo, di relazioni reciproche e pertanto ogni maestro è sempre scolaro e ogni scolaro maestro. Ma il rapporto pedagogico non può essere limitato ai rapporti specificatamente “scolastici”, per i quali le nuove generazioni entrano in contatto con le anziane e ne assorbono le esperienze e i valori storicamente necessari “maturando” e sviluppando una propria personalità storicamente e culturalmente superiore. Questo rapporto esiste in tutta la società nel suo complesso e per ogni individuo rispetto ad altri individui, tra ceti intellettuali e non intellettuali, tra governanti e governati, tra élites e seguaci, tra dirigenti e diretti, tra avanguardie e corpi di esercito. Ogni rapporto di “egemonia” è necessariamente un rapporto pedagogico e si verifica non solo nell’interno di una nazione, tra le diverse forze che la compongono, ma nell’intero campo internazionale e mondiale, tra complessi di civiltà nazionali e continentali.

Perciò si può dire che la personalità storica di un filosofo individuale è data anche dal rapporto attivo tra lui e l’ambiente culturale che egli vuole modificare, ambiente che reagisce sul filosofo e costringendolo a una continua autocritica, funziona da “maestro”. Cosí si è avuto che una delle maggiori rivendicazioni dei moderni ceti intellettuali nel campo politico è stata quella delle cosí dette “libertà di pensiero e di espressione del pensiero (stampa e associazione)”, perché solo dove esiste questa condizione politica si realizza il rapporto di maestro-discepolo nei sensi piú generali su ricordati e in realtà si realizza “storicamente” un nuovo tipo di filosofo che si può chiamare “filosofo democratico”, cioè del filosofo convinto che la sua personalità non si limita al proprio individuo fisico, ma è un rapporto sociale attivo di modificazione dell’ambiente culturale. Quando il “pensatore” si accontenta del pensiero proprio, “soggettivamente” libero, cioè astrattamente libero, dà oggi luogo alla beffa: l’unità di scienza e vita è appunto una unità attiva, in cui solo si realizza la libertà di pensiero, è un rapporto maestro-scolaro, filosofo-ambiente culturale in cui operare, da cui trarre i problemi necessari da impostare e risolvere, cioè è il rapporto filosofia-storia.

 

 

 

 

A. Gramsci, Il materialismo storico, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 30-31

 

 

Gli intellettuali. Quaderno 12 (XXIX), pp. 1-2

Prima questione: gli intellettuali sono un gruppo sociale autonomo, oppure ogni gruppo sociale ha una sua propria categoria di intellettuali? Il problema è complesso per le varie forme che ha assunto finora il processo storico di formazione delle diverse categorie intellettuali. Le più importanti di queste forme sono due: Ogni gruppo sociale, nascendo sulla base originaria di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, crea insieme, organicamente, un ceto o  più ceti di intellettuali che gli danno omogeneità e consapevolezza della  propria funzione nel campo economico: l'imprenditore capitalista crea con se  l'economista, lo scienziato dell'economia politica. Inoltre c'è il fatto che ogni imprenditore è anche un intellettuale , nel senso che deve avere una certa capacità tecnica, oltre che nel campo economico in senso stretto, anche in altri campi, almeno in quelli più vicini alla produzione economica ... Ma ogni gruppo sociale, emergendo alla storia dalla struttura economica, trova o ha trovato, nella storia almeno fino ad ora svoltasi, delle categorie  intellettuali preesistenti, e che apparivano anzi come rappresentanti una  continuità storica ininterrotta anche dai più complicati mutamenti delle forme   sociali e politiche.

 

 

Gli intellettuali. Quaderno 12 (XXIX), pp. 2-3

Seconda quistione: quali sono i limiti massimi dell'accezione di "intellettuale"? E' difficile trovare un criterio unico che caratterizzi ugualmente tutte le disparate attività intellettuali e nello stesso tempo le distingua in modo essenziale dalle attività degli altri raggruppamenti sociali. L'errore metodico più diffuso mi pare quello di aver cercato questa

caratteristica essenziale nell'intrinseco dell'attività intellettuale e non invece nel sistema di rapporti in cui essa (o il raggruppamento che la impersona) si viene a trovare nel complesso generale dei rapporti sociali. Invero: 1)l'operaio non è specificamente caratterizzato dal lavoro manuale o strumentale (a parte la considerazione che non esiste lavoro puramente fisico e che anche l'espressione del Taylor di "gorilla ammaestrato" è una metafora per indicare un limite in una certa direzione: c'è, in qualsiasi lavoro fisico, anche il più meccanico e degradato, un minimo di qualifica tecnica, cioè un minimo di attività intellettuale creatrice), ma da questo lavoro in determinate condizioni e in determinati rapporti sociali.

 

 

L'ORGANIZZAZIONE DELLA SCUOLA E DELLA CULTURA

di Antonio Gramsci, dai "Quaderni del carcere"

 

  Si può osservare in generale che nella civiltà moderna tutte le attività  pratiche sono diventate così complesse e le scienze si sono talmente intrecciate alla vita che ogni attività pratica tende a creare una scuola per i propri dirigenti e specialisti e quindi a creare un gruppo di intellettuali  specialisti di grado più elevato, che insegnino in queste scuole. Così,  accanto al tipo di scuola che si potrebbe chiamare "umanistica" ed è quello  tradizionale più antico, e che era rivolta a sviluppare in ogni individuo umano la cultura generale ancora indifferenziata, la potenza fondamentale di pensare e di sapersi dirigere nella vita, si è andato creando tutto un sistema di scuole particolari di vario grado, per intere branche professionali o per professioni già specializzate e indicate con precisa individuazione. Si può anzi dire che la crisi scolastica che oggi imperversa è appunto legata al  fatto che questo processo di differenziazione e particolarizzazione avviene caoticamente, senza principi chiari e precisi, senza un piano bene studiato e consapevolmente fissato: la crisi del programma e dell'organizzazione scolastica, cioè dell'indirizzo generale di una politica di formazione dei moderni quadri intellettuali, è in gran parte un aspetto e una complicazione della crisi organica più comprensiva e generale.

  La divisione fondamentale della scuola in classica e professionale era uno schema razionale: la scuola professionale per le classi strumentali, quella classica per le classi dominanti e per gli intellettuali. Lo sviluppo della base industriale sia in città che in campagna aveva un crescente bisogno del  nuovo tipo di intellettuale urbano: si sviluppò accanto alla scuola classica

  quella tecnica (professionale ma non manuale), ciò che mise in discussione il principio stesso dell'indirizzo concreto di cultura generale, dell'indirizzo umanistico della cultura generale fondata sulla tradizione greco-romana. Questo indirizzo, una volta messo in discussione, può dirsi spacciato, perché la sua capacità formativa era in gran parte basata sul prestigio generale e  tradizionalmente indiscusso, di una determinata forma di civiltà.

  Oggi la tendenza è di abolire ogni tipo di scuola "disinteressata" (non immediatamente interessata) e "formativa" o di lasciarne solo un esemplare  ridotto per una piccola élite di signori e di donne che non devono pensare a prepararsi un avvenire professionale e di diffondere sempre più le scuole  professionali specializzate in cui il destino dell'allievo e la sua futura  attività sono predeterminati. La crisi avrà una soluzione che razionalmente  dovrebbe seguire questa linea: scuola unica generale di cultura generale, umanistica, formativa, che contemperi giustamente lo sviluppo della capacità di lavorare manualmente (tecnicamente, industrialmente) e lo sviluppo delle  capacità del lavoro intellettuale. Da questo tipo di scuola unica, attraverso  esperienze ripetute di orientamento professionale, si passerà a una delle  scuole specializzate o al lavoro produttivo. E' da tener presente la tendenza in isviluppo per cui ogni attività pratica  tende a crearsi una sua scuola specializzata, così come ogni attività  intellettuale tende a crearsi propri circoli di cultura, che assumono la  funzione di istituzioni postscolatiche specializzate nell'organizzare le  condizioni in cui sia possibile tenersi al corrente dei progressi che si  verificano nel proprio ramo scientifico.

  Si può anche osservare che sempre più gli organi deliberanti tendono a distinguere la loro attività in due aspetti "organici", quella deliberativa che è loro essenziale e quella tecnico-culturale per cui le quistioni su cui  occorre prendere risoluzioni sono prima esaminate da esperti ed analizzate  scientificamente. Questa attività ha creato già tutto un corpo burocratico di  una nuova struttura, poiché oltre agli uffici specializzati di competenti che  preparano il materiale tecnico per i corpi deliberanti, si crea un secondo   corpo di funzionari, più o meno "volontari" e disinteressati, scelti volta a   volta nell'industria, nella banca, nella finanza. E' questo uno dei meccanismi   attraverso cui la burocrazia di carriera aveva finito col controllare i   regimi democratici e i parlamenti; ora il meccanismo si va estendendo   organicamente ed assorbe nel suo circolo i grandi specialisti privata, che   così controlla e regimi e burocrazie. Poiché si tratta di uno sviluppo   organico necessario che tende a integrare il personale specializzato nella   tecnica politica con personale specializzato nelle questioni concrete di   amministrazione delle attività pratiche essenziali delle grandi e complesse   società nazionali moderne, ogni tentativo di esorcizzare queste tendenze   dall'esterno, non produce altro risultato che prediche moralistiche e gemiti retorici.  Si pone la quistione di modificare la preparazione del personale tecnico   politico, integrando la sua cultura secondo le nuove necessità e di elaborare   nuovi tipi di funzionari specializzati che collegialmente integrino l'attività   deliberante. Il tipo tradizionale del "dirigente" politico, preparato solo per   le attività giuridico-formali, diventa anacronistico e rappresenta un pericolo   per la vita statale: il dirigente deve avere quel minimo di cultura generale   tecnica che gli permetta, se non di "creare" autonomamente la soluzione   giusta, di saper giudicare tra le soluzioni prospettate dagli esperti e   scegliere quindi quella giusta dal punto di vista "sintetico" della tecnica   politica.

  Un tipo di collegio deliberante che cerca di incorporarsi la competenza  tecnica necessaria per operare realisticamente è stato descritto in altro   luogo, dove si parla di ciò che avviene in certe redazioni di riviste, che   funzionano nello stesso tempo come redazioni e come circoli di coltura. Il   circolo critica collegialmente e contribuisce così ad elaborare i lavori dei   singoli redattori, la cui operosità è organizzata secondo un piano e una   divisione del lavoro razionalmente predisposta. Attraverso la discussione e la   critica collegiale (fatta di suggerimenti, consigli, indicazioni metodiche,   critica costruttiva e rivolta alla educazione reciproca) per cui ognuno   funziona da specialista nella sua materia per integrare la competenza   collettiva, in realtà si riesce ad elevare il livello medio dei singoli  redattori, a raggiungere l'altezza o la capacità del più preparato,   assicurando alla rivista una collaborazione sempre più alta ed organica, non solo, ma creando le condizioni per il sorgere di un gruppo omogeneo di   intellettuali preparati a produrre una regolare e metodica attività "libraria"   (non solo di pubblicazioni d'occasione e di saggi parziali, ma di lavori   organici d'insieme).  Indubbiamente, in questa specie di attività collettive, ogni lavoro produce   nuove capacità e possibilità di lavoro, poiché crea sempre più organiche   condizioni di lavoro: schedari, spogli bibliografici, raccolta di opere  fondamentali specializzate ecc. Si domanda una lotta rigorosa contro le   abitudini al dilettantismo, all'improvvisazione, alle soluzioni "oratorie" e   declamatorie.

 Il lavoro deve essere fatto specialmente per iscritto, così come   per iscritto devono essere le critiche, in note stringate e succinte, ciò che  si può ottenere distribuendo a tempo il materiale ecc.; lo scrivere le note e   le critiche è principio didattico reso necessario dal bisogno di combattere le   abitudini alla prolissità, alla declamazione e al paralogismo creati   dall'oratoria. Questo tipo di lavoro intellettuale è necessario per fare   acquistare agli autodidatti la disciplina degli studi che procura una carriera   scolastica regolare, per taylorizzare il lavoro intellettuale. Così è utile il   principio degli "anziani di Santa Zita" di cui parla il De Sanctis nei suoi   ricordi sulla scuola napoletana di Basilio Puoti: cioè è utile una certa   "stratificazione" delle capacità ed attitudini e la formazione di gruppi di   lavoro sotto la guida dei più esperti e sviluppati, che accelerino la   preparazione dei più arretrati e grezzi.  Un punto importante nello studio dell'organizzazione pratica della scuola   unitaria è quello riguardante la carriera scolastica nei suoi vari gradi   conformi all'età e allo sviluppo intellettuale-morale degli allievi e ai fini   che la scuola stessa vuole raggiungere. La scuola unitaria o di formazione   umanistica (inteso questo termine di umanismo in senso largo e non solo nel  senso tradizionale) o di cultura generale, dovrebbe proporsi di immettere   nell'attività sociale i giovani dopo averli portati a un certo grado di   maturità e capacità, alla creazione intellettuale e pratica e di autonomia   nell'orientamento e nell'iniziativa. La fissazione dell'età scolastica   obbligatoria dipende dalle condizioni economiche generali, poiché queste   possono costringere a domandare ai giovani e ai ragazzi un certo apporto   produttivo immediato. La scuola unitaria domanda che lo Stato possa assumersi   le spese che oggi sono a carico della famiglia per il mantenimento degli scolari, cioè trasforma il bilancio del dicastero dell'educazione nazionale da   cima a fondo, estendendolo in modo inaudito e complicandolo: la intiera   funzione dell'educazione e formazione delle nuove generazioni diventa da   privata, pubblica, poiché solo così essa può coinvolgere tutte le generazioni   senza distinzione di gruppi o caste. Ma questa trasformazione dell'attività   scolastica domanda un allargamento inaudito dell'organizzazione pratica della   scuola, cioè degli edifizi, del materiale scientifico, del corpo insegnante,  ecc. Il corpo insegnante specialmente dovrebbe essere aumentato, perché la   efficienza della scuola è tanto maggiore e intensa quanto più piccolo è il   rapporto tra maestro e allievi, ciò che prospetta altri problemi non di facile   e rapida soluzione. Anche la quistione degli edifizi non è semplice, perché   questo tipo di scuola, dovrebbe essere una scuola-collegio, con dormitori,   refettori, biblioteche specializzate, sale adatte per il lavoro di seminario,   ecc. Perciò inizialmente il nuovo tipo di scuola dovrà e non potreà non essere   che propria di gruppi ristretti, di giovani scelti per concorso o indicati   sotto la loro responsabilità da istituzioni idonee.  La scuola unitaria dovrebbe corrispondere al periodo rappresentato oggi dalle   elementari e dalle medie, riorganizzate non solo per il contenuto e il metodo   di insegnamento, ma anche per la disposizione dei vari gradi della carriera   scolastica. Il primo grado elementare non dovrebbe essere di più che  tre-quattro anni e accanto all'insegnamento delle prime nozioni "strumentali"   dell'istruzione - leggere, scrivere, far di conto, geografia, storia -   dovrebbe specialmente svolgere la parte che oggi è trascurata dei "diritti e  doveri", cioè le prime nozioni dello Stato e della Società, come elementi   primordiali di una nuova concezione del mondo che entra in lotta contro le   concezioni date dai diversi ambienti sociali tradizionali, cioè le concezioni che si possono chiamare folcloristiche. Il problema didattico da risolvere è   quello di temperare e fecondare l'indirizzo dogmatico che non può non essere   proprio di questi primi anni. Il resto del corso non dovrebbe durare più di   sei anni, in modo che a quindici-sedici anni si dovrebbe poter compiere tutti   i gradi della scuola unitaria.  Si può obiettare che un tale corso è troppo faticoso per la sua rapidità, se  si vogliono raggiungere effettivamente i risultati che l'attuale   organizzazione della scuola classica si propone ma non raggiunge. Si può dire   però che il complesso della nuova organizzazione dovrà contenere in se stessa   gli elementi generali per cui oggi per una parte degli allievi almeno, il   corso è troppo lento. Quali sono questi elementi? In una serie di famiglie,  specialmente dei ceti intellettuali, i ragazzi trovano nella vita familiare   una preparazione, un prolungamento e un'integrazione della vita scolastica,   assorbono, come si dice, dall'"aria" tutta una quantità di nozioni e di   attitudini che facilitano la carriera scolastica propriamente detta: essi   conoscono già e sviluppano la conoscenza della lingua letteraria, cioè il   mezzo di espressione e di conoscenza, tecnicamente superiore ai mezzi  posseduti dalla media della popolazione scolastica dai sei ai dodici anni.   Così gli allievi della città, per il solo fatto di vivere in città, hanno   assorbito già prima dei sei anni una quantità di nozioni e di attitudini che   rendono più facile, più proficua e più rapida la carriera scolastica.   Nell'organizzazione intima della scuola unitaria devono essere create almeno   le principali di queste condizioni, oltre al fatto, che è da supporre, che   parallelamente alla scuola unitaria si sviluppi una rete di asili d'infanzia e   altre istituzioni in cui, anche prima dell'età scolastica i bambini siano   abituati a una certa disciplina collettiva ed acquistino nozioni ed attitudini   prescolastiche. Infatti, la scuola unitaria dovrebbe essere organizzata come  collegio, con vita collettiva diurna e notturna, liberata dalle attuali forme   di disciplina ipocrita e meccanica e lo studio dovrebbe essere fatto  collettivamente, con l'assistenza dei maestri e dei migliori allievi, anche   nelle ore di applicazione così detta individuale, ecc.  Il problema fondamentale si pone per quella fase dell'attuale carriera   scolastica che oggi è rappresentata dal liceo e che oggi non si differenzia   per nulla, come tipo di insegnamento, dalle classi precedenti, altro che per   la supposizione astratta d'una maggiore maturità intellettuale e morale   dell'allievo conforme all'età maggiore e all'esperienza precedentemente   accumulata.  Di fatto ora tra liceo e università, e cioè tra la scuola vera e propria e la   vita, c'è un salto, una vera soluzione di continuità, non un passaggio   razionale dalla quantità (età) alla qualità (maturità intellettuale e morale).   Dall'insegnamento quasi puramente dogmatico, in cui la memoria ha una grande   parte, si passa alla fase creativa o di lavoro autonomo e indipendente; dalla   scuola con disciplina dello studio imposta e controllata autoritativamente si   passa a una fase di studio o di lavoro professionale in cui l'autodisciplina   intellettuale e l'autonomia morale è teoricamente illimitata. E ciò avviene  subito dopo la crisi della pubertà, quando la foga delle passioni istintive ed   elementari non ha ancora finito di lottare coi freni del carattere e della   coscienza morale in formazione. In Italia poi, dove nelle università non è   diffuso il principio del lavoro di "seminario" il passaggio è ancora più   brusco e meccanico.  Ecco dunque che nella scuola unitaria la fase ultima deve essere concepita e   organizzata come la fase decisiva in cui si tende a creare i valori fondamentali   dell' "umanesimo", l'autodisciplina intellettuale e l'autonomia morale  necessarie per l'ulteriore specializzazione sia essa di carattere scientifico  (studi universitari) sia di carattere immediatamente pratico-produttivo   (industria, burocrazia, organizzazione degli scambi, ecc.). Lo studio e   l'apprendimento dei metodi creativi nella scienza e nella vita deve cominciare   in questa ultima fase della scuola e non essere più un monopolio

  dell'università o essere lasciato al caso della vita pratica: questa fase   scolastica  deve già contribuire alla formazione  autonoma negli individui, essere una scuola creativa.   Occorre distinguere tra   scuola creativa e scuola attiva, anche nella forma data dal metodo Dalton. Tutta la scuola unitaria è scuola attiva, sebbene occorra porre dei limiti  alle ideologie libertarie in questo campo e rivendicare con una certa energia   il dovere delle generazioni adulte, cioè dello Stato, di "conformare" le nuove   generazioni. Si è ancora nella fase romantica della scuola attiva, in cui gli   elementi della lotta contro la scuola meccanica e gesuitica si sono dilatati   morbosamente per ragioni di contrasto e di polemica: occorre entrare nella fase "classica", razionale, trovare nei fini da raggiungere la sorgente  naturale per elaborare i metodi e le forme.  La scuola creativa è il coronamento della scuola attiva: nella prima fase si   tende a disciplinare, quindi anche a livellare, a ottenere una certa specie di   "conformismo" che si può chiamare "dinamico"; nella fase creativa, sul   fondamento raggiunto di "collettivizzazione" del tipo sociale, si tende ad   espandere la personalità, divenuta autonoma e responsabile, ma con una  coscienza morale e sociale solida e omogenea. Così scuola creativa non   significa scuola di "inventori e scopritori"; essa indica una fase e un metodo   di ricerca e di conoscenza, e non un "programma" predeterminato con l'obbligo   dell'originalità e dell'innovazione a tutti i costi. Indica che   l'apprendimento avviene specialmente per uno sforzo spontaneo e autonomo del   discente, e in cui il maestro esercita solo una funzione di guida amichevole come avviene o dovrebbe avvenire nell'Università. Scoprire da se stessi, senza   suggerimenti e aiuti esterni, una verità è creazione, anche se la verità è  vecchia, e dimostra il possesso del metodo; indica che in ogni modo si è   entrati nella fase di maturità intellettuale in cui si possono scoprire verità   nuove. Perciò in questa fase l'attività scolastica fondamentale si svolgerà   nei seminari, nelle biblioteche, nei laboratori sperimentali; in essa si   raccoglieranno le indicazioni organiche per l'orientamento professionale.  L'avvento della scuola unitaria significa l'inizio di nuovi rapporti tra   lavoro intellettuale e lavoro industriale non solo nella scuola, ma in tutta   la vita sociale. Il principio unitario si rifletterà perciò in tutti gli organismi di cultura, trasformandoli e dando loro un nuovo contenuto.

  

  Problema della nuova funzione che potranno assumere le università e le  Accademie.

  Oggi queste due istituzioni sono indipendenti l'una dall'altra e le Accademia   sono il simbolo, spesso a ragione deriso, del distacco esistente tra l'alta   cultura e la vita, tra gli intellettuali e il popolo (perciò quella certa   fortuna che ebbero i futuristi nel loro primo periodo di Sturm und Drang   antiaccademico, antitradizionalista ecc.).  In una nuova situazione di rapporti tra vita e cultura, tra lavoro   intellettuale e lavoro industriale, le accademie dovrebbero diventare   l'organizzazione culturale (di sistemazione, espansione e creazione  intellettuale) di quegli elementi che dopo la scuola unitaria passeranno al   lavoro professionale, e un terreno d'incontro tra essi e gli universitari. Gli   elementi sociali impiegati nel lavoro professionale non devono cadere nella   passività intellettuale, ma devono avere a loro disposizione (per iniziativa  collettiva e non di singoli, come funzione sociale organica riconosciuta di   pubblica necessità ed utilità) istituti specializzati in tutte le branche di   ricerca e di lavoro scientifico, ai quali potranno collaborare e in cui   troveranno tutti i sussidi necessari per ogni forma di attività culturale che   intendano intraprendere.

  L'organizzazione accademica dovrà essere riorganizzata e vivificata da cima a fondo.    Territorialmente avrà una centralizzazione di competenze e di  specializzazione:centri nazionali che si aggregheranno le grandi istituzioni   esistenti, sezioni regionali e provinciali e circoli locali urbani e rurali.   Si sezionerà per competenze scientifico-culturali, che saranno tutte   rappresentate nei centri superiori ma solo parzialmente nei circoli locali.   Unificare i vari tipi di organizzazione culturale esistenti: Accademie,  Istituti di cultura, circoli filologici, ecc., integrando il lavoro accademica   tradizionale, che si esplica prevalentemente nella sistemazione del sapere   passato o nel cercare di fissare una media del pensiero nazionale come guida  dell'attività intellettuale, con attività collegate alla vita collettiva, al   mondo della produzione e del lavoro. Si controllerà le conferenze industriali,   l'attività dell'organizzazione scientifica del lavoro, i gabinetti   sperimentali di fabbrica, ecc. Si costruirà un meccanismo per selezionare e   fare avanzare le capacità individuali della massa popolare, che oggi sono   sacrificate e si smarriscono in errori e tentativi senza uscita. Ogni circolo   locale dovrebbe avere necessariamente la sezione di scienze morali e   politiche, e mano a mano organizzare le altre sezioni speciali per discutere   gli aspetti tecnici dei problemi industriali, agrari, di organizzazione e   razionalizzazione del lavoro, di fabbrica, agricolo, burocratico, ecc.   Congressi periodici di diverso grado faranno conoscere i più capaci.  Sarebbe utile avere l'elenco completo delle Accademie e delle altre   organizzazioni culturali oggi esistenti e degli argomenti che sono   prevalentemente trattati nei loro lavori e pubblicati nei loro "Atti": in gran   parte si tratta di cimiteri della cultura, pure esse hanno una funzione nella  psicologia della classe dirigente.  La collaborazione tra questi organismi e le università dovrebbe essere stretta, così come con tutte le scuole superiori specializzate di ogni genere (militari, navali, ecc.). Lo scopo è di ottenere una centralizzazione e un  impulso della cultura nazionale che sarebbero superiori a quelli della Chiesa   cattolica (1).

    (1) Questo schema di organizzazione del lavoro culturale secondo i principi

    generali della scuola unitaria, dovrebbe essere sviluppato in tutte le sue

    parti accuratamente e servire di guida nella costituzione anche del più

    elementare e primitivo centro di cultura, che dovrebbe essere concepito come

    un embrione e una molecola di tutta la più massiccia struttura. Anche le

    iniziative che si sanno transitorie e di esperimento dovrebbero essere

    concepite come capaci di essere assorbite nello schema generale e nello

    stesso tempo come elementi vitali che tendono a creare tutto lo schema.

    Studiare con attenzione l'organizzazione e lo sviluppo del Rotary Club. (N.d.R.)

 

ANTONIO GRAMSCI: l'interpretazione del Risorgimento

            

A cura di  Diego Fusaro

 

Il partito prende il posto, nella coscienza, della divinità e dell'imperativo

categorico .

 

 

IL PARTITO E GLI INTELLETTUALI

La realizzazione del consenso, del blocco storico e, ancor prima, di una prospettiva di trasformazione della società richiede per Gramsci un'organizzazione politica appropriata. Non diversamente da Lenin, Gramsci dà anzi un rilievo centrale al momento propriamente organizzativo dell'azione politico-sociale: " una massa non si 'distingue' e non diventa 'indipendente' senza organizzarsi ". E anche Gramsci, come Lenin, individua nel partito la struttura in grado di porre in essere nel modo più efficace tale organizzazione. Riflettendo sui caratteri e le funzioni che il partito deve avere nell'età contemporanea, egli riscopre l'attualità delle idee di un autore a lui (come a Croce) molto caro: Machiavelli. Per Gramsci il partito è e dev'essere, in larga misura, la reincarnazione del Principe machiavelliano. Naturalmente, come chiariscono alcune celebri pagine dei Quaderni , questo " moderno Principe " non può essere (come in Machiavelli) " una persona reale, un individuo concreto": esso è invece " un organismo, un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta ed affermatasi parzialmente nell'azione . " Tuttavia, non diversamente dal Principe, il partito opera in modo specificamente ed esclusivamente politico, in vista di fini e obiettivi pur essi soltanto politici.

Di conseguenza esso si  riferisce a una scala di valori e a criteri di condotta, i quali non possono essere valutati alla luce di astratti principi extra-politici. L'unico metro di giudizio è l'efficacia della sua azione: un'efficacia che si misura esclusivamente in rapporto al traguardo della trasformazione democratico-socialista della società. Per vari aspetti la teorizzazione gramsciana del partito-Principe assume toni e accenti simili a quelli che si

trovano in Lenin. Il partito, scrive ad esempio Gramsci, " prende il posto, nella coscienza, della divinità e dell'imperativo categorico ". Esso diventa l'unico principio, l'unico punto di riferimento dei soggetti impegnati nell'azione rivoluzionaria. Sotto altri profili le posizioni di Gramsci sono invece sensibilmente diverse da quelle di Lenin. Intanto egli appare molto più sensibile dell'eroe della Rivoluzione russa all'istanza di una conduzione democratica della vita interna del partito. In secondo luogo (e soprattutto) quest'ultimo non risulta edificato e operante in uno stato di 'separatezza' rispetto alla realtà della classe operaia e della restante società civile: al contrario esso viene strettamente intrecciato sia alla prima che alla seconda, così da coglierne adeguatamente i modi d'essere e le esigenze. Ma l'aspetto più caratteristico della concezione gramsciana del partito è il ruolo da essa assegnato agli intellettuali. Per Gramsci " non c'è organizzazione senza intellettuali ": solo essi, in effetti, possono dare al proletariato " la coscienza della sua missione storica ". Partito da questa premessa, in larga misura leninista, Gramsci è poi andato molto al di là di Lenin. Nessuno dei grandi teorici del marxismo contemporaneo ha sottolineato più di lui

l'indispensabile nesso che deve sussistere fra teoria e politica, fra trasformazione rivoluzionaria del mondo e tradizione culturale borghese. E proprio gli intellettuali sono i preziosi, insostituibili depositari di tale tradizione. Essi sono, scrive Gramsci, i " rappresentanti della scienza e della tecnica ", in grado di offrire i lumi e gli strumenti di queste alla causa rivoluzionaria. Solo essi, inoltre, possono realizzare appropriatamente

quell'azione ammaestratrice in seno alla società che, come si è visto, appare a Gramsci un fattore indispensabile di crescita della coscienza democratico-socialista. E solo essi, infine, possono interpretare adeguatamente le linee di tendenza e le aspirazioni profonde della realtà sociale contemporanea. Naturalmente Gramsci ha in mente non già un intellettuale astratto, dedito a studi puramente speculativi, bensì un uomo capace di " mescolarsi attivamente alla vita pratica come costruttore, organizzatore, persuasore permanente ". Questo intellettuale deve essere o diventare un uomo capace di parlare alle masse lavoratrici, di mediare l'alta cultura e i princìpi della strategia politica con le energie e le capacità di comprensione della gente comune. Il riferimento di fondo di questa attività di illuminazione e di mediazione resta peraltro il partito, rispetto al quale l'intellettuale viene concepito da Gramsci come una ,sorta di componente organica. E in effetti l'espressione " intellettuale organico " viene usata nei Quaderni del carcere per sottolineare la stretta connessione che deve esistere tra l'opera dell'uomo di cultura politicamente impegnato e la realtà del partito. D'altra parte, nella misura in cui quest'ultimo è in parte guidato da intellettuali e più in generale da una robusta coscienza teorica, da un pensiero culturalmente attrezzato, esso stesso si configura come una sorta di " intellettuale collettivo": un'espressione che esprime da un lato la già notata esigenza gramsciana che intelligenza e cultura, abbandonata ogni 'separatezza' elitaria, si reintegrino nel processo autoemancipativo dei ceti lavoratori; e dall'altro che l'organizzazione (politica) di tale processo dia adeguato spazio e rilievo al pensiero e al sapere. Il partito deve essere per Gramsci la mente non meno che il braccio della trasformazione democratico-socialista del mondo.

 

 

 

 

Tesi del III Congresso del Partito Comunista d'Italia, di Antonio Gramsci

 

Lione, gennaio 1926

di Antonio Gramsci

1.     La trasformazione dei partiti comunisti, nei quali si raccoglie

      l'avanguardia della classe operaia, in partiti bolscevichi, si può

      considerare, nel momento presente, come il compito fondamentale

      dell'Internazionale comunista. Questo compito deve essere posto in

      relazione con lo sviluppo storico del movimento operaio internazionale, e

      in particolare con la lotta svoltasi nell'interno di esso, tra il marxismo

      e le correnti che costituivano una deviazione dai principi e dalla pratica

      della lotta di classe rivoluzionaria. In Italia il compito di creare un

      partito bolscevico assume tutto il rilievo che è necessario soltanto se si

      tengono presenti le vicende del movimento operaio dai suoi inizi e le

      deficienze fondamentali che in esse si sono rivelate.

      2. La nascita del movimento operaio ebbe luogo in ogni paese in forme

      diverse. Di comune vi fu in ogni luogo la spontanea ribellione del

      proletariato contro il capitalismo. Questa ribellione assunse però in ogni

      nazione una forma specifica, la quale era il riflesso e conseguenza delle

      particolari caratteristiche nazionali degli elementi che, provenendo dalla

      piccola borghesia e dai contadini, avevano contribuito a formare la grande

      massa del proletariato industriale. Il marxismo costituì l'elemento

      cosciente, scientifico e superiore al particolarismo delle varie tendenze

      di carattere e origine nazionale e condusse contro di esse una lotta nel

      campo teorico e nel campo dell'organizzazione. 

      Tutto il processo formativo della I Internazionale ebbe come cardine

      questa lotta, la quale si conchiuse con la espulsione del bakuninismo

      dalla Internazionale. Quando la I Internazionale cessò di esistere, il

      marxismo aveva ormai trionfato nel movimento operaio. La II Internazionale

      si formò infatti di partiti i quali si richiamavano tutti al marxismo e lo

      prendevano come fondamento della loro tattica in tutte le questioni

      essenziali. Dopo la vittoria del marxismo, le tendenze di carattere

      nazionale delle quali esso aveva trionfato cercarono di manifestarsi per

      altra via, risorgendo nel seno stesso del marxismo come forme di

      revisionismo. 

      Questo processo fu favorito dallo sviluppo della fase imperialistica del

      capitalismo. Sono strettamente connessi con questo fenomeno i seguenti tre

      fatti: il venir meno nelle file del movimento operaio della critica dello

      Stato, parte essenziale della dottrina marxista, alla quale si

      sostituiscono le utopie democratiche; il formarsi di un'aristocrazia

      operaia; un nuovo spostamento di masse dalla piccola borghesia e dai

      contadini al proletariato, quindi una nuova diffusione tra il proletariato

      di correnti ideologiche di carattere nazionale, contrastanti col marxismo.

      Il processo di degenerazione della II Internazionale assunse così la forma

      di una lotta contro il marxismo che si svolgeva nell'interno del marxismo

      stesso. Esso culminò nello sfacelo provocato dalla guerra. 

      Il solo partito che si salvò dalla degenerazione è il Partito bolscevico,

      il quale riuscì a mantenersi alla testa del movimento operaio del proprio

      paese, espulse dal proprio seno le tendenze antimarxiste ed elaborò,

      attraverso le esperienze di tre rivoluzioni, il leninismo, che è il

      marxismo dell'epoca del capitalismo monopolista, delle guerre imperialiste

      e della rivoluzione proletaria. Viene così storicamente determinata la

      posizione del Partito bolscevico nella fondazione e a capo della III

      Internazionale, e sono posti i termini del problema di richiamare

      l'avanguardia del proletariato alla dottrina e alla pratica del marxismo

      rivoluzionario, superando e liquidando completamente ogni corrente

      antimarxista.

      3. In Italia le origini e le vicende del movimento operaio furono tali che

      non si costituì mai, prima della guerra, una corrente di sinistra marxista

      che avesse un carattere di permanenza e di continuità. Il carattere

      originario del movimento operaio italiano fu molto confuso; vi confluirono

      tendenze diverse, dall'idealismo mazziniano al generico umanitarismo dei

      cooperatori e dei fautori della mutualità e al bakuninismo, il quale

      sosteneva che esistevano in Italia, anche prima dello sviluppo del

      capitalismo, le condizioni per passare direttamente al socialismo. La

      tarda origine e la debolezza dell'industrialismo fecero mancare l'elemento

      chiarificatore dato dalla esistenza di un forte proletariato, ed ebbero

      come conseguenza, che anche la scissione degli anarchici dai socialisti si

      ebbe con un ritardo di una ventina d'anni (1892, Congresso di Genova). 

      Nel Partito socialista italiano come uscì dal Congresso di Genova due

      erano le correnti dominanti. Da una parte vi era un gruppo di

      intellettuali che non rappresentavano più della tendenza a una riforma

      democratica dello Stato: il loro marxismo non andava oltre il proposito di

      suscitare e organizzare le forze del proletariato per farle servire alla

      instaurazione della democrazia (Turati, Bissolati, ecc.). Dall'altra parte

      un gruppo più direttamente collegato con il movimento proletario,

      rappresentante una tendenza operaia, ma sfornito di qualsiasi adeguata

      coscienza teorica (Lazzari). Fino al '900 il partito non si propose altri

      fini che di carattere democratico. Conquistata nel '900, la libertà di

      organizzazione e iniziatasi una fase democratica, fu evidente la

      incapacità di tutti i gruppi che lo componevano a dargli una fisionomia di

      un partito marxista del proletariato. Gli elementi intellettuali si

      staccarono anzi sempre più dalla classe operaia, né ebbe un risultato il

      tentativo, dovuto a un altro strato di intellettuali e piccoli borghesi,

      di costituire una sinistra marxista che prese forma nel sindacalismo. 

      Come reazione a questo tentativo trionfò in seno al partito la frazione

      integralista, la quale fu la espressione, nel suo vuoto verbalismo

      conciliatorista, di una caratteristica fondamentale del movimento operaio

      italiano, che si spiega essa pure con la debolezza dell'industrialismo, e

      con la deficiente coscienza critica del proletariato. Il rivoluzionarismo

      degli anni precedenti la guerra mantenne intatta questa caratteristica,

      non riuscendo mai a superare i confini del generico popolarismo per

      giungere alla costruzione di un partito di classe operaia e alla

      applicazione del metodo della lotta di classe. Nel seno di questa corrente

      rivoluzionaria si incominciò, già prima della guerra, a differenziare il

      gruppo di "estrema sinistra" il quale sosteneva le tesi del marxismo

      rivoluzionario, in modo saltuario però e senza riuscire ad esercitare

      sullo sviluppo del movimento operaio una influenza reale. 

      In questo modo si spiega il carattere negativo ed equivoco che ebbe la

      opposizione del Partito socialista alla guerra e si spiega come il Partito

      socialista si trovasse, dopo la guerra, davanti ad una situazione

      rivoluzionaria immediata, senza avere né risolto, né posto nessuno dei

      problemi fondamentali che la organizzazione politica del proletariato deve

      risolvere per attuare i suoi compiti: in prima linea il problema della

      "scelta della classe" e della forma organizzativa ad essa adeguata; poi il

      problema del programma del partito, quello della sua ideologia, e infine i

      problemi di strategia e di tattica la cui risoluzione porta a stringere

      attorno al proletariato le forze che gli sono naturalmente alleate nella

      lotta contro lo Stato e a guidarlo alla conquista del potere. La

      accumulazione sistematica di una esperienza che possa contribuire in modo

      positivo alla risoluzione di questi problemi si inizia in Italia soltanto

      dopo la guerra. Soltanto col Congresso di Livorno sono poste le basi

      costitutive del partito di classe del proletariato il quale, per diventare

      un partito bolscevico e attuare in pieno la sua funzione, deve liquidare

      tutte le tendenze antimarxiste tradizionalmente proprie del movimento

      operaio.

       

      Analisi della struttura sociale italiana

      4. Il capitalismo è l'elemento predominante nella società italiana e la

      forza che prevale nel determinare lo sviluppo di essa. Da questo dato

      fondamentale deriva la conseguenza che non esiste in Italia possibilità di

      una rivoluzione che non sia la rivoluzione socialista. Nei paesi

      capitalistici la sola classe che può attuare una trasformazione sociale

      reale e profonda è la classe operaia. Soltanto la classe operaia è capace

      di tradurre in atto i rivolgimenti di carattere economico e politico che

      sono necessari perché le energie del nostro paese abbiano libertà e

      possibilità di sviluppo complete. Il modo come essa attuerà questa sua

      funzione rivoluzionaria è in relazione con il grado di sviluppo del

      capitalismo in Italia e con la struttura sociale che ad esso corrisponde.

      5. L'industrialismo, che è la porta essenziale del capitalismo, è in

      Italia assai debole. Le sue possibilità di sviluppo sono limitate e per la

      situazione geografica e per la mancanza di materie prime. Esso non riesce

      quindi ad assorbire la maggioranza della popolazione italiana (4 milioni

      di operai industriali stanno di fronte a 3 milioni e mezzo di operai

      agricoli e a 4 milioni di contadini). Si oppone all'industrialismo una

      agricoltura la quale si presenta naturalmente come base della economia del

      paese. Le variatissime condizioni del suolo, e le conseguenti differenze

      di colture e sistemi di conduzione, provocano però una forte

      differenziazione dei ceti rurali, con una prevalenza degli strati poveri,

      più vicini alle condizioni del proletariato e più facili a subire la sua

      influenza e ad accettarne la guida. Tra le classi industriali ed agrarie

      si pone una piccola borghesia urbana abbastanza estesa e che ha importanza

      assai grande. Essa consta in prevalenza di artigiani, professionisti e

      impiegati dello Stato.

      6. La debolezza intrinseca del capitalismo costringe la classe industriale

      ad adottare degli espedienti per garantirsi il controllo sopra tutta la

      economia del paese. Questi espedienti si riducono in sostanza a un sistema

      di compromessi economici tra una parte degli industriali e una parte delle

      classi agricole, e precisamente i grandi proprietari di terre. Non ha

      quindi luogo la tradizionale lotta economica tra industriali ed agrari, né

      ha luogo la rotazione di gruppi dirigenti che essa determina in altri

      paesi. Gli industriali non hanno d'altra parte bisogno di sostenere,

      contro gli agrari, una politica economica la quale assicuri il continuo

      afflusso di mano d'opera dalle campagne alle fabbriche, perché questo

      afflusso è garantito dalla esuberanza di popolazione agricola povera che è

      caratteristica dell'Italia. L'accordo industriale-agrario si basa sopra

      una solidarietà di interessi tra alcuni gruppi privilegiati, ai danni

      degli interessi generali della produzione e della maggioranza di chi

      lavora. Esso determina una accumulazione di ricchezza nelle mani dei

      grandi industriali, che è conseguenza di una spoliazione sistematica di

      intiere categorie della popolazione e di intiere regioni del paese. I

      risultati di questa politica economica sono infatti il deficit del

      bilancio economico, l'arresto dello sviluppo economico di intiere regioni

      (Mezzogiorno, Isole), l'impedimento al sorgere e allo sviluppo di una

      economia maggiormente adatta alla struttura del paese e alle sue risorse,

      la miseria crescente della popolazione lavoratrice, l'esistenza di una

      continua corrente di emigrazione e il conseguente impoverimento

      demografico.

      7. Come non controlla naturalmente tutta la economia così la classe

      industriale non riesce a organizzare da sola la società intiera e lo

      Stato. La costruzione di uno Stato nazionale non le è resa possibile che

      dallo sfruttamento di fattori di politica internazionale (cosiddetto

      Risorgimento). Per il rafforzamento di esso e per la sua difesa è

      necessario il compromesso con le classi sulle quali la industria esercita

      una egemonia limitata, particolarmente gli agrari e la piccola borghesia.

      Di qui una eterogeneità e una debolezza di tutta la struttura sociale e

      dello Stato che ne è espressione.

      7 bis. Un riflesso della debolezza della struttura sociale si ha, in modo

      tipico, prima della guerra, nell'esercito. Una cerchia ristretta di

      ufficiali, sforniti del prestigio di capi (vecchie classi dirigenti

      agrarie, nuove classi industriali), ha sotto di sé una casta di ufficiali

      subalterni burocratizzata (piccola borghesia), la quale è incapace di

      servire come collegamento con la massa dei soldati indisciplinata e

      abbandonata a se stessa. Nella guerra tutto l'esercito è costretto a

      riorganizzarsi dal basso, dopo una eliminazione dei gradi superiori e una

      trasformazione di struttura organizzativa che corrisponde all'avvento di

      una nuova categoria di ufficiali subalterni. Questo fenomeno precorre

      l'analogo rivolgimento che il fascismo compirà nei confronti dello Stato

      su scala più vasta.

      8. I rapporti tra industria e agricoltura, che sono essenziali per la vita

      economica di un paese e per la determinazione delle sovrastrutture

      politiche, hanno in Italia una base territoriale. Nel Settentrione sono

      accentrate in alcuni grandi centri la produzione e la popolazione

      agricola. In conseguenza di ciò, tutti i contrasti inerenti alla struttura

      sociale del paese contengono in sé un elemento che tocca la unità dello

      Stato e la mette in pericolo. La soluzione del problema viene cercata dai

      gruppi dirigenti borghesi e agrari attraverso un compromesso. Nessuno di

      questi gruppi possiede naturalmente un carattere unitario e una funzione

      unitaria. Il compromesso col quale l'unità viene salvata è d'altra parte

      tale da rendere più grave la situazione. Esso dà alle popolazioni

      lavoratrici del Mezzogiorno una posizione analoga a quella delle

      popolazioni coloniali. La grande industria del Nord adempie verso di esse

      la funzione delle metropoli capitalistiche: i grandi proprietari di terre

      e la stessa media borghesia meridionale si pongono invece nella situazione

      delle categorie che nelle colonie si alleano alla metropoli per mantenere

      soggetta la massa del popolo che lavora. Lo sfruttamento economico e la

      oppressione politica si uniscono quindi per fare della popolazione

      lavoratrice del Mezzogiorno una forza continuamente mobilitata contro lo

      Stato.

      9. Il proletariato ha in Italia una importanza superiore a quella che ha

      in altri paesi europei anche di capitalismo progredito, paragonabile solo

      a quella che aveva nella Russia prima della rivoluzione. Ciò è in

      relazione anzitutto con il fatto che per la scarsezza di materie prime

      l'industria si basa in preferenza sulla mano d'opera (maestranze

      specializzate), indi con la eterogeneità e con i contrasti di interessi

      che indeboliscono le classi dirigenti. Di fronte a questa eterogeneità il

      proletariato si presenta come l'unico elemento che per la sua natura ha

      una funzione unificatrice e coordinatrice di tutta la società. Il suo

      programma di classe è il solo programma "unitario", cioè il solo la cui

      attuazione non porta ad approfondire i contrasti tra i diversi elementi

      della economia e della società e non porta a spezzare l'unità dello Stato.

      Accanto al proletariato industriale inoltre esiste una grande massa di

      proletari agricoli, accentrata soprattutto nella Valle del Po, facilmente

      influenzata dagli operai della industria e quindi agevolmente mobilitabile

      nella lotta contro il capitalismo e lo Stato. Si ha inoltre in Italia una

      conferma della tesi che le più favorevoli condizioni per la rivoluzione

      proletaria non si hanno necessariamente sempre nei paesi dove il

      capitalismo e l'industrialismo sono giunti al più alto grado del loro

      sviluppo, ma si possono invece aver là dove il tessuto del sistema

      capitalistico offre minori resistenze, per le sue debolezze di struttura,

      a un attacco della classe rivoluzionaria e dei suoi alleati.

       

      La politica della borghesia italiana

      10. Lo scopo che le classi dirigenti italiane si proposero di raggiungere

      dalle origini dello Stato unitario in poi, fu quello di tenere soggette le

      grandi masse della popolazione lavoratrice, e impedire loro di diventare,

      organizzandosi intorno al proletariato industriale e agricolo, una forza

      rivoluzionaria capace di attuare un completo rivolgimento sociale e

      politico e dare vita a uno Stato proletario. La debolezza intrinseca del

      capitalismo le costrinse però a porre come base dell'ordinamento economico

      e dello Stato borghese una unità ottenuta per via di compromessi tra

      gruppi non omogenei. In una vasta prospettiva storica questo sistema si

      dimostra non adeguato allo scopo cui tende. Ogni forma di compromesso fra

      i diversi gruppi dirigenti della società italiana si risolve infatti in un

      ostacolo posto allo sviluppo dell'una o dell'altra parte della economia

      del paese. Così vengono determinati nuovi contrasti e nuove reazioni della

      maggioranza della popolazione, si rende necessario accentuare la pressione

      sopra le masse e si produce una spinta sempre più decisiva alla

      mobilitazione di esse per la rivolta contro lo Stato.

      11. Il primo periodo di vita dello Stato italiano (1870-1890) è quello

      della maggiore debolezza. Le due parti di cui si compone la classe

      dirigente, gli intellettuali borghesi da una parte e i capitalisti

      dall'altra, sono uniti nel proposito di mantenere l'unità, ma divisi circa

      la forma da dare allo Stato unitario. Manca tra di esse una omogeneità

      positiva. I problemi che lo Stato si propone sono limitati; essi

      riguardano piuttosto la forma che la sostanza del dominio politico della

      borghesia; sovrasta a tutti il problema del pareggio, che è un problema di

      pura conservazione. La coscienza della necessità di allargare la base

      delle classi che dirigono lo Stato si ha soltanto con gli inizi del

      "trasformismo". La maggiore debolezza dello Stato è data in questo periodo

      dal fatto che al di fuori di esso il Vaticano raccoglie attorno a sé un

      blocco reazionario e antistatale costruito dagli agrari e dalla grande

      massa dei contadini arretrati, controllati e diretti dai ricchi

      proprietari e dai preti. Il programma del Vaticano consta di due parti:

      esso vuole lottare contro lo Stato borghese unitario e "liberale" e in

      pari tempo si propone di costituire, con i contadini, un esercito di

      riserva contro l'avanzata del proletariato socialista, che sarà provocata

      dallo sviluppo della industria. Lo Stato reagisce al sabotaggio che il

      Vaticano compie ai suoi danni e si ha tutta una legislazione di contenuto

      e di scopi anticlericali.

      12. Nel periodo che corre dal 1890 al 1900 la borghesia si pone

      risolutamente il problema di organizzare la propria dittatura e lo risolve

      con una serie di provvedimenti di carattere politico ed economico da cui è

      determinata la successiva storia italiana. Anzitutto si risolve il

      dissidio tra la borghesia intellettuale e gli industriali: l'avvento al

      potere di Crispi ne è il segno. La borghesia così rafforzata risolve la

      questione dei suoi rapporti con l'estero (Triplice alleanza) acquistando

      una sicurezza che le permette dei tentativi di piazzarsi nel campo della

      concorrenza internazionale per la conquista dei mercati coloniali.

      All'interno la dittatura borghese si instaura politicamente con una

      restrizione del diritto di voto che riduce il corpo elettorale a poco più

      di un milione di elettori su 30 milioni di abitanti. Nel campo economico

      l'introduzione del protezionismo industriale-agrario corrisponde al

      proposito del capitalismo di acquistare il controllo di tutta la ricchezza

      nazionale. Viene a mezzo di esso saldata una alleanza tra gli industriali

      e gli agrari. Questa alleanza strappa al Vaticano una parte delle forze

      che esso aveva raccolto attorno a sé, soprattutto tra i proprietari di

      terre del Mezzogiorno, e le fa entrare nel quadro dello Stato borghese. Il

      Vaticano stesso avverte del resto la necessità di dare maggiore rilievo

      alla parte del suo programma reazionario che riguarda la resistenza al

      movimento operaio e prende posizione contro il socialismo con l'enciclica

      Rerum Novarum. Al pericolo che il Vaticano continua però a rappresentare

      per lo Stato le classi dirigenti reagiscono dandosi una organizzazione

      unitaria con un programma anticlericale, nella massoneria. I primi

      progressi reali del movimento operaio si hanno infatti in questo periodo.

      L'instaurazione della dittatura industriale-agraria pone nei suoi termini

      reali il problema della rivoluzione determinando i fattori storici di

      essa. Sorge nel Nord un proletariato industriale e agricolo, mentre nel

      Sud la popolazione agricola, sottoposta a un sistema di sfruttamento

      "coloniale", deve essere tenuta soggetta con una compressione politica

      sempre più forte. I termini della "questione meridionale" vengono posti,

      in questo periodo, in modo netto. E spontaneamente, senza l'intervento di

      un fattore cosciente e senza nemmeno che il Partito socialista tragga da

      questo fatto una indicazione per la sua strategia di partito della classe

      operaia, si verifica in questo periodo per la prima volta il confluire dei

      tentativi insurrezionali del proletariato settentrionale, con una rivolta

      di contadini meridionali (fasci siciliani).

      13. Spezzati i primi tentativi del proletariato e dei contadini di

      insorgere contro lo Stato, la borghesia italiana consolidata può adottare,

      per ostacolare i progressi del movimento operaio, i metodi esteriori della

      democrazia e quelli della corruzione politica verso la parte più avanzata

      della popolazione lavoratrice (aristocrazia operaia) per renderla complice

      della dittatura reazionaria che essa continua ad esercitare, e impedirle

      di diventare il centro insurrezionale popolare contro lo Stato

      (giolittismo). Si ha però, tra il 1900 e il 1910, una fase di

      concentrazione industriale ed agraria. Il proletariato agricolo cresce del

      50 per cento a danno delle categorie degli obbligati, mezzadri e

      fittavoli. Di qui una ondata di movimenti agricoli, e un nuovo

      orientamento dei contadini che costringe lo stesso Vaticano a reagire con

      la fondazione dell' "Azione Cattolica" e con un movimento "sociale" che

      giunge, nelle sue forme estreme, fino ad assumere le parvenze di una

      riforma religiosa (modernismo). A questa reazione del Vaticano per non

      lasciarsi sfuggire le masse corrisponde l'accordo dei cattolici con le

      forze dirigenti per dare allo Stato una base più sicura (abolizione del

      non exspedit, patto Gentiloni). Anche verso la fine di questo terzo

      periodo (1914) i diversi movimenti parziali del proletariato e dei

      contadini culminano in un nuovo inconscio tentativo di saldatura delle

      diverse forze di massa antistatali, in una insurrezione contro lo Stato

      reazionario. Da questo tentativo viene già posto con sufficiente rilievo

      il problema della necessità che il proletariato organizzi, nel suo seno,

      un partito di classe che gli dia la capacità di porsi a capo della

      insurrezione e di guidarla.

      14. Il massimo di concentrazione economica nel campo industriale si ha nel

      dopoguerra. Il proletariato raggiunge il più alto grado di organizzazione

      e ad esso corrisponde il massimo di disgregazione delle classi dirigenti

      dello Stato. Tutte le contraddizioni insite nell'organismo sociale

      italiano affiorano con la massima crudezza per il risveglio delle masse

      anche le più arretrate alla vita politica provocato dalla guerra e dalle

      sue conseguenze immediate. E, come sempre, l'avanzata degli operai

      dell'industria e dell'agricoltura si accompagna a una agitazione profonda

      delle masse dei contadini, sia del Mezzogiorno che delle altre regioni. I

      grandi scioperi e la occupazione delle fabbriche che si svolgono

      contemporaneamente alla occupazione delle terre. La resistenza delle forze

      reazionarie si esercita ancora secondo la direzione tradizionale. Il

      Vaticano consente che accanto all' "Azione Cattolica" si formi un vero e

      proprio partito, il quale si propone di inserire le masse contadine entro

      il quadro dello Stato borghese apparentemente accontentando le loro

      aspirazioni di redenzione economica e di democrazia politica. Le classi

      dirigenti a loro volta attuano in grande stile il piano di corruzione e di

      disgregazione interna del movimento operaio, facendo apparire ai capi

      opportunisti la possibilità che una aristocrazia operaia collabori al

      governo in un tentativo di soluzione "riformista" del problema dello Stato

      (governo di sinistra). Ma in un paese povero e disunito come l'Italia,

      l'affacciarsi di una soluzione "riformista" del problema dello Stato

      provoca inevitabilmente la disgregazione della compagine statale e

      sociale, la quale non resiste all'urto dei numerosi gruppi in cui le

      stesse classi dirigenti e le classi intermedie si polverizzano. Ogni

      gruppo ha esigenze di protezione economica e di autonomia politica sue

      proprie, e, nell'assenza di un omogeneo nucleo di classe che sappia

      imporre, con la sua dittatura, una disciplina di lavoro e di produzione a

      tutto il paese, sbaragliando ed eliminando gli sfruttatori capitalistici

      ed agrari, il governo viene reso impossibile e la crisi del potere è

      continuamente aperta. La sconfitta del proletariato rivoluzionario è

      dovuta, in questo periodo decisivo, alle deficienze politiche,

      organizzative, tattiche e strategiche del partito dei lavoratori. In

      conseguenza di queste deficienze il proletariato non riesce a mettersi a

      capo della insurrezione della grande maggioranza della popolazione e a

      farla sboccare nella creazione di uno Stato operaio; esso stesso subisce

      invece l'influenza di altre classi sociali che ne paralizzano l'azione. La

      vittoria del fascismo nel 1922 deve essere considerata quindi non come una

      vittoria riportata sulla rivoluzione, ma come la conseguenza della

      sconfitta toccata alle forze rivoluzionarie per loro intrinseco difetto.

       

      Il fascismo e la sua politica

      15. Il fascismo, come movimento di reazione armata che si propone lo scopo

      di disgregare e di disorganizzare la classe lavoratrice per

      immobilizzarla, rientra nel quadro della politica tradizionale delle

      classi dirigenti italiane, e nella lotta del capitalismo contro la classe

      operaia. Esso è perciò favorito nelle sue origini, nella sua

      organizzazione e nel suo cammino da tutti indistintamente i vecchi gruppi

      dirigenti, a preferenza però dagli agrari i quali sentono più minacciosa

      la pressione delle plebi rurali. 

      Socialmente però il fascismo trova la sua base nella piccola borghesia

      urbana e in una nuova borghesia agraria sorta da una trasformazione della

      proprietà rurale in alcune regioni (fenomeni di capitalismo agrario

      nell'Emilia, origine di una categoria di intermediari di campagna, "borse

      della terra", nuove ripartizioni di terreni). Questo fatto è il fatto di

      aver trovato una unità ideologica e organizzata nelle formazioni militari

      in cui rivive la tradizione della guerra (arditismo) e che servono alla

      guerriglia contro i lavoratori, permettendo al fascismo di concepire ed

      attuare un piano di conquista dello Stato in contrapposizione ai vecchi

      ceti dirigenti. 

      Assurdo parlare di rivoluzione. Le nuove energie che si raccolgono attorno

      al fascismo traggono però dalla loro origine una omogeneità e una comune

      mentalità di "capitalismo nascente". Ciò spiega come sia possibile la

      lotta contro gli uomini politici del passato e come esse possano

      giustificarla con una costruzione ideologica in contrasto con le teorie

      tradizionali dello Stato e dei suoi rapporti con i cittadini. 

      Nella sostanza il fascismo modifica il programma di conservazione e di

      reazione che ha sempre dominato la politica italiana soltanto per un

      diverso modo di concepire il processo di unificazione delle forze

      reazionarie. Alla tattica degli accordi e dei compromessi esso sostituisce

      il proposito di realizzare una unità organica di tutte le forze della

      borghesia in un solo organismo politico sotto il controllo di una unica

      centrale che dovrebbe dirigere insieme il partito, il governo e lo Stato.

      Questo proposito corrisponde alla volontà di resistere a fondo ad ogni

      attacco rivoluzionario, il che permette al fascismo di raccogliere le

      adesioni della parte più decisamente reazionaria della borghesia

      industriale e degli agrari.

      16. Il metodo fascista di difesa dell'ordine, della proprietà e dello

      Stato è, ancora più del sistema tradizionale dei compromessi e della

      politica di sinistra, disgregatore della compagine sociale e delle sue

      sovrastrutture politiche. Le reazioni che esso provoca devono essere

      esaminate in relazione alla sua applicazione sia nel campo economico che

      nel campo politico. Nel campo politico, anzitutto, l'unità organica della

      borghesia nel fascismo non si realizza immediatamente dopo la conquista

      del potere. 

      Al di fuori del fascismo rimangono i centri di opposizione borghese al

      regime. Da una parte non viene assorbito il gruppo che tiene fede alla

      soluzione giolittiana del problema Stato. Questo gruppo si collega a una

      sezione della borghesia industriale e, con un programma di riformismo

      "laburista", esercita influenza sopra strati di operai e piccoli borghesi.

      Dall'altra parte il programma di fondare lo Stato sopra una democrazia

      rurale del Mezzogiorno e sopra la parte "sana" della industria

      settentrionale ("Corriere della sera", liberismo, Nitti) tende a diventare

      programma di una organizzazione politica di opposizione al fascismo con

      basi di massa nel Mezzogiorno (Unione nazionale). 

      Il fascismo è costretto a lottare contro questi gruppi superstiti molto

      vivacemente e a lottare con vivacità anche maggiore contro la massoneria,

      che esso considera giustamente come centro di organizzazione di tutte le

      tradizionali forze di sostegno dello Stato. Questa lotta, che è, volere o

      no, l'indizio di una spezzatura del blocco delle forze conservatrici e

      antiproletarie, può in determinate circostanze favorire lo sviluppo e

      l'affermazione del proletariato come terzo e decisivo fattore di una

      situazione politica. 

      Nel campo economico il fascismo agisce come strumento di una oligarchia

      industriale e agraria per accentrare nelle mani del capitalismo il

      controllo di tutte le ricchezze del paese. Ciò non può fare a meno di

      provocare un malcontento nella piccola borghesia la quale, con l'avvento

      del fascismo, credeva giunta l'era del suo dominio. Tutta una serie di

      misure viene adottata dal fascismo per favorire una nuova concentrazione

      industriale (abolizione della imposta di successione, politica finanziaria

      e fiscale, inasprimento del protezionismo), e ad esse corrispondono altre

      misure a favore degli agrari e contro i piccoli e medi coltivatori

      (imposte, dazio sul grano, "battaglia del grano"). 

      L'accumulazione che queste misure determinano non è un accrescimento di

      ricchezza nazionale, ma è spoliazione di una classe a favore di un'altra,

      e cioè delle classi lavoratrici e medie a favore della plutocrazia. Il

      disegno di favorire la plutocrazia appare sfacciatamente nel progetto di

      legalizzare nel nuovo codice di commercio il regime delle azioni

      privilegiate; un piccolo pugno di finanzieri viene, in questo modo, posto

      in condizioni di poter disporre senza controllo di ingenti masse di

      risparmio provenienti dalla media e piccola borghesia e queste categorie

      sono espropriate del diritto di disporre della loro ricchezza. 

      Nello stesso piano, ma con conseguenze politiche più vaste, rientra il

      progetto di unificazione delle banche di emissione, cioè, in pratica, di

      soppressione delle due grandi banche meridionali. Queste due banche

      adempiono oggi la funzione di assorbire i risparmi del Mezzogiorno e le

      rimesse degli emigranti (600 milioni), cioè la funzione che nel passato

      adempivano lo Stato con la emissione di buoni del tesoro e la Banca di

      sconto nell'interesse di una parte dell'industria pesante del Nord. Le

      banche meridionali sono state controllate fino ad ora dalle stesse classi

      dirigenti del Mezzogiorno, le quali hanno trovato in questo controllo una

      base reale del loro dominio politico. La soppressione delle banche

      meridionali come banche di emissione farà passare questa funzione alla

      grande industria del Nord che controlla, attraverso la Banca commerciale,

      la Banca d'Italia e verrà in questo modo accentuato lo sfruttamento

      economico "coloniale" e l'impoverimento del Mezzogiorno, nonché accelerato

      il lento processo di distacco dallo Stato anche della piccola borghesia

      meridionale. La politica economica del fascismo si completa con i

      provvedimenti intesi a rialzare il corso della moneta, a risanare il

      bilancio dello Stato, a pagare i debiti di guerra e a favorire

      l'intervento del capitale inglese-americano in Italia. In tutti questi

      campi il fascismo attua il programma della plutocrazia (Nitti) e di una

      minoranza industriale-agraria ai danni della grande maggioranza della

      popolazione le cui condizioni di vita sono progressivamente peggiorate. 

      Coronamento di tutta la propaganda ideologica, dell'azione politica ed

      economica del fascismo è la tendenza di esso all' "imperialismo". Questa

      tendenza è la espressione del bisogno sentito dalle classi dirigenti

      industriali-agrarie italiane di trovare fuori del campo nazionale gli

      elementi per la risoluzione della crisi della società italiana. Sono in

      essa i germi di una guerra che verrà combattuta, in apparenza, per

      l'espansione italiana ma nella quale in realtà l'Italia fascista sarà uno

      strumento nelle mani di uno dei gruppi imperialisti che si contendono il

      dominio del mondo.

      17. Si determinano, in conseguenza della politica del fascismo, profonde

      reazioni delle masse. Il fenomeno più grave è il distacco sempre più

      deciso delle popolazioni agrarie del Mezzogiorno e delle Isole dal sistema

      di forze che reggono lo Stato. La vecchia classe dirigente locale

      (Orlando, Di Cesarò, De Nicola, ecc.) non esercita più in modo sistematico

      la sua funzione di anello di congiunzione con lo Stato. 

      La piccola borghesia tende quindi ad avvicinarsi ai contadini. Il sistema

      di sfruttamento e di oppressione delle masse meridionali è portato dal

      fascismo all'estremo; questo facilita la radicalizzazione anche delle

      categorie intermedie e pone la questione meridionale nei suoi veri

      termini, come questione che sarà risolta soltanto dalla insurrezione dei

      contadini alleati del proletariato nella lotta contro i capitalisti e

      contro gli agrari. Anche i contadini medi e poveri delle altre parti

      d'Italia acquistano una funzione rivoluzionaria, benché in modo più lento.

      

      Il Vaticano - la cui funzione reazionaria è stata assunta dal fascismo -

      non controlla più le popolazioni rurali in modo completo attraverso i

      preti, l' "Azione Cattolica" e il Partito popolare. Vi è una parte dei

      contadini, la quale è stata risvegliata alle lotte per la difesa dei suoi

      interessi dalle stesse organizzazioni autorizzate e dirette dalle autorità

      ecclesiastiche, ed ora, sotto la pressione economica e politica del

      fascismo, accentua il proprio orientamento di classe e incomincia a

      sentire che le sue sorti non sono separabili da quelle della classe

      operaia. Indizio di questa tendenza è il fenomeno Miglioli. Un sintomo

      assai interessante di essa è anche il fatto che le organizzazioni bianche,

      le quali, essendo una parte dell' "Azione Cattolica", fanno capo

      direttamente al Vaticano, hanno dovuto entrare nei comitati intersindacali

      con le Leghe rosse, espressioni di quel periodo proletario che i cattolici

      indicavano fin dal 1870 come imminente alla società italiana. 

      Quanto al proletariato, l'attività disgregatrice delle sue forze trova un

      limite nella resistenza attiva della avanguardia rivoluzionaria e in una

      resistenza passiva della grande massa, la quale rimane fondamentalmente

      classista e accenna a rimettersi in movimento non appena si rallenta la

      pressione fisica del fascismo e si fanno più forti gli stimoli

      dell'interesse di classe. Il tentativo di portare nel suo seno la

      scissione con i sindacati fascisti, si può considerare fallito. I

      sindacati fascisti, mutando il loro programma, diventano ora strumenti

      diretti di compressione reazionaria al servizio dello Stato.

      18. Ai pericolosi spostamenti e ai nuovi reclutamenti di forze che sono

      provocati dalla sua politica il fascismo reagisce facendo gravare su tutta

      la società il peso di una forza militare e un sistema di compressione il

      quale tiene la popolazione inchiodata al fatto meccanico della produzione

      senza la possibilità di avere una vita propria, di manifestare una propria

      volontà e di organizzarsi per la difesa dei propri interessi. La

      cosiddetta legislazione fascista non ha altro scopo che quello di

      consolidare e rendere permanente questo sistema. 

      La nuova legge elettorale politica, le modificazioni dell'ordinamento

      amministrativo con la introduzione del podestà per i comuni di campagna

      ecc. vorrebbero segnare la fine della partecipazione delle masse alla vita

      politica ed amministrativa del paese. Il controllo sulle associazioni

      impedisce ogni forma permanente "legale" di organizzazione delle masse. La

      nuova politica sindacale toglie alla Confederazione del lavoro e ai

      sindacati di classe la possibilità di concludere dei concordati per

      escluderli dal contatto con le masse che si erano organizzate attorno ad

      essi. La stampa proletaria viene soppressa. Il partito di classe del

      proletariato ridotto alla vita pienamente illegale. Le violenze fisiche e

      le persecuzioni di polizia sono adoperate sistematicamente, soprattutto

      nelle campagne, per incutere il terrore e mantenere una situazione da

      stato d'assedio. 

      Il risultato di questa complessa attività di reazione e di compressione è

      lo squilibrio tra il rapporto reale delle forze sociali e il rapporto

      delle forze organizzate, per cui a un apparente ritorno alla normalità e

      alla stabilità corrisponde una acutizzazione di contrasti pronti a

      prorompere ad ogni istante per nuove vie.

      18 bis. La crisi seguita al delitto Matteotti ha fornito un esempio della

      possibilità che l'apparente stabilità del regime fascista sia turbata

      dalle basi per il prorompere improvviso di contrasti economici e politici

      approfonditisi senza che fossero avvertiti. Essa ha in pari tempo fornito

      la prova della incapacità della piccola borghesia a guidare ad un esito,

      nell'attuale periodo storico, la lotta contro la reazione

      industriale-agraria.

       

      Forze motrici e prospettive della rivoluzione

      19. Le forze motrici della rivoluzione italiana, come risulta ormai dalla

      nostra analisi sono, in ordine alla loro importanza, le seguenti:

        1) la classe operaia e il proletariato agricolo;

 

        2) i contadini del Mezzogiorno e delle Isole e i contadini delle altri

        parti d'Italia.

      Lo sviluppo e la rapidità del processo rivoluzionario non sono prevedibili

      al di fuori di una valutazione di elementi soggettivi: cioè dalla misura

      in cui la classe operaia riuscirà ad acquistare una propria figura

      politica, una coscienza di classe decisa e una indipendenza da tutte le

      altre classi, dalla misura in cui essa riuscirà a organizzare le sue

      forze, cioè a esercitare di fatto un'azione di guida degli altri fattori

      in prima linea a concretare politicamente la sua alleanza con i contadini?

      Si può affermare in generale, e basandosi del resto sulla esperienza

      italiana, che dal periodo della preparazione rivoluzionaria si entrerà in

      un periodo rivoluzionario "immediato" quando il proletariato industriale e

      agricolo del settentrione sarà riuscito a riacquistare, per lo svolgimento

      della situazione oggettiva e attraverso una serie di lotte particolari e

      immediate, un alto grado di organizzazione e di combattività. 

      Quanto ai contadini, quelli del Mezzogiorno e delle Isole devono essere

      posti in prima linea tra le forze su cui deve contare la insurrezione

      contro la dittatura industriale-agraria, per quanto non si debba attribuir

      loro, all'infuori di un'alleanza col proletariato, una importanza

      risolutiva. L'alleanza tra essi e gli operai è il risultato di un processo

      storico naturale e profondo, favorito da tutte le vicende dello Stato

      italiano. Per i contadini delle altre parti d'Italia il processo di

      orientamento verso l'alleanza col proletariato è più lento e dovrà essere

      favorito da una attenta azione politica del partito del proletariato. I

      successi già ottenuti in Italia in questo campo indicano del resto che il

      problema di rompere l'alleanza dei contadini con le forze reazionarie deve

      essere posto, per gran parte, anche in altri paesi dell'Europa

      occidentale, come problema di distruggere la influenza della

      organizzazione cattolica sulle masse rurali.

      20. Gli ostacoli allo sviluppo della rivoluzione, oltre che dati dalla

      pressione fascista, sono in relazione con la varietà dei gruppi in cui la

      borghesia si divide. Ognuno di questi gruppi si sforza di esercitare una

      influenza sopra una sezione della popolazione lavoratrice per impedire che

      si estenda la influenza del proletariato, o sul proletariato stesso per

      fargli perdere la sua figura e autonomia di classe rivoluzionaria. Si

      costituisce in questo modo una catena di forze reazionarie, la quale

      partendo dal fascismo comprende i gruppi antifascisti che non hanno grandi

      basi di massa (liberali), quelli che hanno una base nei contadini e nella

      piccola borghesia (democratici, combattenti, popolari, repubblicani), e in

      parte anche negli operai (partito riformista), e quelli che avendo una

      base proletaria tendono a mantenere le masse operaie in una condizione di

      passività e far loro seguire la politica di altre classi (partito

      massimalista). 

      Anche il gruppo che dirige la Confederazione del lavoro deve essere

      considerato a questa stregua, cioè come il veicolo di una influenza

      disgregatrice di altre classi sopra i lavoratori. Ognuno dei gruppi che

      abbiamo indicati tiene legata a sé una parte della popolazione lavoratrice

      italiana. La modificazione di questo stato di cose è soltanto concepibile

      come conseguenza di una sistematica e ininterrotta azione politica della

      avanguardia proletaria organizzata nel Partito comunista. Una particolare

      attenzione deve essere data ai gruppi e partiti i quali hanno una base di

      massa, o cercano di formarsela come partiti democratici o come partiti

      regionali, nella popolazione agricola del Mezzogiorno e delle Isole

      (Unione nazionale, partiti d'azione sardo, molisano, irpino, ecc.). 

      Questi partiti non esercitano una influenza diretta sul proletariato, ma

      sono un ostacolo alla realizzazione della alleanza tra operai e contadini.

      Orientando le classi agricole del Mezzogiorno verso una democrazia rurale

      e verso soluzioni democratiche regionali, essi spezzano l'unità del

      processo di liberazione della popolazione lavoratrice italiana,

      impediscono ai contadini di condurre a un esito la loro lotta contro lo

      sfruttamento economico e politico della borghesia e degli agrari, e

      preparano la trasformazione di essi in guardia bianca della reazione. Il

      successo politico della classe operaia è anche in questo campo in

      relazione con l'azione politica del partito e del proletariato.

      21. La possibilità di abbattimento del regime fascista per una azione di

      gruppi antifascisti sedicenti democratici esisterebbe solo se questi

      gruppi riuscissero, neutralizzando l'azione del proletariato, a

      controllare un movimento di masse fino a poterne frenare gli sviluppi. La

      funzione della opposizione borghese democratica è invece quella di

      collaborare col fascismo nell'impedire la riorganizzazione della classe

      operaia e la realizzazione del suo programma di classe. In questo senso un

      compromesso tra fascismo e opposizione borghese è in atto e ispirerà la

      politica di ogni formazione di "centro" che sorga dai rottami

      dell'Aventino. 

      La opposizione potrà tornare ad essere protagonista dell'azione di difesa

      del regime capitalista solo quando la stessa compressione fascista più non

      riuscirà a impedire lo scatenamento dei conflitti di classe, e il pericolo

      di una insurrezione di proletari e della sua saldatura con una guerra di

      contadini apparirà grave e imminente. La possibilità di ricorso della

      borghesia e del fascismo stesso al sistema della reazione celata dalla

      apparenza di un "governo di sinistra" deve quindi essere continuamente

      presente nelle nostre prospettive, (divisione di funzioni tra fascismo e

      democrazia, Tesi del V Congresso mondiale).

      22. Da questa analisi dei fattori della rivoluzione e delle sue

      prospettive si deducono i compiti del Partito comunista. Ad essa devono

      essere collegati i criteri della sua attività organizzativa e quelli della

      sua azione politica. Da essa discendono le linee direttive e fondamentali

      del suo programma.

       

      Compiti fondamentali del Partito comunista

      23. Dopo aver resistito vittoriosamente alla ondata reazionaria che voleva

      sommergerlo (1923), dopo aver contribuito con la propria azione a segnare

      un primo punto di arresto nel processo di dispersione delle forze

      lavoratrici (elezioni del 1924), dopo aver approfittato della crisi

      Matteotti per riorganizzare una avanguardia proletaria che si è opposta

      con notevole successo al tentativo di istaurare un predominio

      piccolo-borghese nella vita politica (Aventino) e aver poste le basi di

      una reale politica contadina del proletariato italiano, il partito si

      trova oggi nella fase della preparazione politica della rivoluzione. Il

      suo compito fondamentale può essere indicato da questi tre punti:

        1) organizzare e unificare il proletariato industriale e agricolo per la

        rivoluzione;

 

        2) organizzare e mobilitare attorno al proletariato tutte le forze

        necessarie per la vittoria rivoluzionaria e per la fondazione dello

        Stato operaio;

 

        3) porre al proletariato e ai suoi alleati il problema della

        insurrezione contro lo Stato borghese e della lotta per la dittatura

        proletaria e guidarli politicamente e materialmente alla soluzione di

        esso attraverso una serie di lotte parziali.

 

 

      La costruzione del Partito comunista come partito "bolscevico"

      24. La organizzazione della avanguardia operaia in Partito comunista è la

      parte essenziale della nostra attività organizzativa. Gli operai italiani

      hanno appreso dalla loro esperienza (1919-20) che ove manchi la guida di

      un partito comunista costruito come partito della classe operaia e come

      partito della rivoluzione, non è possibile un esito vittorioso della lotta

      per l'abbattimento del regime capitalistico. La costruzione di un Partito

      comunista che sia di fatto il partito della classe operaia e il partito

      della rivoluzione, - che sia cioè, un partito "bolscevico", - è in

      connessione diretta con i seguenti punti fondamentali:

        1) la ideologia del partito;

 

        2) la forma della organizzazione, e la sua compattezza;

 

        3) la capacità di funzionare a contatto con la massa;

 

        4) la capacità strategica e tattica.

      Ognuno di questi punti è collegato strettamente con gli altri e non

      potrebbe, a rigore di logica, esserne separato. Ognuno di essi infatti

      indica e comprende una serie di problemi le cui soluzioni interferiscono e

      si sovrappongono. L'esame separato di essi sarà utile soltanto quando si

      tenga presente che nessuno può venire risolto senza che tutti siano

      impostati e condotti di pari passo ad una soluzione.

       

    

       La ideologia del partito

 

      25. Unità ideologica completa è necessaria al Partito comunista per poter

      adempiere in ogni momento la sua funzione di guida della classe operaia.

      L'unità ideologica è elemento della forza del partito e della sua capacità

      politica, essa è indispensabile per farlo diventare un partito bolscevico.

      Base della unità ideologica è la dottrina del marxismo e del leninismo,

      inteso quest'ultimo come la dottrina marxista adeguata ai problemi del

      periodo dell'imperialismo e dell'inizio della rivoluzione proletaria (Tesi

      sulla bolscevizzazione dell'Esecutivo allargato dell'aprile 1925, nn. IV e

      VI). 

      Il Partito comunista d'Italia ha formato la sua ideologia nella lotta

      contro la socialdemocrazia (riformisti) e contro il centrismo politico

      rappresentato dal Partito massimalista. Esso non trova però nella storia

      del movimento operaio italiano una vigorosa e continua corrente di

      pensiero marxista cui richiamarsi. Manca inoltre nelle sue file una

      profonda e diffusa conoscenza delle teorie del marxismo e del leninismo.

      Sono quindi possibili le deviazioni. L'innalzamento del livello ideologico

      del partito deve essere ottenuto con una sistematica attività interna la

      quale si proponga di portare tutti i membri ad avere una completa

      consapevolezza dei fini immediati del movimento rivoluzionario, una certa

      capacità di analisi marxista delle situazioni e una correlativa capacità

      di orientamento politico (scuola di partito). E' da respingere una

      concezione la quale affermi che i fattori di coscienza e di maturità

      rivoluzionaria, i quali costituiscono la ideologia, si possano realizzare

      nel partito senza che siansi realizzati in un vasto numero di singoli che

      lo compongono.

      26. Nonostante le origini da una lotta contro degenerazioni di destra e

      centriste del movimento operaio, il pericolo di deviazioni di destra è

      presente nel Partito comunista d'Italia. Nel campo teorico esso è

      rappresentato dai tentativi di revisione del marxismo fatti dal compagno

      Graziadei sotto la veste di una precisazione "scientifica" di alcuni dei

      concetti fondamentali della dottrina di Marx. I tentativi di Graziadei non

      possono certo portare alla creazione di una corrente e quindi di una

      frazione che metta in pericolo la unità ideologica e la compattezza del

      partito. E' però implicito in essi un appoggio a correnti e deviazioni

      politiche di destra. Ad ogni modo essi indicano la necessità che il

      partito compia un profondo studio del marxismo e acquisti una coscienza

      teorica più alta e più sicura. 

      Il pericolo che si crei una tendenza di destra è collegato con la

      situazione generale del paese. La compressione stessa che il fascismo

      esercita tende ad alimentare la opinione che essendo il proletariato nella

      impossibilità di rapidamente rovesciare il regime, sia miglior tattica

      quella che porti, se non a un blocco borghese-proletario per la

      eliminazione costituzionale del fascismo, a una passività della

      avanguardia rivoluzionaria, a un non-intervento attivo del partito

      comunista nella lotta politica immediata, onde permettere alla borghesia

      di servirsi del proletariato come massa di manovra elettorale contro il

      fascismo. Questo programma si presenta con la formula che il Partito

      comunista deve essere "l'ala sinistra" di una opposizione di tutte le

      forze che cospirano all'abbattimento del regime fascista. Esso è la

      espressione di un profondo pessimismo circa le capacità rivoluzionarie

      della classe lavoratrice. 

      Lo stesso pessimismo e le stesse deviazioni conducono a interpretare in

      modo errato la natura e la funzione storica dei partiti socialdemocratici

      nel momento attuale, a dimenticare che la socialdemocrazia sebbene abbia

      ancora la sua base sociale, per gran parte, nel proletariato per quanto

      riguarda la sua ideologia e la sua funzione politica cui adempie, deve

      essere considerata non come un'ala destra del movimento operaio, ma come

      un'ala sinistra della borghesia e come tale deve essere smascherata

      davanti alle masse. Il pericolo di destra deve essere combattuto con la

      propaganda ideologica, col contrapporre al programma di destra il

      programma rivoluzionario della classe operaia e del suo partito, e con

      mezzi disciplinari ordinari ogni qualvolta la necessità lo richieda.

      27. Legato con le origini del partito e con la situazione generale del

      paese è parimenti il pericolo di deviazioni di sinistra dalla ideologia

      marxista e leninista. Esso è rappresentato dalla tendenza estremista che

      fa capo al compagno Bordiga. Questa tendenza si formò nella particolare

      situazione di disgregazione e incapacità programmatica, organizzativa,

      strategica e tattica in cui si trovò il Partito socialista italiano dalla

      fine della guerra al Congresso di Livorno: la sua origine e la sua fortuna

      sono inoltre in relazione col fatto che, essendo la classe operaia una

      minoranza nella popolazione lavoratrice italiana, è continuo il pericolo

      che il suo partito sia corrotto da infiltrazioni di altre classi, e in

      particolare della piccola borghesia. 

      A questa condizione della classe operaia e alla situazione del Partito

      socialista italiano la tendenza di estrema sinistra reagì con una

      particolare ideologia, cioè con una concezione della natura del partito,

      della sua funzione e della sua tattica che è in contrasto con quella del

      marxismo e del leninismo:

 

      a) dall'estrema sinistra il partito viene definito, trascurando e

      sottovalutando il suo contenuto sociale, come un "organo" della classe

      operaia, che si costituisce per sintesi di elementi eterogenei. Il partito

      deve invece essere definito mettendo in rilievo anzitutto il fatto che

      esso è una "parte" della classe operaia. L'errore nella definizione del

      partito porta a impostare in modo errato i problemi organizzativi e i

      problemi di tattica;

 

      b) per la estrema sinistra la funzione del partito non è quella di guidare

      in ogni momento la classe sforzandosi di restare in contatto con essa

      attraverso qualsiasi mutamento di situazione oggettiva, ma di elaborare

      dei quadri preparati a guidare la massa quando lo svolgimento delle

      situazioni l'avrà portata al partito, facendole accettare le posizioni

      programmatiche e di principio da esso fissate;

 

      c) per quanto riguarda la tattica, l'estrema sinistra sostiene che essa

      non deve venire determinata in relazione con le situazioni oggettive e con

      la posizione delle masse in modo che essa aderisca sempre alla realtà e

      fornisca un continuo contatto con gli strati più vasti della popolazione

      lavoratrice, ma deve essere determinata in base a preoccupazioni

      formalistiche. E' propria dell'estremismo la concezione che le deviazioni

      dai principi della politica comunista non vengono evitate con la

      costruzione di partiti "bolscevichi" i quali siano capaci di compiere,

      senza deviare, ogni azione politica che è richiesta per la mobilitazione

      delle masse e per la vittoria rivoluzionaria, ma possono essere evitate

      soltanto col porre alla tattica limiti rigidi e formali di carattere

      esteriore (nel campo organizzativo: "adesione individuale", cioè rifiuto

      delle "fusioni", le quali possono invece essere sempre, in condizioni

      determinate, efficacissimo mezzo di estensione della influenza del

      partito; nel campo politico: travisamento dei termini del problema della

      conquista della maggioranza, fronte unico sindacale e non politico,

      nessuna diversità nel modo di lottare contro la democrazia a seconda del

      grado di adesione delle masse a formazioni democratiche

      contro-rivoluzionarie e della imminenza e gravità di un pericolo

      reazionario, rifiuto della parola d'ordine del governo operaio e

      contadino). 

      All'esame delle situazioni dei movimenti di massa si ricorre quindi solo

      per il controllo della linea dedotta in base a preoccupazioni

      formalistiche e settarie: viene perciò sempre a mancare, nella

      determinazione della politica del partito, l'elemento particolare; la

      unità e completezza di visione che è propria del nostro metodo di indagine

      politica (dialettica) è spezzata; l'attività del partito e le sue parole

      d'ordine perdono efficacia e valore rimanendo attività e parole di

      semplice propaganda. E' inevitabile, come conseguenza di queste posizioni,

      la passività politica del partito. Di essa l' "astensionismo" fu nel

      passato un aspetto. Ciò permette di avvicinare l'estremismo di sinistra al

      massimalismo e alle deviazioni di destra. Esso è inoltre, come la tendenza

      di destra, espressione di uno scetticismo sulla possibilità che la massa

      operaia organizzi dal suo seno un partito di classe il quale sia capace di

      guidare la grande massa sforzandosi di tenerla in ogni momento collegata a

      sé.

      La lotta ideologica contro l'estremismo di sinistra deve essere condotta

      contrapponendogli la concezione marxista e leninista del partito del

      proletariato come partito di massa e dimostrando la necessità che esso

      adatti la sua tattica alle situazioni per poterle modificare, per non

      perdere il contatto con le masse e per acquistare sempre nuove zone di

      influenza. L'estremismo di sinistra fu la ideologia ufficiale del partito

      italiano nel primo periodo della sua esistenza. Esso è sostenuto da

      compagni che furono tra i fondatori del partito e dettero un grandissimo

      contributo alla sua costruzione dopo Livorno. 

      Vi sono quindi motivi per spiegare come questa concezione sia stata a

      lungo radicata nella maggioranza dei compagni anche senza che fosse da

      essi valutata criticamente in modo completo, ma piuttosto come conseguenza

      di uno stato d'animo diffuso. E' evidente perciò che il pericolo di

      estrema sinistra deve essere considerato come una realtà immediata, come

      un ostacolo non solo alla unificazione ed elevazione ideologica, ma allo

      sviluppo politico del partito e alla efficacia della sua azione. Esso deve

      essere combattuto come tale, non solo con la propaganda, ma con una azione

      politica ed eventualmente con misure organizzative.

      28. Elemento della ideologia del partito è il grado di spirito

      internazionalista che è penetrato nelle sue file. Esso è assai forte tra

      di noi come spirito di solidarietà internazionale, ma non altrettanto come

      coscienza di appartenere ad un partito mondiale. Contribuisce a questa

      debolezza la tendenza a presentare la concezione di estrema sinistra come

      una concezione nazionale ("originalità" e valore "storico" delle posizioni

      della "sinistra italiana") la quale si oppone alla concezione marxista e

      leninista della Internazionale comunista e cerca di sostituirsi ad essa.

      Di qui l'origine di una specie di "patriottismo di partito", che rifugge

      dall'inquadrarsi in una organizzazione (rifiuti di cariche, lotta di

      frazione internazionale ecc.). Questa debolezza di spirito

      internazionalista offre il terreno ad una ripercussione nel partito della

      campagna che la borghesia conduce contro la Internazionale comunista

      qualificandola come organo dello Stato russo. Alcune delle tesi di estrema

      sinistra a questo proposito si collegano a tesi abituali dei partiti

      controrivoluzionari. Esse devono venir combattute con estremo vigore, con

      una propaganda che dimostri come storicamente spetti al partito russo una

      funzione predominante e direttiva nella costruzione di una Internazionale

      comunista e quale è la posizione dello Stato operaio russo - prima ed

      unica reale conquista della classe operaia nella lotta al potere - nei

      confronti del movimento operaio internazionale (Tesi sulla situazione

      internazionale).

       

      La base dell'organizzazione del partito

      29. Tutti i problemi di organizzazione sono problemi politici. La

      soluzione di essi deve rendere possibile al partito di attuare il suo

      compito fondamentale, di far acquistare al proletariato una completa

      indipendenza politica, di dargli una fisionomia, una personalità, una

      coscienza rivoluzionaria precisa, di impedire ogni infiltrazione e

      influenza disgregatrice di classi ed elementi i quali pur avendo interessi

      contrari al capitalismo non vogliono condurre la lotta contro di esso fino

      alle sue conseguenze ultime. In prima linea è un problema politico: quello

      della base della organizzazione. La organizzazione del partito deve essere

      costruita sulla base della produzione e quindi del luogo di lavoro

      (cellule). 

      Questo principio è essenziale per la creazione di un partito "bolscevico".

      Esso dipende dal fatto che il partito deve essere attrezzato per dirigere

      il movimento di massa della classe operaia, la quale viene naturalmente

      unificata dallo sviluppo del capitalismo secondo il processo della

      produzione. Ponendo la base organizzativa nel luogo della produzione il

      partito compie un atto di scelta della classe sulla quale esso si basa.

      Esso proclama di essere un partito di classe e il partito di una sola

      classe, la classe operaia. Tutte le obiezioni al principio che pone la

      organizzazione del partito sulla base della produzione partono da

      concezioni che sono legate a classi estranee al proletariato, anche se

      sono presentate da compagni e gruppi che si dicono di "estrema sinistra".

      Esse si basano sopra una considerazione pessimista delle capacità

      rivoluzionarie dell'operaio comunista, e sono espressione dello spirito

      antiproletario del piccolo-borghese intellettuale, il quale crede di

      essere il sale della terra e vede nell'operaio lo strumento materiale

      dello sconvolgimento sociale e non il protagonista cosciente e

      intelligente della rivoluzione. Si riproducono nel partito italiano a

      proposito delle cellule la discussione e il contrasto che portarono in

      Russia alla scissione tra bolscevichi e menscevichi a proposito del

      medesimo problema della scelta della classe, del carattere di classe del

      partito e del modo di adesione al partito di elementi non proletari. 

      Questo fatto ha del resto, in relazione con la situazione italiana, una

      importanza notevole. E' la stessa struttura sociale e sono le condizioni e

      le tradizioni della lotta politica quelle che rendono in Italia assai più

      serio che altrove il pericolo di edificare il partito in base a una

      "sintesi" di elementi eterogenei, cioè di aprire in essi la via alla

      influenza paralizzatrice di altre classi. Si tratta di un pericolo che

      sarà inoltre reso sempre più grave dalla stessa politica del fascismo, che

      spingerà sul terreno rivoluzionario intieri strati della piccola

      borghesia. E' certo che il Partito comunista non può essere solo un

      partito di operai. La classe operaia e il suo partito non possono fare a

      meno degli intellettuali né possono ignorare il problema di raccogliere

      intorno a sé e guidare tutti gli elementi che per una via o per un'altra

      sono spinti alla rivolta contro il capitalismo. 

      Così pure il Partito comunista non può chiudere le porte ai contadini:

      esso deve anzi avere nel suo seno dei contadini e servirsi di essi per

      stringere il legame politico tra il proletariato e le classi rurali. Ma è

      da respingere energicamente, come controrivoluzionaria, ogni concessione

      che faccia del partito una "sintesi" di elementi eterogenei, invece di

      sostenere senza concessioni di sorta che esso è una parte del

      proletariato, che il proletariato deve dargli la impronta della

      organizzazione che gli è propria e che al proletariato deve essere

      garantita nel partito stesso una funzione direttiva.

      30. Non hanno consistenza le obiezioni pratiche alla organizzazione sulla

      base della produzione (cellule), secondo le quali questa struttura

      organizzativa non permetterebbe di superare la concorrenza tra diverse

      categorie di operai e darebbe il partito in balia al funzionarismo. La

      pratica del movimento di fabbrica (1919-20) ha dimostrato che solo una

      organizzazione aderente al luogo e al sistema della produzione permette di

      stabilire un contatto tra gli strati superiori e gli strati inferiori

      della massa lavoratrice (qualificati, non qualificati e manovali) e di

      creare vincoli di solidarietà che tolgono le basi ad ogni fenomeno di

      "aristocrazia operaia".

      La organizzazione per cellule porta alla formazione nel partito di uno

      strato assai vasto di elementi dirigenti (segretari di cellula, membri dei

      comitati di cellula, ecc.), i quali sono parte della massa e rimangono in

      essa pure esercitando funzioni direttive, a differenza dei segretari delle

      sezioni territoriali i quali erano di necessità elementi staccati dalla

      massa lavoratrice. Il partito deve dedicare una cura particolare alla

      educazione di questi compagni che formano il tessuto connettivo della

      organizzazione e sono lo strumento del collegamento con le masse. Da

      qualsiasi punto di vista venga considerata, la trasformazione della

      struttura sulla base della produzione rimane compito fondamentale del

      partito nel momento presente e mezzo per la soluzione dei più importanti

      suoi problemi. Si deve insistere in essa e intensificare tutto il lavoro

      ideologico e pratico che ad essa è relativo.

       

      Compattezza della organizzazione del partito. Frazionismo

      31. La organizzazione di un partito bolscevico deve essere, in ogni

      momento della vita del partito, una organizzazione centralizzata, diretta

      dal Comitato centrale non solo a parole, ma nei fatti. Una disciplina

      proletaria di ferro deve regnare nelle sue file. Questo non vuol dire che

      il partito debba essere retto dall'alto con sistemi autocratici. Tanto il

      Comitato centrale quanto gli organi inferiori di direzione sono formati in

      base a una elezione e in base a una scelta di elementi capaci compiuta

      attraverso la prova del lavoro e la esperienza del movimento. 

      Questo secondo elemento garantisce che i criteri per la formazione dei

      gruppi dirigenti locali e del gruppo dirigente centrale non siano

      meccanici, esteriori e "parlamentari", ma corrispondano a un processo di

      formazione di una avanguardia proletaria omogenea e collegata con la

      massa. Il principio della elezione degli organi dirigenti - democrazia

      interna - non è assoluto, ma relativo alle condizioni della lotta

      politica. Anche quando esso subisca limitazioni, gli organi centrali e

      periferici devono sempre considerare il loro potere non come sovrapposto,

      ma come sgorgante dalla volontà del partito, e sforzarsi di accentuare il

      loro carattere proletario e di moltiplicare i loro legami con la massa dei

      compagni e con la classe operaia. 

      Quest'ultima necessità è particolarmente sentita in Italia, dove la

      reazione costrinse e costringe tuttora ad una forte limitazione della

      democrazia interna. La democrazia interna è pure relativa al grado di

      capacità politica posseduta dagli organi periferici e dai singoli compagni

      che lavorano alla periferia. L'azione che il centro esercita per

      accrescere questa capacità rende possibile una estensione dei sistemi

      "democratici" e una riduzione sempre più grande del sistema della

      "cooptazione" e degli interventi dall'alto per regolare le questioni

      organizzative locali.

      32. La centralizzazione e la compattezza del partito esigono che non

      esistano nel suo seno gruppi organizzati i quali assumano carattere di

      frazione. Un partito bolscevico si differenzia per questo profondamente

      dai partiti socialdemocratici i quali comprendono una grande varietà di

      gruppi e nei quali la lotta di frazioni è la forma normale di elaborazione

      delle direttive politiche e di selezione dei gruppi dirigenti. I partiti e

      la Internazionale comunista sono sorti in seguito ad una lotta di frazioni

      svoltasi nel seno della II Internazionale. Costituendosi come partiti e

      come organizzazione mondiale del proletariato essi hanno eletto a norma

      della loro vita interna e del loro sviluppo non più la lotta di frazioni,

      ma la collaborazione organica di tutte le tendenze attraverso la

      partecipazione agli organi dirigenti.

      La esistenza e la lotta di frazioni sono infatti inconcepibili con la

      essenza del partito del proletariato, di cui spezzano la unità aprendo la

      via alla influenza di altre classi. Questo non vuol dire che nel partito

      non possano sorgere tendenze e che le tendenze talora non cerchino di

      organizzarsi in frazioni, ma vuol dire che contro quest'ultima eventualità

      si deve lottare energicamente per ridurre i contrasti di tendenze, le

      elaborazioni di pensiero e la selezione dei dirigenti alla forma che è

      propria dei partiti comunisti, cioè a un processo di svolgimento reale e

      unitario (dialettico) e non a una controversia e a lotte di carattere

      "parlamentare".

      33. La esperienza del movimento operaio, fallito in seguito alla impotenza

      del PSI, per la lotta delle frazioni e per il fatto che ogni frazione

      faceva, indipendentemente dal partito, la sua politica, paralizzando

      l'azione delle altre frazioni e quella del partito intiero, questa

      esperienza offre un buon terreno per creare e mantenere la compattezza e

      la centralizzazione che devono essere propri di un partito bolscevico. Tra

      i diversi gruppi da cui il Partito comunista d'Italia ha tratto origine

      sussiste qualche differenziazione, che deve scomparire con un

      approfondimento della comune ideologia marxista e leninista. Solo tra i

      seguaci della ideologia antimarxista di estrema sinistra si sono mantenute

      a lungo una omogeneità e una solidarietà di carattere frazionistico. Dal

      frazionismo larvato si è anzi fatto il tentativo di passare alla lotta

      aperta di frazione, con la costituzione del cosiddetto "Comitato

      d'intesa". 

      La profondità con cui il partito reagì a questo insano tentativo di

      scindere le sue forze dà affidamento sicuro che cadrà nel vuoto, in questo

      campo, ogni tentativo di farci ritornare alle consuetudini della

      socialdemocrazia. Il pericolo di un frazionismo esiste in una certa misura

      anche per la fusione con i terzinternazionalisti del Partito socialista. I

      terzinternazionalisti non hanno una loro ideologia in comune, ma

      sussistono tra loro dei legami di carattere essenzialmente corporativo,

      creatisi nei due anni di vita come frazione in seno al PSI; questi legami

      sono andati sempre più allentandosi e non sarà difficile eliminarli

      totalmente. La lotta contro il frazionismo deve essere anzitutto

      propaganda di giusti principi organizzativi, ma essa non avrà successo

      sino a che il partito italiano non potrà nuovamente considerare la

      discussione dei problemi attuali suoi e della Internazionale come fatto

      normale, e orientare le sue tendenze in relazione a questi problemi.

       

      Il funzionamento della organizzazione del partito

      34. Un partito bolscevico deve essere organizzato in modo da poter

      funzionare, in qualsiasi condizione, a contatto con la massa. Questo

      principio assume la più grande importanza tra di noi, per la compressione

      che il fascismo esercita allo scopo di impedire che i rapporti di forze

      reali si traducano in rapporti di forze organizzate. Soltanto con la

      massima concentrazione e intensità della attività del partito si può

      riuscire a neutralizzare almeno in parte questo fattore negativo e ad

      ottenere che esso non intralci profondamente il processo della

      rivoluzione. Devono essere perciò presi in considerazione:

 

      a) il numero degli iscritti e la loro capacità politica; essi devono

      essere tanti da permettere una continua estensione della nostra influenza.

      E' da combattere la tendenza a tenere artificialmente ristretti i quadri:

      essa porta alla passività, alla atrofia. Ogni iscritto però deve essere un

      elemento politicamente attivo, capace di diffondere la influenza del

      partito, e tradurre quotidianamente in atto le direttive di esso, guidando

      una parte della massa lavoratrice;

 

      b) la utilizzazione di tutti i compagni in un lavoro pratico;

 

      c) il coordinamento unitario delle diverse specie di attività a mezzo di

      comitati nei quali si articola tutto il partito come organo di lavoro tra

      le masse;

 

      d) il funzionamento collegiale degli organi centrali del partito,

      considerato come condizione per la costituzione di un gruppo dirigente

      "bolscevico" omogeneo e compatto;

 

      e) la capacità dei compagni di lavorare tra le masse, di essere

      continuamente presenti tra di esse, di essere in prima fila in tutte le

      lotte, di sapere in ogni occasione assumere e tenere la posizione che è

      propria dell'avanguardia del proletariato.

 

      Si insiste su questo punto perché la necessità del lavoro sotterraneo e la

      errata ideologia di "estrema sinistra" hanno prodotto una limitazione

      della capacità di lavoro tra le masse e con le masse;

 

      f) la capacità degli organismi periferici e dei singoli compagni di

      affrontare situazioni imprevedute e di prendere atteggiamenti esatti anche

      prima che giungano disposizioni dagli organi superiori. E' da combattere

      la forma di passività, residuo essa pure delle false concezioni

      organizzative dell'estremismo, che consiste nel sapere solo "attendere gli

      ordini dall'alto". Il partito deve avere alla base una sua "iniziativa",

      cioè gli organi di base devono saper reagire immediatamente ad ogni

      situazione imprevista e improvvisa;

 

      g) la capacità di compiere un lavoro "sotterraneo" (illegale) e di

      difendere il partito dalla reazione di ogni sorta senza perdere il

      contatto con le masse, ma facendo servire come difesa il contatto stesso

      con i più vasti strati della classe lavoratrice. Nella situazione attuale

      una difesa del partito e del suo apparato che sia ottenuta riducendosi ad

      esplicare una attività di semplice "organizzazione interna" è da

      considerare come un abbandono della causa della rivoluzione.

 

      Ognuno di questi punti è da considerare con attenzione perché indica

      insieme un difetto del partito e un progresso che gli si deve far

      compiere. Essi hanno tanto maggiore importanza in quanto è da prevedere

      che i colpi della reazione indeboliranno ancora l'apparato di collegamento

      tra il centro e la periferia, per quanto grandi siano gli sforzi per

      mantenerlo intatto.

       

      Strategia e tattica del partito

      35. La capacità e tattica del partito è la capacità di organizzare e

      unificare attorno all'avanguardia proletaria e alla classe operaia tutte

      le forze necessarie alla vittoria rivoluzionaria e di guidarle di fatto

      verso la rivoluzione approfittando delle situazioni oggettive e degli

      spostamenti di forze che esse provocano sia tra la popolazione lavoratrice

      che tra i nemici della classe operaia. Con la sua strategia e con la sua

      tattica il partito "dirige la classe operaia" nei grandi movimenti storici

      e nelle sue lotte quotidiane. L'unica direzione è legata all'altra ed è

      condizionata dall'altra.

      36. Il principio che il partito dirige la classe operaia non deve essere

      interpretato in modo meccanico. Non bisogna credere che il partito possa

      dirigere la classe operaia per una imposizione autoritaria esterna; questo

      non è vero né per il periodo che precede né per il periodo che segue la

      conquista del potere. L'errore di una interpretazione meccanica di questo

      principio deve essere combattuto nel partito italiano come una possibile

      conseguenza delle deviazioni ideologiche di estrema sinistra; queste

      deviazioni portano infatti a una arbitraria sopravvalutazione formale del

      partito per ciò che riguarda la funzione di guida della classe. Noi

      affermiamo che la capacità di dirigere la classe è in relazione non al

      fatto che il partito si "proclami" l'organo rivoluzionario di essa, ma al

      fatto che esso "effettivamente" riesca, come una parte della classe

      operaia, a collegarsi con tutte le sezioni della classe stessa e a

      imprimere alla massa un movimento nella direzione desiderata e favorita

      dalle condizioni oggettive. 

      Solo come conseguenza della sua azione tra le masse il partito potrà

      ottenere che esse lo riconoscano come il "loro" partito (conquista della

      maggioranza), e solo quando questa condizione si è realizzata esso può

      presumere di poter trascinare dietro a sé la classe operaia. Le esigenze

      di questa azione tra le masse sono superiori a ogni "patriottismo" di

      partito.

      37. Il partito dirige la classe penetrando in tutte le organizzazioni in

      cui la massa lavoratrice si raccoglie e compiendo in esse e attraverso di

      esse una sistematica mobilitazione di energia secondo il programma della

      lotta di classe e un'azione di conquista della maggioranza alle direttive

      comuniste. Le organizzazioni in cui il partito lavora e che tendono per

      loro natura a incorporare tutta la massa operaia non possono mai

      sostituire il Partito comunista, che è l'organizzazione politica dei

      rivoluzionari, cioè dell'avanguardia del proletariato. Così è escluso un

      rapporto di subordinazione, e di "eguaglianza" tra le organizzazioni di

      massa e il partito (patto sindacale di Stoccarda, patto di alleanza tra il

      Partito socialista italiano e la Confederazione generale del lavoro). 

      Il rapporto tra sindacati e partito è uno speciale rapporto di direzione

      che si realizza mediante la attività che i comunisti esplicano in seno ai

      sindacati. I comunisti si organizzano in frazioni nei sindacati e in tutte

      le formazioni di massa e partecipano in prima fila alla vita di queste

      formazioni e alle lotte che esse conducono, sostenendovi il programma e le

      parole d'ordine del loro partito. Ogni tendenza a estraniarsi dalla vita

      delle organizzazioni, qualunque esse siano, in cui è possibile prendere

      contatto con le masse lavoratrici, è da combattere come pericolosa

      deviazione, indizi di pessimismo e sorgente di passività.

      38. Organi specifici di raccoglimento delle masse lavoratrici sono nei

      paesi capitalistici i sindacati. L'azione nei sindacati è da considerare

      come essenziale per il raggiungimento dei fini del partito. Il partito che

      rinuncia alla lotta per esercitare la sua influenza nei sindacati e per

      conquistarne la direzione, rinuncia di fatto alla conquista della massa

      operaia e alla lotta rivoluzionaria per il potere. In Italia l'azione nei

      sindacati assume una particolare importanza perché consente di lavorare

      con intensità più grave e con risultati migliori a quella riorganizzazione

      del proletariato industriale e agricolo che deve ridargli una posizione di

      predominio nei confronti con le altre classi sociali. 

      La compressione fascista e specialmente la nuova politica sindacale del

      fascismo creano però una condizione di cose del tutto particolare. La

      Confederazione del lavoro e i sindacati di classe si vedono tolta la

      possibilità di svolgere, nelle forme tradizionali, una attività di

      organizzazione e di difesa economica. Essi tendono a ridursi a semplici

      uffici di propaganda. In pari tempo però la classe operaia, sotto

      l'impulso della situazione oggettiva, è spinta a riordinare le proprie

      forze secondo nuove forme di organizzazione. Il partito deve quindi

      riuscire a compiere una azione di difesa del sindacato di classe e di

      rivendicazioni della sua libertà, e in pari tempo deve secondare e

      stimolare la tendenza alla creazione di organismi rappresentativi di massa

      i quali aderiscono al sistema della produzione. Paralizzata l'attività del

      sindacato di classe, la difesa dell'interesse immediato dei lavoratori

      tende a compiersi attraverso uno spezzettamento della resistenza e della

      lotta per officine, per categorie, per reparti di lavoro, ecc. 

      Il Partito comunista deve saper seguire tutte queste lotte ed esercitare

      una vera e propria direzione di esse, impedendo che in esse vada smarrito

      il carattere unitario e rivoluzionario dei contrasti di classe,

      sfruttandole anzi per favorire la mobilitazione di tutto il proletariato e

      la organizzazione di esso sopra un fronte di combattimento (Tesi

      sindacali).

      39. Il partito dirige e unifica la classe operaia partecipando a tutte le

      lotte di carattere parziale, e formulando e agitando un programma di

      rivendicazioni di immediato interesse per la classe lavoratrice. Le azioni

      parziali e limitate sono da esso considerate come momenti necessari per

      giungere alla mobilitazione progressiva e alla unificazione di tutte le

      forze della classe lavoratrice. Il partito combatte la concezione secondo

      la quale ci si dovrebbe astenere dall'appoggiare o dal prendere parte ad

      azioni parziali perché i problemi interessanti la classe lavoratrice sono

      risolubili solo con l'abbattimento del regime capitalista e con una azione

      generale di tutte le forze anticapitalistiche. Esso è consapevole della

      impossibilità che le condizioni dei lavoratori siano migliorate in modo

      serio e durevole, nel periodo dell'imperialismo e prima che il regime

      capitalista sia stato abbattuto. 

      L'agitazione di un programma di rivendicazioni immediate e l'appoggio alle

      lotte parziali è però il solo modo col quale si possa giungere alle grandi

      masse e mobilitarle contro il capitale. D'altra parte ogni agitazione o

      vittoria di categorie operaie nel campo delle rivendicazioni immediate

      rende più acuta la crisi del capitalismo, e ne accelera anche

      soggettivamente la caduta in quanto sposta l'instabile equilibrio

      economico sul quale esso oggi basa il suo potere. Il Partito comunista

      lega ogni rivendicazione immediata a un obiettivo rivoluzionario, si serve

      di ogni lotta parziale per insegnare alle masse la necessità dell'azione

      generale, della insurrezione contro il dominio reazionario del capitale, e

      cerca di ottenere che ogni lotta di carattere limitato sia preparata e

      diretta così da poter condurre alla mobilitazione e unificazione delle

      forze proletarie, e non alla loro dispersione. 

      Esso sostiene queste sue concezioni nell'interno delle organizzazioni di

      massa cui spetta la direzione dei movimenti parziali, o nei confronti dei

      partiti politici che ne prendono la iniziativa, oppure le fa valere

      prendendo esso la iniziativa di proporre le azioni parziali, sia in seno a

      organizzazioni di massa, sia ad altri partiti (tattica del fronte unico).

      In ogni caso si serve della esperienza del movimento e dell'esito delle

      sue proposte per accrescere la sua influenza, dimostrando con i fatti che

      il suo programma di azione è il solo rispondente agli interessi delle

      masse e alla situazione oggettiva, e per portare sopra una posizione più

      avanzata una sezione arretrata della classe lavoratrice. La iniziativa

      diretta del Partito comunista per una azione parziale, può aver luogo

      quando essa controlla attraverso organismi di massa una parte notevole

      della classe lavoratrice, o quando sia sicuro che una sua parola d'ordine

      diretta sia seguita egualmente da una parte notevole della classe

      lavoratrice. 

      Il partito non prenderà però questa iniziativa se non quando, in relazione

      con la situazione oggettiva, essa porti a uno spostamento a suo favore dei

      rapporti di forza, e rappresenti un passo in avanti sulla unificazione e

      mobilitazione della classe sul terreno rivoluzionario. E' escluso che una

      azione violenta di individui o di gruppi possa servire a strappare dalla

      passività le masse operaie quando il partito non sia collegato

      profondamente con esse. In particolare la attività dei gruppi armati,

      anche come reazione alla violenza fisica dei fascisti, ha valore solo in

      quanto si collega con una reazione delle masse o riesce a suscitarla e

      prepararla acquistando nel campo della mobilitazione di forze materiali lo

      stesso valore che hanno gli scioperi e le agitazioni economiche

      particolari per la mobilitazione generale delle energie dei lavoratori in

      difesa dei loro interessi di classe.

      39 bis. E' un errore il ritenere che le rivendicazioni immediate e le

      azioni parziali possano avere solamente carattere economico. Poiché, con

      l'approfondirsi della crisi del capitalismo, le classi dirigenti

      capitalistiche e agrarie sono costrette, per mantenere il loro potere, a

      limitare e sopprimere le libertà di organizzazione e politiche del

      proletariato, la rivendicazione di queste libertà offre un ottimo terreno

      per agitazioni e lotte parziali, le quali possono giungere alla

      mobilitazione di vasti strati della popolazione lavoratrice. Tutta la

      legislazione con la quale i fascisti sopprimono, in Italia, anche le più

      elementari libertà della classe operaia, deve quindi fornire al Partito

      comunista motivi per l'agitazione e mobilitazione delle masse. 

      Sarà compito del Partito comunista collegare ognuna delle parole d'ordine

      che esso lancerà in questo campo con le direttive generali della sua

      azione: in particolare con la pratica dimostrazione della possibilità che

      il regime instaurato dal fascismo subisca radicali limitazioni e

      trasformazioni in senso "liberale" e "democratico" senza che sia scatenata

      contro il fascismo una lotta di masse, la quale dovrà inesorabilmente

      sboccare nella guerra civile. Questa convinzione deve diffondersi nelle

      masse nella misura in cui noi riusciremo, collegando le rivendicazioni

      parziali di carattere politico con quelle di carattere economico, a

      trasformare i movimenti "rivoluzionari democratici" in movimenti

      rivoluzionari operai e socialisti. 

      Particolarmente questo dovrà essere ottenuto per quanto riguarda

      l'agitazione contro la monarchia. La monarchia è uno dei puntelli del

      regime fascista; essa è la forma statale del fascismo italiano. La

      mobilitazione antimonarchica delle masse della popolazione italiana è uno

      degli scopi che il Partito comunista deve proporre. Essa servirà

      efficacemente a smascherare alcuni gruppi sedicenti antifascisti già

      coalizzati nell'Aventino. Essa deve però sempre essere condotta insieme

      con l'agitazione e con la lotta contro gli altri pilastri fondamentali del

      regime fascista, che sono la plutocrazia industriale e gli agrari.

      Nell'agitazione antimonarchica il problema della forma dello Stato sarà

      inoltre presentato dal Partito comunista in connessione continua con il

      problema del contenuto di classe che i comunisti intendono dare allo

      Stato. Nel recente passato (giugno 1925) la connessione di questi problemi

      venne ottenuta dal partito ponendo a base della sua azione politica le

      parole d'ordine: "Assemblea repubblicana sulla base dei Comitati operai e

      contadini; controllo operaio sull'industria; terra ai contadini".

      40. Il compito di unificare le forze del proletariato e di tutta la classe

      lavoratrice sopra un terreno di lotta è la parte "positiva" della tattica

      del fronte unico ed è in Italia, nelle circostanze attuali, compito

      fondamentale del partito. I comunisti devono considerare la unità della

      classe lavoratrice come un risultato concreto, reale, da ottenere, per

      impedire al capitalismo l'attuazione del suo piano di disgregare in modo

      permanente il proletariato e di rendere impossibile ogni lotta

      rivoluzionaria. Essi devono saper lavorare in tutti i modi per raggiungere

      questo scopo soprattutto devono rendersi capaci di avvicinare gli operai

      di altri partiti e senza partito superando ostilità e incomprensioni fuori

      luogo, e presentandosi in ogni caso come i fautori dell'unità della classe

      nella lotta per la sua difesa e per la sua liberazione. Il "fronte unico"

      di lotta antifascista e anticapitalista che i comunisti si sforzano di

      creare deve tendere a essere un fronte unico organizzato, cioè a fondarsi

      sopra organismi attorno ai quali tutta la massa trovi una forma e si

      raccolga. 

      Tali sono gli organismi rappresentativi che le masse stesse oggi hanno la

      tendenza a costituire, a partire dalle officine, e in occasione di ogni

      agitazione, dopo che le possibilità di funzionamento normale dei sindacati

      hanno incominciato a essere limitate. I comunisti devono rendersi conto di

      questa tendenza delle masse e saperla stimolare, sviluppando gli elementi

      positivi che essa contiene e combattendo le deviazioni particolaristiche

      cui essa può dare luogo. La cosa deve essere considerata senza feticismi

      per una determinata forma di organizzazione, tenendo presente che lo scopo

      nostro fondamentale è di ottenere una mobilitazione e una unità organica

      sempre più vaste di forze. Per raggiungere questo scopo occorre sapersi

      adattare a tutti i terreni che ci sono offerti dalla realtà, sfruttare

      tutti i motivi di agitazione, insistere sopra l'una o sopra l'altra forma

      di organizzazione a seconda della necessità e a seconda delle possibilità

      di sviluppo di ognuna di esse (Tesi sindacali: capitoli relativi alle

      commissioni interne, ai comitati di agitazione, alle conferenze di

      fabbriche).

      41. La parola d'ordine dei comitati operai e contadini deve essere

      considerata come formula riassuntiva di tutta l'azione del partito in

      quanto essa si propone di creare un fronte unico organizzato della classe

      lavoratrice. I comitati operai e contadini sono organi di unità della

      classe lavoratrice mobilitata sia per una lotta di carattere immediato che

      per azioni politiche di più largo sviluppo. La parola d'ordine della

      creazione di comitati operai e contadini è quindi una parola d'ordine di

      attuazione immediata per tutti quei casi in cui il partito riesce con la

      sua attività a mobilitare una sezione della classe lavoratrice abbastanza

      estesa (più di una sola fabbrica, più di una sola categoria in una

      località), ma essa è in pari tempo una soluzione politica e una parola di

      agitazione adeguata a tutto un periodo della vita e della azione del

      partito. Essa rende evidente e concreta la necessità che i lavoratori

      organizzino le loro forze e le contrappongano di fatto a quelle di tutti i

      gruppi di origine e natura borghese, al fine di poter diventare elemento

      determinante e preponderante della situazione politica.

      42. La tattica del fronte unico come azione politica (manovra) destinata a

      smascherare partiti e gruppi sedicenti proletari e rivoluzionari aventi

      una base di massa, è strettamente collegata col problema della direzione

      delle masse da parte del Partito comunista e col problema della conquista

      della maggioranza. Nella forma in cui è stata definita dai congressi

      mondiali essa è applicabile in tutti i casi in cui, per l'adesione delle

      masse ai gruppi che noi combattiamo, la lotta frontale contro di essi non

      sia sufficiente a darci risultati rapidi e profondi. Il successo di questa

      tattica è legato alla misura in cui essa è preceduta o si accompagna ad

      una effettiva opera di unificazione e di mobilitazione di masse ottenuta

      dal partito con una azione dal basso. 

      In Italia la tattica del fronte unico deve continuare ad essere adottata

      dal partito nella misura in cui esso è ancora lontano dall'aver

      conquistato una influenza decisiva sulla maggioranza della classe operaia

      e della popolazione lavoratrice. Le particolari condizioni italiane

      assicurano la vitalità di formazioni politiche intermedie, basate sopra

      l'equivoco e favorite dalla passività di una parte della massa

      (massimalisti, repubblicani, unitari). Una formazione di questo genere

      sarà il gruppo di centro che assai probabilmente sorgerà dallo sfacelo

      dell'Aventino. Non è possibile lottare a pieno contro il pericolo che

      queste formazioni rappresentano se non con la tattica del fronte unico. Ma

      non bisogna contare di poter aver successi se non in relazione al lavoro

      che contemporaneamente si sarà fatto per strappare le masse alla

      passività.

      42 bis. Il problema del Partito massimalista deve essere considerato alla

      stregua del problema di tutte le altre formazioni intermedie che il

      Partito comunista combatte come ostacolo alla preparazione rivoluzionaria

      del proletariato e verso le quali adotta, a seconda delle circostanze, la

      tattica del fronte unico. E' certo che in alcune zone il problema della

      conquista della maggioranza è per noi legato specificamente al problema di

      distruggere la influenza del PSI e del suo giornale. I capi del Partito

      socialista d'altra parte vengono sempre più apertamente classificandosi

      tra le forze controrivoluzionarie e di conservazione dell'ordine

      capitalistico (campagna per l'intervento del capitale americano;

      solidarietà di fatto con i dirigenti sindacali riformisti). 

      Nulla permette di escludere del tutto la possibilità di un loro

      accostamento ai riformisti e di una successiva fusione di essi. Il Partito

      comunista deve tenere presente questa possibilità e proporsi fin d'ora di

      ottenere che, quando essa si realizzasse, le masse che sono ancora

      controllate dai massimalisti ma conservano uno spirito classista, si

      stacchino da essi decisamente e si leghino nel modo più stretto con le

      masse che la avanguardia comunista tiene attorno a sé. I buoni risultati

      dati dalla fusione con la frazione terzinternazionalista decisa dal V

      Congresso hanno insegnato al partito italiano come in condizioni

      determinate si ottengano, con una azione politica avveduta, risultati che

      non si potrebbero ottenere con la normale attività di propaganda e

      organizzazione.

      43. Mentre agita il suo programma di rivendicazioni classiste immediate e

      concentra la sua attività nell'ottenere la mobilitazione e unificazione

      delle forze operaie e lavoratrici, il partito può presentare, allo scopo

      di agevolare lo sviluppo della propria azione, soluzioni intermedie di

      problemi politici generali, e agitare queste soluzioni tra le masse che

      sono ancora aderenti a partiti e formazioni controrivoluzionarie. Questa

      presentazione e agitazione di soluzioni intermedie - lontane tanto dalle

      parole d'ordine del partito quanto dal programma di inerzia e passività

      dei gruppi che si vogliono combattere - permette di raccogliere al seguito

      del partito forze più vaste, di porre in contraddizione le parole dei

      dirigenti i partiti di massa controrivoluzionari con le loro intenzioni

      reali, di spingere le masse verso soluzioni rivoluzionarie e di estendere

      la nostra influenza (esempio: antiparlamento). 

      Queste soluzioni intermedie non si possono prevedere tutte, perché devono

      in ogni caso aderire alla realtà. Esse devono però essere tali da poter

      costituire un ponte di passaggio verso le parole d'ordine del partito, e

      deve apparire sempre evidente alle masse che una loro eventuale

      realizzazione si risolverebbe in un acceleramento del processo

      rivoluzionario e in un inizio di lotte più profonde. La presentazione e

      agitazione di queste soluzioni intermedie è la forma più specifica di

      lotta che deve essere usata contro i partiti sedicenti democratici, i

      quali in realtà sono uno dei più forti sostegni dell'ordine capitalistico

      vacillante e come tali si alternano al potere con i gruppi reazionari,

      quando questi partiti sedicenti democratici sono collegati con strati

      importanti e decisivi della popolazione lavoratrice (come in Italia nei

      primi mesi della crisi Matteotti) e quando è imminente e grave un pericolo

      reazionario (tattica adottata dai bolscevichi verso Kerenski durante il

      colpo di Kornilov). In questi casi il Partito comunista ottiene i migliori

      risultati agitando le soluzioni stesse che dovrebbero essere proprie dei

      partiti sedicenti democratici se essi sapessero condurre per la democrazia

      una lotta conseguente, con tutti i mezzi che la situazione richiede.

      Questi partiti, posti così alla prova dei fatti, si smascherano di fronte

      alle masse e perdono la loro influenza su di esse.

      44. Tutte le agitazioni particolari che il partito conduce e le attività

      che esso esplica in ogni direzione per mobilitare e unificare le forze

      della classe lavoratrice devono convergere ed essere riassunte in una

      formula politica la quale sia agevole a comprendersi dalle masse e abbia

      il massimo valore di agitazione nei loro confronti. Questa formula è

      quella del "governo operaio e contadino". Essa indica anche alle masse più

      arretrate la necessità della conquista del potere per la soluzione dei

      problemi vitali che le interessano e fornisce il mezzo per portarle sul

      terreno che è proprio dell'avanguardia operaia più evoluta (lotta per la

      dittatura del proletariato). In questo senso essa è una formula di

      agitazione, ma non corrisponde ad una fase reale di sviluppo storico se

      non allo stesso modo delle soluzioni intermedie di cui al numero

      precedente. 

      Una realizzazione di essa infatti non può essere concepita dal partito se

      non come inizio di una lotta rivoluzionaria diretta, cioè della guerra

      civile condotta dal proletariato, in alleanza con i contadini, per la

      conquista del potere. Il partito potrebbe essere portato a gravi

      deviazioni dal suo compito di guida della rivoluzione qualora

      interpretasse il governo operaio e contadino come rispondente ad una fase

      reale di sviluppo della lotta per il potere, cioè se considerasse che

      questa parola d'ordine indica la possibilità che il problema dello Stato

      venga risolto nell'interesse della classe operaia in una forma che non sia

      quella della dittatura del proletariato.

      

 

 

( Raccolta e note a piè di pagina: a cura di Vincenzo A. Romano – Informazione e Libertà per l’ Ulivo- luglio 2003)

 

Il Cesarismo

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Si può dire che il cesarismo esprime una situazione in cui le forze in lotta si equilibrano in modo catastrofico, cioè si equilibrano in modo che la continuazione della lotta non può concludersi che con la distruzione reciproca. Quando la forza progressiva A lotta con la forza regressiva B, può avvenire non solo che A vinca B o B vinca A, può avvenire anche che non vinca né A né B, ma si svenino reciprocamente e una terza forza C intervenga dall’esterno assoggettando ciò che resta di A e di B. Nell’Italia dopo la morte del Magnifico è appunto successo questo, com’era successo nel mondo antico con le invasioni barbariche. Ma il cesarismo, se esprime sempre la soluzione "arbitrale", affidata a una grande personalità, di una situazione storico-politica caratterizzata da un equilibrio di forze a prospettiva catastrofica, non ha sempre lo stesso significato storico.

Ci può essere un cesarismo progressivo e uno regressivo e il significato esatto di ogni forma di cesarismo, in ultima analisi, può essere ricostruito dalla storia concreta e non da uno schema sociologico. È progressivo il cesarismo, quando il suo intervento aiuta la forza progressiva a trionfare sia pure con certi compromessi e temperamenti limitativi della vittoria; è regressivo quando il suo intervento aiuta a trionfare la forza regressiva, anche in questo caso con certi compromessi e limitazioni, che però hanno un valore, una portata e un significato diversi che non nel caso precedente. Cesare e Napoleone I sono esempi di cesarismo progressivo. Napoleone III e Bismarck di cesarismo regressivo. Si tratta di vedere se nella dialettica rivoluzione-restaurazione è l’elemento rivoluzione o quello restaurazione che prevale, poiché è certo che nel movimento storico non si torna mai indietro e non esistono restaurazioni in toto.

Del resto il cesarismo è una formula polemico-ideologica e non un canone di interpretazione storica. Si può avere soluzione cesarista anche senza un Cesare, senza una grande personalità "eroica e rappresentativa". Il sistema parlamentare ha dato anch’esso un meccanismo per tali soluzioni di compromesso. […]

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 1975, vol. III, (p.1619-1622)

 

Il “Lorianismo” degli anni Duemila

 

Di Lelio La Porta

Cavare sangue dalle rape è compito molto arduo, in specie per chi, come Gramsci, si trovava in situazione di detenzione e aveva bisogno di ricorrere a tutti gli espedienti possibili ed immaginabili per studiare e scrivere. Cavar sangue dalle rape vuol dire trovare un fine alla propria attività anche in condizioni che sembrano le meno adatte allo svolgimento di quella attività. Quando poi tale attività è quella intellettuale, per il cui esercizio è indispensabile una continua ricerca su documenti e testi, ricerca, ovviamente, molto limitata dalle restrizioni dell’ambiente carcerario, è chiaro come il cavar sangue dalle rape diventi un obiettivo sicuramente di grosso profilo. Gramsci ebbe a disposizione, per la lettura e lo studio, testi di una letteratura che oggi verrebbe definita, in modo molto affrettato, secondaria: i romanzi di appendice, la cosiddetta letteratura popolare. Il fatto è che Gramsci riusciva a cavar sangue dalle rape e sviluppò un ragionamento particolare intorno alla letteratura popolare che, ancora oggi, ha una notevole importanza se accostato al tema centrale del rapporto fra intellettuali e popolo, o, se si preferisce, fra dirigenti e diretti.
Dunque: il lettore, che appartiene al popolo, si interessa in modo particolare alle scelte morali dei protagonisti dei romanzi. Questo, da un punto di vista metodologico, non è negativo, tutto sommato; ma ciò che intriga Gramsci sta nel fatto che il lettore italiano legge romanzi francesi ed inglesi per cui l’eroe per il quale parteggia non è mai italiano.

 Perché avviene questo? Perché le esigenze intellettuali del popolo italiano non sono state soddisfatte a causa della netta separazione della classe colta dal popolo-nazione. L’Italia aveva bisogno di un nucleo di letterati in grado di produrre una letteratura di appendice dai cui lettori «selezionare il pubblico sufficiente e necessario per creare la base culturale della nuova letteratura»: letterati, tanto per intenderci, come Dostoevskij, Chesterton, Conan Doyle. In sostanza autori come questi, sottolineava Gramsci, in Italia non sono mai esistiti a causa di un’insufficiente crescita civile e nazionale del Paese; il che, in termini strettamente gramsciani, significa che il lento ed incompleto sviluppo della borghesia italiana ha avuto come conseguenza, fra le altre, l’assoluta mancanza di letteratura nazionale e popolare.
Ciò che maggiormente interessa Gramsci è il fatto che il pubblico resti attratto dal contenuto delle opere della letteratura popolare e ciò che il pensatore sardo critica è che gli intellettuali italiani non siano riusciti a trovare il contatto con il popolo, a trovare, perciò, un contenuto adatto ai gusti popolari. Se il popolo ama il contenuto (e questo per Gramsci è fuori di ogni dubbio), il primo compito dell’intellettuale è quello di creare un’opera che soddisfi questo bisogno immediato; soltanto dopo si pongono gli obiettivi ulteriori del lavoro dell’intellettuale. Gramsci riassume la sua posizione in una nota del Quaderno 23: «La ricerca sulla bellezza di un’opera è subordinata alla ricerca del perché essa è letta, è popolare, è ricercata o, all’opposto, del perché non tocca il popolo e non l’interessa, mettendo in evidenza la assenza nella vita culturale nazionale». La domanda gramsciana resta comunque sullo sfondo del ragionamento in quanto non trova risposta: perché in Italia non è possibile e non è stata possibile una letteratura popolare? La risposta, ancora da trovare, chiama in causa il ruolo degli intellettuali italiani, il loro rapporto con il popolo e la loro subalternità alle classi dominanti del Paese.
Il tipo dell’intellettuale italiano tuttologo e borghese ma poco incline ad avvicinarsi alle esigenze delle classi subalterne, ossia a fornire alle sue opere quei contenuti richiesti dal popolo, veniva da Gramsci identificato con Achille Loria[18]. Costui, a detta di Croce, godeva «di universale reputazione d’ingegno originale» ma, alla fin fine, altro non era che un dissimulatore e un plagiario di Marx al punto che Engels, nella prefazione del 1894 al terzo libro del Capitale, ne sottolineerà la ciarlataneria. Eppure siffatto personaggio aveva un grande seguito al punto che le sue conferenze erano sempre seguitissime e i suoi libri molto letti. Com’era possibile un fatto del genere, si chiedeva Gramsci?
Già dagli anni dell’Avanti! la penna del giovane Gramsci aveva scritto parole molto forti intorno alle trovate del Loria il quale pensava ci fosse un vincolo fra misticismo e sifilide, riteneva che l’uomo perfetto fosse il professore universitario e che il proletariato sarebbe stato liberato dallo sviluppo dell’aviazione; il sarcasmo gramsciano trovò la sua specifica connotazione nelle note carcerarie, soprattutto quelle del Quaderno speciale 28 del 1935 intitolato Lorianismo. Non si tratta più dell’ eccentricità di un personaggio stravagante, “pagliaccio del pensiero”, “re degli zingari della scienza”, in quanto dire lorianismo vuol dire affrontare «alcuni aspetti deteriori e bizzarri della mentalità di un gruppo di intellettuali italiani e quindi della cultura nazionale (disorganicità, assenza di spirito critico sistematico, trascuratezza nello svolgimento dell’attività scientifica, assenza di centralizzazione culturale, mollezza e indulgenza etica nel campo dell’attività scientifico-culturale ecc.)». Identificando questi caratteri dell’intellettuale tipo Loria, Gramsci fornisce uno strumento analitico che mette in evidenza gli infortuni e la pochezza degli intellettuali stessi, nonché la povertà di certi uomini politici ponendoli di fronte al fatto che la loro fama è stata estorta alla buonafede di cittadini cloroformizzati. D’altronde, continua Gramsci, «è da pensare come, in tempi anormali, di passioni scatenate, sia facile a dei Loria, appoggiati da forze interessate, di traboccare da ogni argine e di impaludare per decenni un ambiente di civiltà ancora debole e gracile». Caso emblematico è l’avvento al potere del nazismo favorito dal “lorianismo mostruoso” degli intellettuali tedeschi altrimenti considerati molto seri; ma la serietà, evidentemente, era l’apparenza.
La galleria dei loriani è popolata di personaggi famosi fra i quali spiccano i nomi di Enrico Ferri e di Filippo Turati. Chiediamo al nostro lettore di fare un piccolo sforzo di immaginazione e di provare a vedere Gramsci detenuto in un carcere contemporaneo, con un bel televisore, magari a colori, in cella. Quanti neoloriani avrebbe aggiunto al suo elenco?
Qual è lo scopo che il nostro Gramsci si prefigge di raggiungere coniando la categoria del lorianismo? Non solo, com’è evidente, mettere alla berlina i difetti degli intellettuali italiani, ma anche educare lo spirito critico delle classi subalterne al fine di non cogliere soltanto l’aspetto ridicolo e pittoresco di tali atteggiamenti, ma anche le conseguenze nefaste che da essi hanno luogo, come nel caso della Germania hitleriana. Fin qui è il discorso su cosa gli intellettuali italiani erano, e non avrebbero dovuto essere. In particolare nella nota 67 del Quaderno 11 (1932-19-3) Gramsci affronta con decisione la questione relativa ai caratteri che dovrebbe avere un intellettuale che si ponesse come suo fine precipuo il rapporto diretto con il popolo-nazione. Gli intellettuali sono pedanti e filistei perché sanno ma non sempre riescono a comprendere e a sentire; l’elemento popolare è il più delle volte ciecamente appassionato e settario perché sente «ma non sempre comprende e sa». Non che pedanteria e passione non possano stare insieme; ma quando stanno insieme sono ridicole e pericolose. L’intellettuale, oltre a sapere, deve anche comprendere e sentire, essere appassionato, e questo non può avvenire finché egli rimane staccato dal popolo-nazione, finché egli non sente «le passioni elementari del popolo» (i contenuti di cui Gramsci aveva parlato a proposito della letteratura popolare) legandole alle leggi della storia per addivenire a quella politica-storia che non può farsi «senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione[19]». Qui Gramsci affronta il nodo cruciale dei rapporti fra intellettuali e popolo-nazione[20], fra chi governa e chi è governato: non si dà rappresentanza (e chiaramente il leader sardo non sta pensando al comunismo, che è sempre e comunque il suo orizzonte, ma ha in mente la situazione concreta dell’Italia in piena dittatura nella prospettiva di un’uscita democratica da tale dittatura) se il rapporto è burocratico e formale; esso deve essere «un’adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), solo allora il rapporto è di rappresentanza e avviene lo scambio di elementi individuali tra governati e governanti, cioè si realizza la vita d’insieme che sola è la forza sociale, si crea il blocco storico». E’ un’indicazione di metodo della quale la memoria fissa le coordinate temporali ma che solo la politica attiva, come prassi, può rendere operativa, qui ed ora.

2 Secondo Gramsci l’intellettuale può pretendere di rappresentare il popolo solo quando il rapporto è fondato su di “un’adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione quindi sapere”.

 

A. Gramsci, La formazione degli intellettuali (Q. XXIX)

 

3  Gli intellettuali sono un gruppo sociale autonomo e indipendente, oppure ogni gruppo sociale ha una sua propria categoria specializzata di intellettuali? Il problema è complesso per le varie forme che ha assunto finora il processo storico reale di formazione delle diverse categorie intellettuali. Le piú importanti di queste forme sono due:

1) Ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o piú ceti di intellettuali che gli dànno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico: l’imprenditore capitalistico crea con sé il tecnico dell’industria, lo scienziato dell’economia politica, l’organizzazione di una nuova cultura, di un nuovo diritto, ecc. ecc. Occorre notare il fatto che l’imprenditore rappresenta una elaborazione sociale superiore, già caratterizzata da una certa capacità dirigente e tecnica (cioè intellettuale): egli deve avere una certa capacità tecnica, oltre che nella sfera circoscritta della sua attività e della sua iniziativa, anche in altre sfere, almeno in quelle piú vicine alla produzione economica ( deve essere un organizzatore di masse d’uomini; deve essere un organizzatore della “fiducia” dei risparmiatori nella sua azienda, dei compratori della sua merce ecc.).

Se non tutti gli imprenditori, almeno una élite di essi deve avere una capacità di organizzatore della società in generale, in tutto il suo complesso organismo di servizi, fino all’organismo statale, per la necessità di creare le condizioni piú favorevoli all’espansione della propria classe – o deve possedere per lo meno la capacità di scegliere i “commessi” (impiegati specializzati) cui affidare questa attività organizzatrice dei rapporti generali esterni all’azienda. Si può osservare che gli intellettuali “organici” che ogni nuova classe crea con se stessa ed elabora nel suo sviluppo progressivo, sono per lo piú “specializzazioni” di aspetti parziali dell’attività primitiva del tipo sociale nuovo che la nuova classe ha messo in luce.

2) Ma ogni gruppo sociale “essenziale” emergendo alla storia dalla precedente struttura economica e come espressione di un suo sviluppo (di questa struttura), ha trovato, almeno nella storia finora svoltasi, categorie intellettuali preesistenti e che anzi apparivano come rappresentanti una continuità storica ininterrotta anche dai piú complicati e radicali mutamenti delle forme sociali e politiche.

La piú tipica di queste categorie intellettuali è quella degli ecclesiastici, monopolizzatori per lungo tempo (per un’intera fase storica che anzi da questo monopolio è in parte caratterizzata) di alcuni servizi importanti: l’ideologia religiosa cioè la filosofia e la scienza dell’epoca, con la scuola, l’istruzione, la morale, la giustizia, la beneficenza, l’assistenza ecc. La categoria degli ecclesiastici può essere considerata la categoria intellettuale organicamente legata all’aristocrazia fondiaria: era equiparata giuridicamente all’aristocrazia, con cui divideva l’esercizio della proprietà feudale della terra e l’uso dei privilegi statali legati alla proprietà.

Ma il monopolio delle superstrutture da parte degli ecclesiastici non è stato esercitato senza lotta e limitazioni, e quindi si è avuto il nascere, in varie forme (da ricercare e studiare concretamente), di altre categorie, favorite e ingrandite dal rafforzarsi del potere centrale del monarca, fino all’assolutismo. Cosí si viene formando l’aristocrazia della toga, con suoi propri privilegi, un ceto di amministratori, ecc.; scienziati, teorici, filosofi non ecclesiastici, ecc. Siccome queste varie categorie di intellettuali tradizionali sentono con “spirito di corpo” la loro ininterrotta continuità storica e la loro “qualifica”, cosí essi pongono se stessi come autonomi e indipendenti dal gruppo sociale dominante. Questa auto-posizione non è senza conseguenze nel campo ideologico e politico, conseguenze di vasta portata: tutta la filosofia idealista si può facilmente connettere con questa posizione assunta dal complesso sociale degli intellettuali e si può definire l’espressione di questa utopia sociale per cui gli intellettuali si credono “indipendenti”, autonomi, rivestiti di caratteri loro propri, ecc.[21]      (Nota V.A.R.)

 

B.      Gramsci, Gli intellettuali, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 13-16(Nota V.A.R.)

 

 

I giacobini e il marxismo italiano

 

Di Lelio La Porta

Nel quaderno 19, quello dedicato all’esame del Risorgimento italiano, è contenuto un paragrafo, per la precisione il 24, dedicato da Gramsci a Il problema della direzione politica nella formazione e nello sviluppo della nazione e dello Stato moderno in Italia. Gramsci individua nei giacobini l’avanguardia, il partito dirigente che fu in grado di imporsi alla borghesia francese, guidandola in una posizione da cui essa non avrebbe avuto nulla da temere e da cui avrebbe potuto fungere da punto d riferimento per tutto il processo rivoluzionario.
I giacobini furono risoluti e concreti, capirono il tentativo delle vecchie forze di arrestare il processo di trasformazione della società, spedendo «alla ghigliottina non solo gli elementi della vecchia società dura a morire, ma anche i rivoluzionari di ieri, oggi diventati reazionari». I giacobini furono un vero partito rivoluzionario: rappresentavano, è vero, gli interessi della borghesia ma, rappresentando i bisogni futuri di tutti i gruppi nazionali, essi «rappresentavano il movimento rivoluzionario nel suo insieme, come sviluppo storico integrale». In Francia i giacobini prevennero i fenomeni controrivoluzionari ed allargarono i loro quadri, diventarono forza egemone perché fecero una riforma agraria, organizzarono un governo borghese creando lo Stato borghese da loro diretto, cioè egemonizzato. C’è stato qualcosa di simile in Italia? C’è stato un partito in grado di realizzare una “riforma intellettuale e morale”? Il riferimento di Gramsci è alla fase di edificazione dello Stato unitario, quindi al periodo prerisorgimentale e risorgimentale.
Manteniamoci su terreno teorico per individuare la novità del concetto gramsciano di giacobinismo rispetto a tutta la tradizione che ad esso ha fatto riferimento e che è una tradizione esplicitamente di sinistra. Il giacobinismo, in Gramsci, è una categoria strategica, può essere un metodo di governo, ma solo in presenza di determinate situazioni; Machiavelli è giacobino in quanto il suo realismo, non la sua utopia, lo spinge a vedere nella soluzione del problema dell’indipendenza nazionale e dell’unità d’Italia l’obiettivo da perseguire; ma il raggiungimento di tale obiettivo è sottoposto al consenso popolare verso la politica del principe in quanto «la migliore fortezza che sia è non essere odiato dal populo: perché, ancora che tu abbi le fortezze, e il populo ti abbi in odio, le non ti salvano» (Il Principe di Machiavelli, cap. XX).
Per Gramsci il giacobinismo assume caratteri di più ampia portata rispetto alla semplice questione del miglior governo o del buon governo; si tratta di politica culturale, ossia del modo con cui creare le premesse per l’avvio di un processo avente come scopo la realizzazione completa di una cultura veramente popolare. Già il giovane Gramsci si arrovellava intorno a tale questione in termini spesso apparentemente socratici ma in realtà molto più prossimi al marxismo di quanto si potesse sospettare: «Conoscere se stessi vuol dire essere se stessi, vuol dire essere padroni di se stessi, distinguersi, uscire fuori dal caos, essere un elemento di ordine, ma del proprio ordine e della propria disciplina ad un ideale. E non si può ottenere ciò se non si conoscono anche gli altri, la loro storia, il susseguirsi degli sforzi che essi hanno fatto per essere ciò che sono, per creare la civiltà che hanno creato e alla quale noi vogliamo sostituire la nostra. Vuol dire avere nozioni di che cosa è la natura e le sue leggi per conoscere le leggi che governano lo spirito».
Il giacobino, prima di essere politico abile e determinato, deve essere organizzatore di cultura, ma di una cultura da realizzarsi a contatto diretto con le masse lavoratrici: «… ogni rivoluzione è stata preceduta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di permeazione di idee attraverso aggregati di uomini prima refrattari e solo pensosi di risolvere giorno per giorno, ora per ora, il proprio problema economico e politico per se stessi, senza legami di solidarietà con gli altri che si trovavano nelle stesse condizioni». Si evince un marxismo molto eterodosso che fa della coscienza di classe un vincolo di solidarietà da saldare con l’individualismo (individualismo che Gramsci intende, nei Quaderni, come «l’atteggiamento che ogni periodo storico ha avuto della posizione dell’individuo nel mondo e nella vita storica» e non come manifestazione dell’appropriazione «individuale della ricchezza») e la cultura-politica. Questa saldatura è possibile soltanto ricorrendo alla categoria strategica del giacobinismo che consente a una cultura individuale di diventare cultura di tutti, attivando così una pratica politica di rinnovamento e di trasformazione: «Creare una nuova cultura non significa solo fare individualmente delle scoperte originali, significa anche e specialmente diffondere criticamente delle verità già scoperte, socializzarle per così dire e pertanto farle diventare base di azioni vitali, elemento di coordinamento e di ordine intellettuale e morale. Che una massa di uomini sia condotta a pensare coerentemente e in modo unitario il reale presente è fatto filosofico ben più importante e originale che non sia il ritrovamento da parte di un genio filosofico di una nuova verità che rimane patrimonio di piccoli gruppi intellettuali».
Il giacobinismo diventa lo strumento di attivazione di un processo di democratizzazione della società e riconduce la riflessione intorno ad uno dei nessi fondamentali per la comprensione del marxismo in genere e di quello italiano in particolare: il nesso teoria-prassi. In questo senso i giacobini tutto furono meno che astratti e dottrinari e si sforzarono «di organizzare, educare e dirigere» forze politiche e sociali. Problema: dove sono i giacobini in Italia? E’ evidente che Gramsci, nel mentre si pone il problema, già pensa alla sua soluzione con la nascita del moderno Principe il quale non potrà non dedicarsi al giacobinismo «come esemplificazione di come si sia formata in concreto e abbia operato una volontà collettiva che almeno per alcuni aspetti fu creazione ex novo, originale. E occorre che sia definita la volontà collettiva e la volontà politica in generale nel senso moderno, la volontà come coscienza operosa della necessità storica, come protagonista di un reale ed effettuale dramma storico».
Questo è il significato positivo che Gramsci attribuisce al giacobinismo; ma lo stesso Gramsci ce ne rammenta le accezioni negative in cui viene usato; è giacobino «l’uomo politico energico, risoluto e fanatico, perché fanaticamente persuaso delle virtù taumaturgiche delle sue idee». In questa dimensione il giacobinismo sottolinea «gli elementi distruttivi derivati dall’odio contro gli avversari e i nemici, più che quelli costruttivi, derivati dall’aver fatto proprie le rivendicazioni delle masse popolari, l’elemento settario, di conventicola, di sfrenato individualismo, più che l’elemento politico nazionale».

 In questo senso il giacobinismo diventa un modo di far politica che non mira affatto alla trasformazione dei governati in governanti (la democrazia politica) bensì nasconde un autentico disprezzo per le masse popolari e maschera la politica intesa come comando. Messaggio per il presente: chi ha buone orecchie intenda!

 

http://www.larinascita.net/ (estratto da: La Rinascita della Sinistra)


[1] Piero Gobetti (Torino 1901-Parigi 1926), scrittore, pensatore, critico e editore, fondò il settimanale Rivoluzione liberale opera che influenzò moltissimo la cultura italiana. Perseguitalo per il suo tenace antifascismo, andò in esilio in Francia ove morì, a Parigi, nel 1926 assieme a Giovanni Amendola, dopo un’ aggressione di squadristi fascisti. (nota VAR)

[2] Bordiga Amadeo ( Napoli 1880-1970) ingegnere, fu fra i fondatori del Partito dei Comunisti Italiani, in contrasto con il nostro per le sue posizioni estremizzanti, , si separò, in seguito, dal PCI dal quale fu espulso nel 1930 perché fautore di un Partito sul modello bolscevico (accusa di Trotzkismo) in opposizione a Gramsci e Togliatti. (N.d.R.)

[3]  Vedi più avanti l’ ultimo capitolo sull’ intervento di Gramsci alla III Congresso del PCdI, Lione 1926. Pag. 34.

[4] Bolscevìchi = i più= la maggioranza; contrapposto a Mensceviki = i meno=la minoranza ( si fa risalire a Lenin che, nel congresso del 1903, POSDR (Part.oper.social- democr. Russo)  propose il concetto di “dittatura del proletariato” : assunzione diretta della azione  rivoluzionaria da parte di proletariato urbano e contadini con accentramento dell’ azione in rivoluzionari professionisti ed instaurò una maggioranza bolscevica. (N.d.R.)

[5] Bucharin, Nikolaj Ivanovic (1888-1938) si separò poi da Stalin e fece parte della cosiddetta “destra di opposizione” ; subì l’ epurazione stalinista nel periodo della c.d. “grande purga”. (N.d.R.)

[6] Komintern , abbreviazione russa sinonimo di Internazionale comunista, nata a Mosca nel febbraio del 1919 riuniva tutti i partiti comunisti del mondo con caratteri direttivi, fu sciolto nel 1943. (N.d.R.)

[7] Francesco De Sanctis in letteratura e G. Luckacs nell’ arte in genere, riprendono il concetto di sintesi fra materia e forma come un unicum inscindibile in cui l’ una giustifica e completa l’ altra. (N.d.R.)

[8] Lo spirito giacobino è la spinta rivoluzionaria, quella che portò, durante la rivoluzione francese alla emersione dei montagnard nei confronti del centro grondino e della palude nell’ Assemblea Nazionale del 1792. (N.d.R.)

[9] Boulanger, Georges Ernest; Generale francese (1837-1891) che fu ministro della guerra e successivamente intrigò tanto con il principe Napoleone quanto con il Conte di Parigi; alla fine si mise a capo di un partito revisionista ed autoritario. (il boulangismo) Fu accusato di complotto contro lo stato, ma riuscì a fuggire in Belgio dove, tuttavia, si suicidò. (N.d.R.)

[10] In questo caso grettezza e più propriamente l’ avversione della classe piccolo-borghese , meno colta alle nuove idee politiche e filosofiche. (N.d.R.)

[11] Propria del metodo Hegeliano rivalutato dal G. dove il raggiungimento della verità si ottiene da un confronto stretto fra le diverse tesi; Legge del divenire dello spirito che risolve in sé gli opposti nell’ alterna vicenda di tesi ed antitesi (Hegel). (N.d.R.)

[12] Egemonia , in questo senso, è la direzione assunta da una classe di intellettuali che sono immersi nella vita e che studiando il popolo ed la società assuma una funzione guida che poi permetta il passaggio del proletariato (in q.c. “lavoratori” ) alla funzione di “classe dominante: egemonia -> dominio. (N.d.R.)

[13] Soprastruttura (v. Abbagnano, Dizionario di Filosofia, UTET, TO, 2^ ed. 1971) è l’ ordinamento politico e giuridico , epperò anche le ideologie :politiche, religiose e filosofiche che , in un dato periodo, dipendono dalla “strutturaà economica di una data fase dalla società. <<In Marx, infatti, la struttura è la costituzione economica di una società in cui entrano i rapporti di produzione e quelli di lavoro mentre la sua soprastruttura è la costituzione giuridica, statale ed ideologica di quella società (ibidem)>>. (N.d.R.)

[14] Il C. democratico viene teorizzato da Lenin; in base a questa teoria , combattuta da R, Luxemburg, la emocraia di base è subordinata alla superiore esigenza di direzione politica unitaria del partito per cui sebbene emanata dal basso , si viene a costituire una gerarchia “formalmente verticistica” . In essa, se assunta come essenziale nello statuto di un partito, sono assenti i pareri della minoranza che non possono essere espressi nemmeno con corenti interne al partito stesso.

[15] Così perché la burocrazia è espressione del potere centrale dello Stato. (N.d.R.)

[16] Vedi pag. 24

[17] Vedi nota a pag. 17 n° 15

[18] Vedi MARX ,Il capitale, a cura di E. Sardella-Newton Compton-RM 1970 -Ed.Integrale , traduzione di Ruth Meyer-libro terzo pp.28 e 29 nota n° 33. Achille Loria (1857-1943) . Pubblica nel 1886 un volume “La teoria economica della costituzione politica” dove spaccia come propria la teoria marxista, ampiamente falsata. (Nota V.A.R.)

 

 

[21] Gramsci delinea così  il nuovo intellettuale: "un   costruttore, organizzatore, “persuasore permanentemente” perché non  puro oratore […]",  il quale "dalla tecnica-lavoro giunge alla  tecnica-scienza ed alla concezione umanistico-storica senza la quale  si rimane 'specialista' e non si diventa 'dirigente' (specialista  più politico)". 

(Quaderno 12). (nota V.A.R.)