
Zibaldone gramsciano
Cagliari luglio agosto 2004-2005
A CURA DI Vincenzo A. Romano
A. Gramsci: Coscienza critica di un secolo di storia del nostro Paese
GRAMSCI, IL PRINCIPE DI MACHIAVELLI
GRAMSCI: INTELLETTUALI DI TIPO URBANO E RURALE
GRAMSCI, INTELLETTUALI E POPOLO
GRAMSCI, SE GLI INTELLETTUALI SONO INDIPENDENTI OD ORGANICI
GRAMSCI, VERA E FALSA LIBERTA' DEL FILOSOFO
Gli intellettuali. Quaderno 12 (XXIX), pp. 1-2
L'ORGANIZZAZIONE DELLA SCUOLA E DELLA CULTURA
ANTONIO GRAMSCI: l'interpretazione del Risorgimento
IL PARTITO E GLI INTELLETTUALI
Tesi del III Congresso del Partito Comunista d'Italia,
Compiti fondamentali del Partito comunista
Il “Lorianismo” degli anni Duemila
I giacobini e il marxismo italiano
Valentino-Gerratana
"ANTONIO-GRAMSCI"
Enciclopedia--italiana
Quinta/Appendice/E/-IS/1979-1992
Roma: Enciclopedia italiana, 1992 (pp.485-86)
Uomo politico e scrittore. Nuova luce sulla sua biografia e sui contenuti della sua opera è stata gettata dagli studi compiuti negli anni più recenti. Dopo una giovinezza afflitta da infermità e angustie economiche, si trasferì nel 1911 a Torino, grazie a una borsa di studio che gli permetteva d'iscriversi all'università, nella facoltà di Lettere e Filosofia. Si appassionò inizialmente agli studi di linguistica, sotto la guida del glottologo M. Bartoli, ma si legò poi ai più vivaci movimenti letterari e politici del capoluogo piemontese. I suoi studi universitari furono però rallentati da frequenti esaurimenti nervosi, mentre rinunzierà infine a laurearsi perché impegnato sempre più nel giornalismo militante (nel dicembre 1915 iniziò a lavorare nella redazione torinese dell'Avanti!, organo del Partito socialista italiano).
La sua attività giornalistica
s'impone all'attenzione generale non solo per la qualità della scrittura, ma
anche per lo spessore della ricerca culturale. In questo senso rimase esemplare
la preparazione di un numero unico redatto nel febbraio del 1917 per conto della
Federazione giovanile socialista piemontese (La città futura), dove a
originali articoli di teoria e di propaganda socialista si affiancavano scritti
di Croce, Salvemini e A. Carlini. In questo periodo l'influenza di Croce e
della polemica antipositivistica dell'idealismo italiano traspare anche nella
valutazione entusiastica della rivoluzione russa del novembre 1917, interpretata
come "rivoluzione contro il Capitale" (cioè contro la versione
deterministica dell'opera di Marx). Con questi orientamenti preparò poi e
diresse nel dopoguerra il periodico L'Ordine Nuovo, pubblicato tra il
maggio
Nel 1921 partecipò al Congresso di Livorno che sancì la scissione del Partito socialista e la costituzione del Partito comunista, e come organo del nuovo partito diresse, ancora a Torino, L'Ordine Nuovo, diventato quotidiano (al quale collaborò anche, come critico teatrale, Gobetti). Tuttavia nei primi anni del nuovo partito la sua attività fu condizionata dalla direzione di A. Bordiga[2], che avendo organizzato una frazione nazionale prima della scissione aveva acquisito una posizione di preminenza, influenzando anche gran parte dello stesso gruppo torinese del L'Ordine Nuovo.
In questo periodo, nel maggio del 1922, prima del colpo di stato fascista, partì per Mosca, dove si fermò fino al novembre 1923 come rappresentante del partito italiano nel Comitato esecutivo dell'Internazionale comunista[3]. Successivamente si spostò a Vienna per preparare una nuova serie de L'Ordine Nuovo, che cominciò a uscire, come quindicinale, dal primo marzo 1924. Poco dopo fu eletto deputato al Parlamento e poté rientrare in Italia, impegnandosi nella lotta contro il fascismo e, all'interno del partito, nell'azione organizzativa necessaria per imporre una linea politica diversa da quella bordighiana, che per il suo estremismo era entrata in rotta di collisione con le posizioni prevalenti nell'Internazione comunista.
La linea di G., che raccolse intorno a sé un nuovo gruppo dirigente "centrista," prevalse poi al terzo congresso del Partito comunista d'Italia, tenuto a Lione nel gennaio 1926. Alcuni mesi dopo però i suoi rapporti con l'Internazionale comunista subirono una prima incrinatura, con la sua iniziativa di scrivere una lettera allarmata al Comitato centrale del Partito bolscevico[4] per le divisioni interne a quel partito. Pur dando torto all'opposizione la lettera conteneva anche riserve sui metodi della maggioranza (Stalin-Bucharin[5]), e per questo motivo Togliatti, allora rappresentante a Mosca dei comunisti italiani, ritenne opportuno non inoltrarla ufficialmente. Ne nacque una vivace polemica personale tra G. e Togliatti, rilevante sopratutto per l'insistenza da parte del primo sulla necessità di «richiamare alla coscienza politica dei compagni russi, e richiamare energicamente, i pericoli e le debolezze che i loro atteggiamenti stavano per determinare.»
Il precipitare degli eventi in Italia lo distolse però da questa polemica: l'8 novembre 1926, in seguito ai "provvedimenti eccezionali" del governo fascista contro gli oppositori, G. fu arrestato nonostante l'immunità parlamentare e inviato prima al confino di Ustica e poi nel carcere di Milano per essere deferito, insieme ad altri dirigenti comunisti, al Tribunale speciale per la difesa dello stato. Al processo, tenuto a Roma nel maggio-giugno 1928, fu condannato a 20 anni di reclusione. Destinato, per espiare la pena, alla casa penale di Turi (Bari), vi rimase fino al dicembre 1933, quando per gravi motivi di salute fu trasferito prima all'infermeria del carcere di Civitavecchia e poi, sempre in stato di detenzione, in una casa di cura privata di Formia. Solo nell'ottobre 1934 venne ammesso alla libertà condizionale, e tuttavia rimase nella stessa clinica di Formia, non essendo in grado, per la salute compromessa, di riprendere un'attività normale. Si spense infine nella clinica Quisisana di Roma, dove era stato trasferito, sotto sorveglianza, dalla clinica di Formia.
La sua vita in carcere era stata anche amareggiata dai difficili rapporti stabilitisi con il partito che aveva diretto prima dell'arresto. In disaccordo con la linea politica adottata alla fine del 1929 su pressione del Komintern[6], allora in lotta non solo con il fascismo ma anche con la socialdemocrazia (definita come "socialfascismo"), si era trovato in aperto conflitto con la maggioranza degli altri comunisti detenuti a Turi, e ciò lo aveva indotto a fare del suo isolamento la forma esclusiva della propria esistenza. Si spiega così perché la sua situazione non sia stata allora posta in discussione negli organi dirigenti operanti in esilio, con i quale i suoi rapporti furono sempre indiretti (con la mediazione dell'amico economista P. Sraffa, che lavorava a Cambridge). Tuttavia dopo il 1934, con l'abbandono della propaganda sul "socialfascismo" e il prevalere della politica di unità antifascista, furono intensificate le campagne di stampa internazionali per chiedere la sua liberazione.
Al di là dei riconoscimenti provenienti dai contemporanei nel corso della sua attività (Gobetti, Prezzolini, Dorso), la sua fama è legata sopratutto alla pubblicazione, nel dopoguerra, degli scritti postumi. Nel 1947 la prima edizione delle Lettere dal carcere (una nuova e più ampia edizione fu pubblicata nel 1965) trovò un'eco vastissima negli ambienti culturale più diversi. Seguirono i volumi tratti dai "Quaderni del carcere," nell edizione tematica: Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce (1948), Gli intellettuali e l'organizzazione della cultura (1949), Il Risorgimento (1949), Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno (1949), Letteratura e vita nazionale (1950), Passato e presente (1951). In più volumi furono poi raccolti gli scritti giornalistici del periodo pre-carcerario. L'ordine sistematico scelto nella prima edizione dei Quaderni, con il raggruppamento redazionale delle note gramsciane per argomenti e temi omogenei, rendeva più immediatamente accessibili i contenuti dell'opera, ma non metteva in luce i suoi nessi interni e il filo conduttore seguito dall'autore nel suo lavoro.
Questo compito si è posta invece l'edizione critica dei Quaderni del carcere, pubblicata in quattro volumi nel 1975, a cura di V. Gerratana, secondo l'ordine dei manoscritti integrali così come sono stati lasciati dall'autore, ma con un ampio apparato di note e indici e con il riscontro delle fonti utilizzate. E' stato così possibile seguire il ritmo di sviluppo della ricerca gramsciana attraverso la prima stesura di note appuntate in quaderni miscellanei e poi riprese e in alcuni casi sviluppate nella seconda stesura dei quaderni "speciali" da cui l'autore si riproponeva di ricavare dei saggi indipendenti connessi tra di loro, ma non un lavoro organico d'insieme (come sembrava suggerire la prima edizione tematica).
Punto di partenza della ricerca è l'ordine d'idee abbozzate in un saggio sulla questione meridionale scritto prima dell'arresto, con l'analisi del rapporto città-campagna e delle alleanze di classe nella società italiana dei primi decenni del secolo. L'analisi si allarga e si approfondisce nel lavoro dei Quaderni con lo studio della funzione degli intellettuali nella storia d'Italia. E' una ricerca complessa e originale, perché la nozione di "intellettuale," nella sua funzione di coagulo della formazione di ogni blocco storico (v.pag,8), è allargata oltre i limiti tradizionali, in una visione che estende il concetto stesso di Stato inteso non più solo come "società politica," organo di coercizione giuridica, ma come intreccio di società politica e "società civile," dove l'egemonia di un gruppo sociale si esercita attraverso le organizzazioni cosiddette private come Chiesa, sindacati, scuole e altri strumenti di direzione culturale.
Questo impianto teorico, che ha al centro il concetto di "egemonia," (v.pag.7)porta anche a una nuova interpretazione della caduta dei Comuni medievali e della loro incapacità di superare la fase economico-corporativa dello stato, per il carattere cosmopolita degli intellettuali italiani e per l'assenza in essi di una funzione popolare-nazionale. Nello stato moderno invece l'esercizio dell'egemonia consente alle classi dominanti di ottenere il consenso delle classi subalterne, sia con l'energia delle rivoluzioni di tipo giacobino sia attraverso diverse forme di "rivoluzione passiva": con questo termine mutuato da V. Cuoco viene indicato un processo di rivoluzione-restaurazione o di "rivoluzione senza rivoluzione," come quello illustrato nella storia italiana del Risorgimento dove i moderati riescono a esercitare la loro egemonia sul Partito d'Azione.
Una particolare forma di rivoluzione passiva è considerato in questa analisi anche il fascismo, visto non solo nei suoi aspetti repressivi ma anche nei suoi sforzi economico-sociali di modernizzazione in rapporto al fenomeno dell'americanismo e del fordismo, altro filone indagato con costanza analitica nei Quaderni. In questo quadro storiografico trova posto la visione politica di una strategia rivoluzionaria fondata sul passaggio dalla "guerra manovrata" e dall'attacco frontale alla "guerra di posizione" idonea alle condizioni dell'Occidente, dove l'esercizio dell'egemonia è affidato alla conquista del consenso in tutte le principali articolazioni della società civile.
Legata a simile strategia è la riflessione su due temi ricorrenti nei Quaderni: il problema del rapporto tra Machiavelli e Marx (e sorge da questa riflessione l'idea di un partito come moderno Principe) e la prospettiva di uno sviluppo del marxismo come filosofia della prassi nei suoi rapporti con il senso comune e con le correnti culturali del mondo moderno. La stretta connessione di questi temi risulta ancora più evidente nella successione dei manoscritti originali come sono riprodotti nell'edizione critica, nella ricchezza delle sue implicazioni e dei problemi lasciati aperti dallo stesso autore. Per questo si tratta di temi che potevano servire da stimolo a nuove ricerche e sono stati infatti discussi a lungo, anche in altri paesi. Traduzioni dell'edizione critica dei Quaderni si sono avute in Francia (Parigi, Gallimard), America Latina (Messico, Ediciones Era), Germania (Amburgo, Argument), Stati Uniti (Columbia University Press). Una puntuale testimonianza della diffusione del pensiero di G. nel mondo è nella Bibliografia gramsciana, curata da J.Cammett, presentata al Congresso internazionale di Formia nell'ottobre 1989; vi sono registrati più di 7000 titoli in 27 lingue.
Gramsci, ha scritto Togliatti, con lui fondatore del PCI nel 1921,e' "la coscienza critica di un secolo di storia del nostro Paese".
Per questo, mezzo secolo dopo che il cervello e la penna di quest'uomo si sono
fermate, le sue riflessioni si rivelano profondamente attuali e
suscitano l'interesse dei giovani, così che la sua opera assume per noi il
valore di un classico.
Egli ha scritto: "Tutti vogliono essere aratori della storia, avere parti
attive. Nessuno vuol essere concio della storia. Ma può ararsi senza prima
ingrassare la terrà? dunque, ci deve essere l'aratore ed il concio".
Il concio, il letame per concimare la terra, è questo che Gramsci è stato.
E da concio arriva a fertilizzare il terreno fino a noi, aprendoci un
eccezionale orizzonte conoscitivo su processi storici, da lui colti allo
stato germinativo, ma di cui aveva intuito gli sviluppi.
È, infatti, lo specchio critico in cui leggiamo le caratteristiche
essenziali del Novecento.
In particolare, egli si pose il problema della costruzione dell'egemonia,
dell'evocazione del più ampio consenso possibile, consapevole dell'ormai
inarrestabile irruzione delle masse sul terreno della storia e del
profondo legame tra politica ed economia, tra Stato e Società civile,
nell'età del capitale di monopolio.
Le direttrici di fondo della riflessione gramsciana sono costituite dal
ripensamento teorico del marxismo e dalla originale ed acuta analisi delle
specifiche forme della conquista del potere in Italia.
È per questo che Gramsci è considerato uno dei più significativi
rappresentanti del marxismo teorico del Novecento ed insieme il fondatore
della "via italiana al socialismo".
In primo luogo, Gramsci rilesse Marx attraverso la lezione di Lenin,
riconducendolo alla radice hegeliana e ponendo l'accento sulla centralità
della dialettica.
Egli difende la specificità del marxismo, opponendosi tanto alla
deformazione positivistica operata dalla Seconda Internazionale, che
riduceva il marxismo a teoria economica, considerando la storia
esclusivamente come storia di rapporti materiali di produzione, tanto al
neoidealismo crociano ed al suo concetto di storia etico-politica.
Se contro i revisionisti Gramsci fa valere il principio della dialettica,
contro la filosofia crociana, la filosofia prevalente presso gli
intellettuali laici e liberali del nostro Paese, fa valere il principio
della "Storia integrale".
Scrive Gramsci: "La storia etico-politica, in quanto prescinde dal
concetto di blocco storico, in cui contenuto economico-sociale e forma
etico-politica si identificano concretamente nella ricostruzione dei vari
periodi storici, è nient'altro che una presentazione polemica di
filosofemi più o meno interessanti, ma non è storia".
La "storia integrale" è insieme storia dei rapporti materiali di
produzione e storia etico-politica, cioè è storia del rapporto dialettico
tra prassi e teoria.
Infatti, scrive Gramsci, "le idee non nascono da altre idee, le filosofie
non sono partorite da altre filosofie, esse sono l'espressione rinnovata
dello sviluppo storico".
In questa ottica, "prevedere" significa "vedere bene il presente ed il
passato in quanto movimento". Vedere bene, cioè identificare con esattezza
gli elementi fondamentali e permanenti del processo. Ma è assurdo pensare
ad una previsione puramente oggettiva, ossia fondata solo sul movimento di

forze economiche, prescindendo dall'azione soggettiva di uomini ed
istituzioni.
Col concetto di "Blocco storico", Gramsci intende la dialettica
inscindibile di teoria e prassi.
Infatti, egli scrive: "Le forze materiali
non sarebbero concepibili
![]()
storicamente senza forma, e le ideologie sarebbero ghiribizzi individuali
senza le forze materiali[7]."
Contenuto del Blocco storico è la sottostante
struttura economica; la

sovrastruttura ideologico-politica ne è la forma.
È così che per Gramsci il marxismo si configura come "Filosofia della
prassi", cioè come teoria di rapporti reali che si traduce in azione. La
teoria ha un legame vivente con la prassi, è "ideologia organica".
È la sovrastruttura, necessaria perché storicamente determinata, capace di
organizzare le masse umane, formando il terreno in cui gli uomini si
![]()
muovono, acquistano coscienza dei conflitti di struttura e lottano.
È il campo della presa di coscienza degli antagonismi ed insieme il luogo
della cementazione sociale, dell'egemonia, della produzione e della
trasmissione della cultura.

Le idee nascono dallo sviluppo storico del reale, ne sono l'espressione,
ma nello stesso tempo hanno il potere di cambiare la storia. Ecco perché
le idee non sono figlie di idee, ma nascono da rapporti storici reali.
Nel momento in cui il capitalismo è entrato nella fase monopolistica, e le
grandi masse sulla scena della storia, il problema della sovrastruttura
diviene determinante.
Prendere il potere significa, innanzitutto, occupare le "casematte dello
Stato", cioè quegli apparati della Società civile, come la scuola, i
partiti, i sindacati la stampa, che hanno il compito di inculcare nelle
menti delle grandi masse i valori della classe dominante.
Secondo Gramsci la supremazia di un gruppo sociale nel mondo contemporaneo
non può attuarsi solo col dominio e con la forza.
Gli apparati coercitivi della società politica non sono più sufficienti,
occorre avvalersi degli apparati egemonici della società civile, occorre
evocare il consenso più ampio. Il potere non è più dominio, è egemonia,
intesa essenzialmente come capacità di direzione intellettuale e morale.
"Un gruppo sociale deve sforzarsi di diventare dirigente già prima di
conquistare il potere e diventare dominante. Dopo, quando esercita il
potere, diventa dominante, ma deve continuare ad essere dirigente."
Invece, la borghesia italiana di inizio secolo, pur essendo ancora
dominante, stenta ad essere dirigente, avendo perso la capacità di
risolvere i problemi delle grandi masse.
Gramsci insiste particolarmente su questo punto, affermando che l'egemonia
tende a formare un blocco storico di forze differenti, tenute insieme
dall'ideologia.
È per questo che il cemento del blocco storico è l'intellettuale.
Analizzando la storia italiana del suo tempo, egli individua un blocco
storico dominante costituito dagli industriali del nord e dagli agrari del
sud, il cui cemento è rappresentato dall'intellettuale crociano.
A questo blocco storico occorre contrapporne un altro formato da operai
settentrionali e contadini, il cui cemento è l'intellettuale organico.
Gli intellettuali assumono, così, un ruolo centrale.
Essi non sono visti come un gruppo sociale autonomo e ristretto, bensì
come l'insieme dei quadri dirigenti che elaborano e trasmettono le
idee-guida nei vari settori della produzione, della politica e dei
partiti, della cultura e dell'educazione.
Secondo Gramsci "tutti gli uomini sono intellettuali, ma non tutti gli
uomini hanno nella società la funzione di intellettuali"."Ogni uomo,
all'infuori della sua professione, esplica una qualche attività
intellettuale, è cioè filosofo, artista, uomo di gusto, partecipa di una
concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi
contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, a
suscitare nuovi modi di pensare".
Ogni classe sociale tende a produrre i propri intellettuali organici
connessi ai propri bisogni ed alla propria mentalità.
Intellettuale organico delle classi subalterne è, per eccellenza, secondo
Gramsci, il partito, che, rappresentando la totalità degli interessi e
delle aspirazioni della classe lavoratrice, si configura come la sua guida
politica, morale ed ideale.
Per questa sua capacità unificatrice delle istanze popolari e per il suo
fermo tendere verso un supremo fine politico, egli denomina il partito
comunista "moderno Principe", con l'avvertenza che, mentre per Machiavelli
esso si identifica in un individuo concreto, per i comunisti si tratta di
un organismo in cui si concreta la volontà collettiva della classe
rivoluzionaria.
Quanto alla strategia rivoluzionaria, coerentemente con la sua dottrina
dell'egemonia, Gramsci afferma che lo scontro rivoluzionario non può
essere frontale e "limitato alla trincea", cioè alla "facciata dello
Stato", deve piuttosto dirigersi in profondità, mediante una "snervante
guerra di posizione", contro le "fortezze" e le "casematte" del nemico,
ossia contro l'insieme delle istituzioni della Società civile.
Si tratta di logorare progressivamente la supremazia di classe della
borghesia, conquistando i punti strategici della società civile, e ponendo
così le premesse per la conquista del potere e la realizzazione della
propria egemonia.
La conquista dello Stato borghese, in quest'ottica, avviene dall'interno
della società, attraverso una "battaglia delle idee" e sulla base di una
prospettiva sociale, economica, politica, intellettuale e morale, che sia
in grado di ottenere il consenso delle masse.
Ancora una volta risulta centrale la funzione dell'intellettuale organico,
dell'intellettuale che ricuce la frattura tra cultura e vita, tra cultura
e masse, operata dall'intellettuale tradizionale, membro di una casta
separata dal popolo-nazione.
L'intellettuale organico deve essere portatore di una " cultura
nazional-popolare", che rappresenta il cemento del rapporto tra dirigenti
e diretti, tra governanti e governati.
Perché, si chiede Gramsci, il popolo ha avuto nel Risorgimento una parte
marginale, ed in ogni caso subalterna, così che l'unificazione italiana si
è caratterizzata coma" conquista regia", e non come prodotto popolare?
Perché mancava una coscienza nazionale che non poteva certo nascere dalla
cultura dominante, ancora legata ad una tradizione cosmopolita ed alla
convinzione che le idee nascono da altre idee.
In questo vuoto di coscienza nazionale e nella estraniazione del popolo al
nostro moto unitario, i moderati cavouriani hanno diretto il processo di
unificazione secondo i propri fini, fino alla costituzione di uno Stato
dalla fisionomia di "dittatura borghese".
Il vizio d'origine dello Stato italiano, la causa della sua debolezza e
del permanere di tentazioni reazionarie, è l'assenza di "spirito
giacobino" nel movimento che gli ha dato vita.[8]
Secondo questa linea di lettura la "questione meridionale" diviene una
"questione nazionale", perché la classe operaia italiana ha la possibilità
di farsi classe dirigente solo facendo della questione meridionale una
questione nazionale.
Infatti, il proletariato, solo se riesce ad ottenere il consenso delle
masse contadine può creare quel sistema di alleanze di classe, che gli
permetta di mobilitare contro lo stato borghese la maggioranza della
popolazione lavoratrice e diventare classe dirigente e dominante.
Di fronte al blocco dominante, formato da industriali ed agrari, per
effetto dell'egemonia dei moderati nel processo di unificazione del nostro
Paese, neppure il Partito d'Azione, di impronta mazziniana e garibaldina,
ha saputo farsi "giacobino", cioè legarsi alle masse rurali e porre la
questione agraria.
Di qui la necessità di saldatura politica e culturale tra salariati
settentrionali e contadini meridionali, che implica lo sforzo di strappare
le masse rurali all'egemonia della borghesia e della Chiesa, ponendo in
primo piano la questione degli intellettuali.
"È da notare - scrive Gramsci - che la massa dei contadini, quantunque
svolga una funzione essenziale nel mondo della produzione, non elabora
propri intellettuali organici e non assimila nessun ceto di intellettuali
tradizionali, quantunque dalla massa dei contadini altri gruppi sociali
tolgano molti dei loro intellettuali, e gran parte degli intellettuali
tradizionali siano di origine contadina".
Ma porre in primo piano la questione degli intellettuali significa porre
in primo piano la questione della cultura e della scuola.
Qui, oltre che nell'acuta analisi della storia italiana, si rileva la
grandezza e l'attualità della riflessione di Gramsci, che pone l'accento
sull'analisi degli strumenti, i "media", attraverso i quali l'"egemonia
attiva" crea "consenso passivo" in una società di massa.
Egli avverte che bisogna smettere di concepire la cultura come sapere
enciclopedico, in cui l'uomo è solo un recipiente da riempire con dati
empirici, nozioni e fatti bruti e sconnessi, che saranno incasellati nel
cervello come in un dizionario, e poi utilizzarli all'occorrenza.
L'élite intellettuale borghese è ermetica ed astratta, perché la cultura
borghese è separata dalla vita e dalle masse.
La cultura, invece, deve "aderire al presente" che noi stessi abbiamo
contribuito a creare, avendo coscienza del passato e del suo continuarsi.
Rimproverare al passato di non aver compiuto il compito del presente è
come rimproverare ai padri di non aver fatto il lavoro dei figli.
Aderire al presente significa anche unire, nella formazione intellettuale,
"la tecnica-scienza e la concezione umanistico-storica, senza la quale si
rimane specialista e non si diventa dirigente".
Il dirigente deve avere, oltre che una cultura umanistica, anche una
cultura scientifica.
Occorre superare la parcellizzazione delle scienze e puntare su una scuola istruttiva,
ma soprattutto formativa della personalità. La lezione non sarà cattedratica, ma seguirà il modello circolare del seminario, in cui il rapporto tra maestro ed allievo è fondato sull'interazione.
La scuola deve essere unitaria fino ai sedici anni e bisogna dare importanza all'educazione civica, fornendo le prime nozioni dello Stato e della Società, come elementi primordiali di una nuova concezione del mondo. Bisogna formare l'autodisciplina intellettuale e l'autonomia morale, attraverso
Un metodo di insegnamento attivo che favorisca la creatività. L'allievo
non è un recipiente da riempire, in una scuola che abbia
superato la frattura tra istruzione ed educazione, e che ha un rapporto
strutturale con la vita reale.
Il giovane partecipa attivamente alla scuola solo se essa non è separata
dalla vita.
Certo, "occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere,
con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche
muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con
lo sforzo, e anche la sofferenza".
Gramsci osserva che il libro di Machiavelli presenta due momenti distinti, quello teorico-scientifico, evidente nella stesura della quasi totalità dell’opera, e quello della passione politica, che emerge con forza nella parte finale. A ben vedere però questi due momenti sono come un tutt’uno di grande efficacia propositiva.
A. Gramsci, Noterelle sulla politica di Machiavelli (Q. XXX)
Il carattere fondamentale del Principe è quello di non essere una trattazione sistematica, ma un libro “vivente”, in cui l’ideologia politica e la scienza politica si fondono nella forma drammatica del “mito”. Tra l’utopia e il trattato scolastico, le forme in cui la scienza politica si configurava fino al Machiavelli, questi dette alla sua concezione la forma fantastica e artistica, per cui l’elemento dottrinale e razionale s’impersona in un condottiero, che rappresenta plasticamente e “antropomorficamente” il simbolo della “volontà collettiva”. Il processo di formazione di una determinata volontà collettiva, per un determinato fine politico, viene rappresentato non attraverso disquisizioni e classificazioni pedantesche di princípi e criteri di un metodo d’azione, ma come qualità, tratti caratteristici, doveri, necessità di una concreta persona, ciò che fa operare la fantasia artistica di chi si vuol convincere e dà una piú concreta forma alle passioni politiche.
Il Principe del Machiavelli potrebbe essere studiato come una esemplificazione storica del “mito” sorelliano, cioè di una ideologia politica che si presenta non come fredda utopia né come dottrinario raziocinio, ma come una creazione di fantasia concreta che opera su un popolo disposto e polverizzato per suscitarne e organizzarne la volontà collettiva.
Il carattere utopistico del Principe è nel fatto che il Principe non esisteva nella realtà storica, non si presentava al popolo italiano con caratteri di immediatezza obiettiva, ma era una pura astrazione dottrinaria, il simbolo del capo, del condottiero ideale; ma gli elementi passionali, mitici, contenuti nell’intiero volumetto, con mossa drammatica di grande effetto, si riassumono e diventano vivi nella conclusione, nell’invocazione di un principe, “realmente esistente”. Nell’intiero volumetto Machiavelli tratta di come deve essere il Principe per condurre un popolo alla fondazione del nuovo Stato, e la trattazione è condotta con rigore logico, con distacco scientifico; nella conclusione il Machiavelli stesso si fa popolo, si confonde col popolo, ma non con un popolo “genericamente” inteso, ma col popolo che il Machiavelli ha convinto con la sua trattazione precedente, di cui egli
diventa e si sente coscienza ed espressione, si sente medesimezzato: pare che tutto il lavoro “logico” non sia che un’ autoriflessione del popolo, un ragionamento interno, che si fa nella coscienza popolare e che ha la sua conclusione in un grido appassionato, immediato. La passione, da ragionamento su se stessa, ridiventa “affetto”, febbre, fanatismo d’azione. Ecco perché l’epilogo del Principe non è qualcosa di estrinseco, di “appiccicato” dall’esterno, di retorico, ma deve essere spiegato come elemento necessario
dell’opera, anzi come quell’elemento che riverbera la sua vera luce su tutta l’opera e ne fa come un “manifesto politico”.
(A. Gramsci, Note su Machiavelli, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 17-18)
Gramsci osserva che nell’epoca moderna il principe di Machiavelli può essere solo un organismo complesso, che esprima una volontà collettiva. Questo organismo è il partito politico.
A. Gramsci, Noterelle sulla politica di Machiavelli (Q. XXX)
Il moderno principe, il mito-principe, non può essere una persona reale, un individuo concreto; può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico: la prima cellula di cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali. Nel mondo moderno solo un’azione storico-politica immediata e imminente, caratterizzata dalla necessità di un procedimento rapido e fulmineo, può incarnarsi miticamente in un individuo concreto; la rapidità non può essere resa necessaria che da un grande pericolo imminente, grande pericolo che appunto crea fulmineamente l’arroventarsi delle passioni e del fanatismo, annichilando il senso critico e la corrosività ironica che possono distruggere il carattere “carismatico” del condottiero (ciò che è avvenuto nell’avventura di Boulanger[9]). Ma un’azione immediata di tal genere, per la sua stessa natura, non può essere di vasto respiro e di carattere organico: sarà quasi sempre del tipo restaurazione e riorganizzazione e non del tipo proprio alla fondazione di nuovi
Stati e nuove strutture nazionali e sociali (come era il caso nel Principe del Machiavelli, in cui l’aspetto di restaurazione era solo un elemento retorico, cioè legato al concetto letterario dell’Italia discendente di Roma e che doveva restaurare l’ordine e la potenza di Roma), di tipo “difensivo” e non creativo originale, in cui, cioè, si suppone che una volontà collettiva, già esistente, si sia snervata, dispersa, abbia subíto un collasso pericoloso e minaccioso ma non decisivo e catastrofico e occorra riconoscerla e irrobustirla, e non già che una volontà collettiva sia da creare ex novo, originalmente e da indirizzare
verso mete concrete sí e razionali, ma di una concretezza e razionalità non ancora verificate e criticate da una esperienza storica effettuale e universalmente conosciuta.
(A. Gramsci, Note su Machiavelli, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 20-21)
Secondo Gramsci l’intellettuale di tipo urbano è legato all’industria e ne segue la sorte. Il suo compito è soprattutto quello di fare da ponte fra i lavoratori e l’imprenditore. L’intellettuale di tipo rurale è formato dai “tradizionalisti”, che sono ai margini del sistema capitalistico e fanno da ponte fra i contadini e l’amministrazione dello Stato.
A. Gramsci, La formazione degli intellettuali (Q. XXIX)
Diversa la posizione degli intellettuali di tipo urbano e di tipo rurale. Gli intellettuali di tipo urbano sono concresciuti con l’industria e sono legati alle sue fortune. La loro funzione può essere paragonata a quella degli ufficiali subalterni nell’esercito: non hanno nessuna iniziativa autonoma nell’elaborare i piani di costruzione; mettono in rapporto, articolandola, la massa strumentale con l’imprenditore, elaborano l’esecuzione immediata del piano di produzione stabilito dallo stato maggiore dell’industria, controllandone le fasi lavorative elementari. Nella loro media generale gli intellettuali urbani sono molto standardizzati; gli altri intellettuali urbani si confondono sempre piú col vero e proprio stato maggiore industriale.Gli intellettuali di tipo rurale sono in gran parte “tradizionali”, cioè legati alla massa sociale campagnola e piccolo borghese di città (specialmente dei
centri minori) non ancora elaborata e messa in movimento dal sistema capitalistico: questo tipo di intellettuale mette a contatto la massa contadina con l’amministrazione statale o locale (avvocati, notai, ecc.) e per questa stessa funzione ha una grande funzione politico-sociale, perché la mediazione professionale è difficilmente scindibile dalla mediazione politica. Inoltre: nella campagna l’intellettuale (prete, avvocato, maestro, notaio, medico, ecc.) ha un medio tenore di vita superiore o almeno diverso da quello del medio contadino e perciò rappresenta per questo un modello sociale nell’aspirazione a uscire dalla sua condizione e a migliorarla. Il contadino pensa sempre che almeno un suo figliolo potrebbe diventare intellettuale (specialmente prete), cioè diventare un signore, elevando il grado sociale della famiglia e facilitandone la vita economica con le aderenze che non potrà non avere tra gli
altri signori. L’atteggiamento del contadino verso l’intellettuale è duplice e pare contraddittorio: egli ammira la posizione sociale dell’intellettuale e in generale dell’impiegato statale, ma finge talvolta di disprezzarla, cioè la sua ammirazione è intrisa istintivamente da elementi di invidia e di rabbia appassionata. Non si comprende nulla della vita collettiva dei contadini e dei germi e fermenti di sviluppo che vi esistono se non si prende in considerazione, non si studia in concreto e non si approfondisce, questa subordinazione
effettiva agli intellettuali: ogni sviluppo organico delle masse contadine, fino a un certo punto, è legato ai movimenti degli intellettuali e ne dipende.
A. Gramsci, Gli intellettuali, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 22-23
Secondo Gramsci l’intellettuale può pretendere di rappresentare il popolo solo
quando il rapporto è fondato su di “un’adesione organica in cui il
sentimento-passione diventa comprensione quindi sapere”.
A. Gramsci, Passaggio dal sapere al comprendere, al sentire e viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere (Q. XVIII)
Passaggio dal sapere, al comprendere, al sentire, e viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere. L’elemento popolare “sente”, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale “sa”, ma non sempre comprende e specialmente “sente”. I due estremi sono pertanto la pedanteria e il filisteismo[10] da una parte e la passione cieca e il settarismo dall’altra. Non che il pedante non possa essere appassionato, anzi; la pedanteria appassionata è altrettanto ridicola e pericolosa che il settarismo e la demagogia piú sfrenati. L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed esser appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere) cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente[11] alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il “sapere”; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporto di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio (cosí detto centralismo organico).
Se il rapporto tra intellettuali e popolo-nazione, tra dirigenti e diretti – tra governanti e governati – è dato da una adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), solo allora il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governati e governanti, tra diretti e dirigenti, cioè si realizza la vita di insieme che solo è la forza sociale; si crea il “blocco storico”.
A. Gramsci, Il materialismo storico, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 135-136
Secondo Gramsci a questa domanda si danno soprattutto due risposte. La prima mette in evidenza il fatto che ogni gruppo sociale “si crea uno o piú ceti d’intellettuali”. La seconda sottolinea piuttosto il fatto che gli intellettuali sono espressione di una continuità storica (es.: gli ecclesiastici).
A. Gramsci, La formazione degli intellettuali (Q. XXIX)
Gli intellettuali sono un gruppo sociale autonomo e indipendente, oppure ogni gruppo sociale ha una sua propria categoria specializzata di intellettuali? Il problema è complesso per le varie forme che ha assunto finora il processo storico reale di formazione delle diverse categorie intellettuali. Le piú importanti di queste forme sono due:
1) Ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o piú ceti di intellettuali che gli dànno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico: l’imprenditore capitalistico crea con sé il tecnico dell’industria, lo scienziato dell’economia politica, l’organizzazione di una nuova cultura, di un nuovo diritto, ecc. ecc. Occorre notare il fatto che l’imprenditore rappresenta una elaborazione sociale superiore, già caratterizzata da una certa capacità dirigente e tecnica (cioè intellettuale): egli deve avere una certa capacità tecnica, oltre che nella sfera circoscritta della sua attività e della sua iniziativa, anche in altre sfere, almeno in quelle piú vicine alla produzione economica ( deve essere un organizzatore di masse d’uomini; deve essere un organizzatore della “fiducia” dei risparmiatori nella sua azienda, dei compratori della sua merce ecc.).
Se non tutti gli imprenditori, almeno una élite di essi deve avere una capacità di organizzatore della società in generale, in tutto il suo complesso organismo di servizi, fino all’organismo statale, per la necessità di creare le condizioni piú favorevoli all’espansione della propria classe – o deve possedere per lo meno la capacità di scegliere i “commessi” (impiegati specializzati) cui affidare questa attività organizzatrice dei rapporti generali esterni all’azienda. Si può osservare che gli intellettuali “organici” che ogni nuova classe crea con se stessa ed elabora nel suo sviluppo progressivo, sono per lo piú “specializzazioni” di aspetti parziali dell’attività primitiva del tipo sociale nuovo che la nuova classe ha messo in luce.
2) Ma ogni gruppo sociale “essenziale” emergendo alla storia dalla precedente struttura economica e come espressione di un suo sviluppo (di questa struttura), ha trovato, almeno nella storia finora svoltasi, categorie intellettuali preesistenti e che anzi apparivano come rappresentanti una continuità storica ininterrotta anche dai piú complicati e radicali mutamenti delle forme sociali e politiche.
La piú tipica di queste categorie intellettuali è quella degli ecclesiastici, monopolizzatori per lungo tempo (per un’intera fase storica che anzi da questo monopolio è in parte caratterizzata) di alcuni servizi importanti: l’ideologia religiosa cioè la filosofia e la scienza dell’epoca, con la scuola, l’istruzione, la morale, la giustizia, la beneficenza, l’assistenza ecc. La categoria degli ecclesiastici può essere considerata la categoria intellettuale organicamente legata all’aristocrazia fondiaria: era equiparata giuridicamente all’aristocrazia, con cui divideva l’esercizio della proprietà feudale della terra e l’uso dei privilegi statali legati alla proprietà.
Ma il monopolio delle superstrutture da parte degli ecclesiastici non è stato esercitato senza lotta e limitazioni, e quindi si è avuto il nascere, in varie forme (da ricercare e studiare concretamente), di altre categorie, favorite e ingrandite dal rafforzarsi del potere centrale del monarca, fino all’assolutismo. Cosí si viene formando l’aristocrazia della toga, con suoi propri privilegi, un ceto di amministratori, ecc.; scienziati, teorici, filosofi non ecclesiastici, ecc. Siccome queste varie categorie di intellettuali tradizionali sentono con “spirito di corpo” la loro ininterrotta continuità storica e la loro “qualifica”, cosí essi pongono se stessi come autonomi e indipendenti dal gruppo sociale dominante. Questa auto-posizione non è senza conseguenze nel campo ideologico e politico, conseguenze di vasta portata: tutta la filosofia idealista si può facilmente connettere con questa posizione assunta dal complesso sociale degli intellettuali e si può definire l’espressione di questa utopia sociale per cui gli intellettuali si credono “indipendenti”, autonomi, rivestiti di caratteri loro propri, ecc.
A. Gramsci, Gli intellettuali, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 13-16(N.d.R.)
Antonio Gramsci, il tema degli intellettuali-educatori e gli strumenti del: consenso educativo.
di Elisabetta Colla
L'originalità del contributo gramsciano: la formazione dell'intellettuale
"organico"
Dopo aver osservato il nesso fondamentale fra egemonia[12], politica e
pedagogia, e dopo essersi lungamente soffermati sulla problematica
inerente l'intellettuale tradizionale e cosmopolita, giungiamo ora
all'espressione della piena maturità del pensiero gramsciano,
attraverso la sua riflessione forse più famosa - o che comunque ha
avuto maggior fortu