
Zibaldone gramsciano
Cagliari luglio agosto 2004-2005
A CURA DI Vincenzo A. Romano
A. Gramsci: Coscienza critica di un secolo di storia del nostro Paese
GRAMSCI, IL PRINCIPE DI MACHIAVELLI
GRAMSCI: INTELLETTUALI DI TIPO URBANO E RURALE
GRAMSCI, INTELLETTUALI E POPOLO
GRAMSCI, SE GLI INTELLETTUALI SONO INDIPENDENTI OD ORGANICI
GRAMSCI, VERA E FALSA LIBERTA' DEL FILOSOFO
Gli intellettuali. Quaderno 12 (XXIX), pp. 1-2
L'ORGANIZZAZIONE DELLA SCUOLA E DELLA CULTURA
ANTONIO GRAMSCI: l'interpretazione del Risorgimento
IL PARTITO E GLI INTELLETTUALI
Tesi del III Congresso del Partito Comunista d'Italia,
Compiti fondamentali del Partito comunista
Il “Lorianismo” degli anni Duemila
I giacobini e il marxismo italiano
Valentino-Gerratana
"ANTONIO-GRAMSCI"
Enciclopedia--italiana
Quinta/Appendice/E/-IS/1979-1992
Roma: Enciclopedia italiana, 1992 (pp.485-86)
Uomo politico e scrittore. Nuova luce sulla sua biografia e sui contenuti della sua opera è stata gettata dagli studi compiuti negli anni più recenti. Dopo una giovinezza afflitta da infermità e angustie economiche, si trasferì nel 1911 a Torino, grazie a una borsa di studio che gli permetteva d'iscriversi all'università, nella facoltà di Lettere e Filosofia. Si appassionò inizialmente agli studi di linguistica, sotto la guida del glottologo M. Bartoli, ma si legò poi ai più vivaci movimenti letterari e politici del capoluogo piemontese. I suoi studi universitari furono però rallentati da frequenti esaurimenti nervosi, mentre rinunzierà infine a laurearsi perché impegnato sempre più nel giornalismo militante (nel dicembre 1915 iniziò a lavorare nella redazione torinese dell'Avanti!, organo del Partito socialista italiano).
La sua attività giornalistica
s'impone all'attenzione generale non solo per la qualità della scrittura, ma
anche per lo spessore della ricerca culturale. In questo senso rimase esemplare
la preparazione di un numero unico redatto nel febbraio del 1917 per conto della
Federazione giovanile socialista piemontese (La città futura), dove a
originali articoli di teoria e di propaganda socialista si affiancavano scritti
di Croce, Salvemini e A. Carlini. In questo periodo l'influenza di Croce e
della polemica antipositivistica dell'idealismo italiano traspare anche nella
valutazione entusiastica della rivoluzione russa del novembre 1917, interpretata
come "rivoluzione contro il Capitale" (cioè contro la versione
deterministica dell'opera di Marx). Con questi orientamenti preparò poi e
diresse nel dopoguerra il periodico L'Ordine Nuovo, pubblicato tra il
maggio
Nel 1921 partecipò al Congresso di Livorno che sancì la scissione del Partito socialista e la costituzione del Partito comunista, e come organo del nuovo partito diresse, ancora a Torino, L'Ordine Nuovo, diventato quotidiano (al quale collaborò anche, come critico teatrale, Gobetti). Tuttavia nei primi anni del nuovo partito la sua attività fu condizionata dalla direzione di A. Bordiga[2], che avendo organizzato una frazione nazionale prima della scissione aveva acquisito una posizione di preminenza, influenzando anche gran parte dello stesso gruppo torinese del L'Ordine Nuovo.
In questo periodo, nel maggio del 1922, prima del colpo di stato fascista, partì per Mosca, dove si fermò fino al novembre 1923 come rappresentante del partito italiano nel Comitato esecutivo dell'Internazionale comunista[3]. Successivamente si spostò a Vienna per preparare una nuova serie de L'Ordine Nuovo, che cominciò a uscire, come quindicinale, dal primo marzo 1924. Poco dopo fu eletto deputato al Parlamento e poté rientrare in Italia, impegnandosi nella lotta contro il fascismo e, all'interno del partito, nell'azione organizzativa necessaria per imporre una linea politica diversa da quella bordighiana, che per il suo estremismo era entrata in rotta di collisione con le posizioni prevalenti nell'Internazione comunista.
La linea di G., che raccolse intorno a sé un nuovo gruppo dirigente "centrista," prevalse poi al terzo congresso del Partito comunista d'Italia, tenuto a Lione nel gennaio 1926. Alcuni mesi dopo però i suoi rapporti con l'Internazionale comunista subirono una prima incrinatura, con la sua iniziativa di scrivere una lettera allarmata al Comitato centrale del Partito bolscevico[4] per le divisioni interne a quel partito. Pur dando torto all'opposizione la lettera conteneva anche riserve sui metodi della maggioranza (Stalin-Bucharin[5]), e per questo motivo Togliatti, allora rappresentante a Mosca dei comunisti italiani, ritenne opportuno non inoltrarla ufficialmente. Ne nacque una vivace polemica personale tra G. e Togliatti, rilevante sopratutto per l'insistenza da parte del primo sulla necessità di «richiamare alla coscienza politica dei compagni russi, e richiamare energicamente, i pericoli e le debolezze che i loro atteggiamenti stavano per determinare.»
Il precipitare degli eventi in Italia lo distolse però da questa polemica: l'8 novembre 1926, in seguito ai "provvedimenti eccezionali" del governo fascista contro gli oppositori, G. fu arrestato nonostante l'immunità parlamentare e inviato prima al confino di Ustica e poi nel carcere di Milano per essere deferito, insieme ad altri dirigenti comunisti, al Tribunale speciale per la difesa dello stato. Al processo, tenuto a Roma nel maggio-giugno 1928, fu condannato a 20 anni di reclusione. Destinato, per espiare la pena, alla casa penale di Turi (Bari), vi rimase fino al dicembre 1933, quando per gravi motivi di salute fu trasferito prima all'infermeria del carcere di Civitavecchia e poi, sempre in stato di detenzione, in una casa di cura privata di Formia. Solo nell'ottobre 1934 venne ammesso alla libertà condizionale, e tuttavia rimase nella stessa clinica di Formia, non essendo in grado, per la salute compromessa, di riprendere un'attività normale. Si spense infine nella clinica Quisisana di Roma, dove era stato trasferito, sotto sorveglianza, dalla clinica di Formia.
La sua vita in carcere era stata anche amareggiata dai difficili rapporti stabilitisi con il partito che aveva diretto prima dell'arresto. In disaccordo con la linea politica adottata alla fine del 1929 su pressione del Komintern[6], allora in lotta non solo con il fascismo ma anche con la socialdemocrazia (definita come "socialfascismo"), si era trovato in aperto conflitto con la maggioranza degli altri comunisti detenuti a Turi, e ciò lo aveva indotto a fare del suo isolamento la forma esclusiva della propria esistenza. Si spiega così perché la sua situazione non sia stata allora posta in discussione negli organi dirigenti operanti in esilio, con i quale i suoi rapporti furono sempre indiretti (con la mediazione dell'amico economista P. Sraffa, che lavorava a Cambridge). Tuttavia dopo il 1934, con l'abbandono della propaganda sul "socialfascismo" e il prevalere della politica di unità antifascista, furono intensificate le campagne di stampa internazionali per chiedere la sua liberazione.
Al di là dei riconoscimenti provenienti dai contemporanei nel corso della sua attività (Gobetti, Prezzolini, Dorso), la sua fama è legata sopratutto alla pubblicazione, nel dopoguerra, degli scritti postumi. Nel 1947 la prima edizione delle Lettere dal carcere (una nuova e più ampia edizione fu pubblicata nel 1965) trovò un'eco vastissima negli ambienti culturale più diversi. Seguirono i volumi tratti dai "Quaderni del carcere," nell edizione tematica: Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce (1948), Gli intellettuali e l'organizzazione della cultura (1949), Il Risorgimento (1949), Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno (1949), Letteratura e vita nazionale (1950), Passato e presente (1951). In più volumi furono poi raccolti gli scritti giornalistici del periodo pre-carcerario. L'ordine sistematico scelto nella prima edizione dei Quaderni, con il raggruppamento redazionale delle note gramsciane per argomenti e temi omogenei, rendeva più immediatamente accessibili i contenuti dell'opera, ma non metteva in luce i suoi nessi interni e il filo conduttore seguito dall'autore nel suo lavoro.
Questo compito si è posta invece l'edizione critica dei Quaderni del carcere, pubblicata in quattro volumi nel 1975, a cura di V. Gerratana, secondo l'ordine dei manoscritti integrali così come sono stati lasciati dall'autore, ma con un ampio apparato di note e indici e con il riscontro delle fonti utilizzate. E' stato così possibile seguire il ritmo di sviluppo della ricerca gramsciana attraverso la prima stesura di note appuntate in quaderni miscellanei e poi riprese e in alcuni casi sviluppate nella seconda stesura dei quaderni "speciali" da cui l'autore si riproponeva di ricavare dei saggi indipendenti connessi tra di loro, ma non un lavoro organico d'insieme (come sembrava suggerire la prima edizione tematica).
Punto di partenza della ricerca è l'ordine d'idee abbozzate in un saggio sulla questione meridionale scritto prima dell'arresto, con l'analisi del rapporto città-campagna e delle alleanze di classe nella società italiana dei primi decenni del secolo. L'analisi si allarga e si approfondisce nel lavoro dei Quaderni con lo studio della funzione degli intellettuali nella storia d'Italia. E' una ricerca complessa e originale, perché la nozione di "intellettuale," nella sua funzione di coagulo della formazione di ogni blocco storico (v.pag,8), è allargata oltre i limiti tradizionali, in una visione che estende il concetto stesso di Stato inteso non più solo come "società politica," organo di coercizione giuridica, ma come intreccio di società politica e "società civile," dove l'egemonia di un gruppo sociale si esercita attraverso le organizzazioni cosiddette private come Chiesa, sindacati, scuole e altri strumenti di direzione culturale.
Questo impianto teorico, che ha al centro il concetto di "egemonia," (v.pag.7)porta anche a una nuova interpretazione della caduta dei Comuni medievali e della loro incapacità di superare la fase economico-corporativa dello stato, per il carattere cosmopolita degli intellettuali italiani e per l'assenza in essi di una funzione popolare-nazionale. Nello stato moderno invece l'esercizio dell'egemonia consente alle classi dominanti di ottenere il consenso delle classi subalterne, sia con l'energia delle rivoluzioni di tipo giacobino sia attraverso diverse forme di "rivoluzione passiva": con questo termine mutuato da V. Cuoco viene indicato un processo di rivoluzione-restaurazione o di "rivoluzione senza rivoluzione," come quello illustrato nella storia italiana del Risorgimento dove i moderati riescono a esercitare la loro egemonia sul Partito d'Azione.
Una particolare forma di rivoluzione passiva è considerato in questa analisi anche il fascismo, visto non solo nei suoi aspetti repressivi ma anche nei suoi sforzi economico-sociali di modernizzazione in rapporto al fenomeno dell'americanismo e del fordismo, altro filone indagato con costanza analitica nei Quaderni. In questo quadro storiografico trova posto la visione politica di una strategia rivoluzionaria fondata sul passaggio dalla "guerra manovrata" e dall'attacco frontale alla "guerra di posizione" idonea alle condizioni dell'Occidente, dove l'esercizio dell'egemonia è affidato alla conquista del consenso in tutte le principali articolazioni della società civile.
Legata a simile strategia è la riflessione su due temi ricorrenti nei Quaderni: il problema del rapporto tra Machiavelli e Marx (e sorge da questa riflessione l'idea di un partito come moderno Principe) e la prospettiva di uno sviluppo del marxismo come filosofia della prassi nei suoi rapporti con il senso comune e con le correnti culturali del mondo moderno. La stretta connessione di questi temi risulta ancora più evidente nella successione dei manoscritti originali come sono riprodotti nell'edizione critica, nella ricchezza delle sue implicazioni e dei problemi lasciati aperti dallo stesso autore. Per questo si tratta di temi che potevano servire da stimolo a nuove ricerche e sono stati infatti discussi a lungo, anche in altri paesi. Traduzioni dell'edizione critica dei Quaderni si sono avute in Francia (Parigi, Gallimard), America Latina (Messico, Ediciones Era), Germania (Amburgo, Argument), Stati Uniti (Columbia University Press). Una puntuale testimonianza della diffusione del pensiero di G. nel mondo è nella Bibliografia gramsciana, curata da J.Cammett, presentata al Congresso internazionale di Formia nell'ottobre 1989; vi sono registrati più di 7000 titoli in 27 lingue.
Gramsci, ha scritto Togliatti, con lui fondatore del PCI nel 1921,e' "la coscienza critica di un secolo di storia del nostro Paese".
Per questo, mezzo secolo dopo che il cervello e la penna di quest'uomo si sono
fermate, le sue riflessioni si rivelano profondamente attuali e
suscitano l'interesse dei giovani, così che la sua opera assume per noi il
valore di un classico.
Egli ha scritto: "Tutti vogliono essere aratori della storia, avere parti
attive. Nessuno vuol essere concio della storia. Ma può ararsi senza prima
ingrassare la terrà? dunque, ci deve essere l'aratore ed il concio".
Il concio, il letame per concimare la terra, è questo che Gramsci è stato.
E da concio arriva a fertilizzare il terreno fino a noi, aprendoci un
eccezionale orizzonte conoscitivo su processi storici, da lui colti allo
stato germinativo, ma di cui aveva intuito gli sviluppi.
È, infatti, lo specchio critico in cui leggiamo le caratteristiche
essenziali del Novecento.
In particolare, egli si pose il problema della costruzione dell'egemonia,
dell'evocazione del più ampio consenso possibile, consapevole dell'ormai
inarrestabile irruzione delle masse sul terreno della storia e del
profondo legame tra politica ed economia, tra Stato e Società civile,
nell'età del capitale di monopolio.
Le direttrici di fondo della riflessione gramsciana sono costituite dal
ripensamento teorico del marxismo e dalla originale ed acuta analisi delle
specifiche forme della conquista del potere in Italia.
È per questo che Gramsci è considerato uno dei più significativi
rappresentanti del marxismo teorico del Novecento ed insieme il fondatore
della "via italiana al socialismo".
In primo luogo, Gramsci rilesse Marx attraverso la lezione di Lenin,
riconducendolo alla radice hegeliana e ponendo l'accento sulla centralità
della dialettica.
Egli difende la specificità del marxismo, opponendosi tanto alla
deformazione positivistica operata dalla Seconda Internazionale, che
riduceva il marxismo a teoria economica, considerando la storia
esclusivamente come storia di rapporti materiali di produzione, tanto al
neoidealismo crociano ed al suo concetto di storia etico-politica.
Se contro i revisionisti Gramsci fa valere il principio della dialettica,
contro la filosofia crociana, la filosofia prevalente presso gli
intellettuali laici e liberali del nostro Paese, fa valere il principio
della "Storia integrale".
Scrive Gramsci: "La storia etico-politica, in quanto prescinde dal
concetto di blocco storico, in cui contenuto economico-sociale e forma
etico-politica si identificano concretamente nella ricostruzione dei vari
periodi storici, è nient'altro che una presentazione polemica di
filosofemi più o meno interessanti, ma non è storia".
La "storia integrale" è insieme storia dei rapporti materiali di
produzione e storia etico-politica, cioè è storia del rapporto dialettico
tra prassi e teoria.
Infatti, scrive Gramsci, "le idee non nascono da altre idee, le filosofie
non sono partorite da altre filosofie, esse sono l'espressione rinnovata
dello sviluppo storico".
In questa ottica, "prevedere" significa "vedere bene il presente ed il
passato in quanto movimento". Vedere bene, cioè identificare con esattezza
gli elementi fondamentali e permanenti del processo. Ma è assurdo pensare
ad una previsione puramente oggettiva, ossia fondata solo sul movimento di

forze economiche, prescindendo dall'azione soggettiva di uomini ed
istituzioni.
Col concetto di "Blocco storico", Gramsci intende la dialettica
inscindibile di teoria e prassi.
Infatti, egli scrive: "Le forze materiali
non sarebbero concepibili
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storicamente senza forma, e le ideologie sarebbero ghiribizzi individuali
senza le forze materiali[7]."
Contenuto del Blocco storico è la sottostante
struttura economica; la

sovrastruttura ideologico-politica ne è la forma.
È così che per Gramsci il marxismo si configura come "Filosofia della
prassi", cioè come teoria di rapporti reali che si traduce in azione. La
teoria ha un legame vivente con la prassi, è "ideologia organica".
È la sovrastruttura, necessaria perché storicamente determinata, capace di
organizzare le masse umane, formando il terreno in cui gli uomini si
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muovono, acquistano coscienza dei conflitti di struttura e lottano.
È il campo della presa di coscienza degli antagonismi ed insieme il luogo
della cementazione sociale, dell'egemonia, della produzione e della
trasmissione della cultura.

Le idee nascono dallo sviluppo storico del reale, ne sono l'espressione,
ma nello stesso tempo hanno il potere di cambiare la storia. Ecco perché
le idee non sono figlie di idee, ma nascono da rapporti storici reali.
Nel momento in cui il capitalismo è entrato nella fase monopolistica, e le
grandi masse sulla scena della storia, il problema della sovrastruttura
diviene determinante.
Prendere il potere significa, innanzitutto, occupare le "casematte dello
Stato", cioè quegli apparati della Società civile, come la scuola, i
partiti, i sindacati la stampa, che hanno il compito di inculcare nelle
menti delle grandi masse i valori della classe dominante.
Secondo Gramsci la supremazia di un gruppo sociale nel mondo contemporaneo
non può attuarsi solo col dominio e con la forza.
Gli apparati coercitivi della società politica non sono più sufficienti,
occorre avvalersi degli apparati egemonici della società civile, occorre
evocare il consenso più ampio. Il potere non è più dominio, è egemonia,
intesa essenzialmente come capacità di direzione intellettuale e morale.
"Un gruppo sociale deve sforzarsi di diventare dirigente già prima di
conquistare il potere e diventare dominante. Dopo, quando esercita il
potere, diventa dominante, ma deve continuare ad essere dirigente."
Invece, la borghesia italiana di inizio secolo, pur essendo ancora
dominante, stenta ad essere dirigente, avendo perso la capacità di
risolvere i problemi delle grandi masse.
Gramsci insiste particolarmente su questo punto, affermando che l'egemonia
tende a formare un blocco storico di forze differenti, tenute insieme
dall'ideologia.
È per questo che il cemento del blocco storico è l'intellettuale.
Analizzando la storia italiana del suo tempo, egli individua un blocco
storico dominante costituito dagli industriali del nord e dagli agrari del
sud, il cui cemento è rappresentato dall'intellettuale crociano.
A questo blocco storico occorre contrapporne un altro formato da operai
settentrionali e contadini, il cui cemento è l'intellettuale organico.
Gli intellettuali assumono, così, un ruolo centrale.
Essi non sono visti come un gruppo sociale autonomo e ristretto, bensì
come l'insieme dei quadri dirigenti che elaborano e trasmettono le
idee-guida nei vari settori della produzione, della politica e dei
partiti, della cultura e dell'educazione.
Secondo Gramsci "tutti gli uomini sono intellettuali, ma non tutti gli
uomini hanno nella società la funzione di intellettuali"."Ogni uomo,
all'infuori della sua professione, esplica una qualche attività
intellettuale, è cioè filosofo, artista, uomo di gusto, partecipa di una
concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, quindi
contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, a
suscitare nuovi modi di pensare".
Ogni classe sociale tende a produrre i propri intellettuali organici
connessi ai propri bisogni ed alla propria mentalità.
Intellettuale organico delle classi subalterne è, per eccellenza, secondo
Gramsci, il partito, che, rappresentando la totalità degli interessi e
delle aspirazioni della classe lavoratrice, si configura come la sua guida
politica, morale ed ideale.
Per questa sua capacità unificatrice delle istanze popolari e per il suo
fermo tendere verso un supremo fine politico, egli denomina il partito
comunista "moderno Principe", con l'avvertenza che, mentre per Machiavelli
esso si identifica in un individuo concreto, per i comunisti si tratta di
un organismo in cui si concreta la volontà collettiva della classe
rivoluzionaria.
Quanto alla strategia rivoluzionaria, coerentemente con la sua dottrina
dell'egemonia, Gramsci afferma che lo scontro rivoluzionario non può
essere frontale e "limitato alla trincea", cioè alla "facciata dello
Stato", deve piuttosto dirigersi in profondità, mediante una "snervante
guerra di posizione", contro le "fortezze" e le "casematte" del nemico,
ossia contro l'insieme delle istituzioni della Società civile.
Si tratta di logorare progressivamente la supremazia di classe della
borghesia, conquistando i punti strategici della società civile, e ponendo
così le premesse per la conquista del potere e la realizzazione della
propria egemonia.
La conquista dello Stato borghese, in quest'ottica, avviene dall'interno
della società, attraverso una "battaglia delle idee" e sulla base di una
prospettiva sociale, economica, politica, intellettuale e morale, che sia
in grado di ottenere il consenso delle masse.
Ancora una volta risulta centrale la funzione dell'intellettuale organico,
dell'intellettuale che ricuce la frattura tra cultura e vita, tra cultura
e masse, operata dall'intellettuale tradizionale, membro di una casta
separata dal popolo-nazione.
L'intellettuale organico deve essere portatore di una " cultura
nazional-popolare", che rappresenta il cemento del rapporto tra dirigenti
e diretti, tra governanti e governati.
Perché, si chiede Gramsci, il popolo ha avuto nel Risorgimento una parte
marginale, ed in ogni caso subalterna, così che l'unificazione italiana si
è caratterizzata coma" conquista regia", e non come prodotto popolare?
Perché mancava una coscienza nazionale che non poteva certo nascere dalla
cultura dominante, ancora legata ad una tradizione cosmopolita ed alla
convinzione che le idee nascono da altre idee.
In questo vuoto di coscienza nazionale e nella estraniazione del popolo al
nostro moto unitario, i moderati cavouriani hanno diretto il processo di
unificazione secondo i propri fini, fino alla costituzione di uno Stato
dalla fisionomia di "dittatura borghese".
Il vizio d'origine dello Stato italiano, la causa della sua debolezza e
del permanere di tentazioni reazionarie, è l'assenza di "spirito
giacobino" nel movimento che gli ha dato vita.[8]
Secondo questa linea di lettura la "questione meridionale" diviene una
"questione nazionale", perché la classe operaia italiana ha la possibilità
di farsi classe dirigente solo facendo della questione meridionale una
questione nazionale.
Infatti, il proletariato, solo se riesce ad ottenere il consenso delle
masse contadine può creare quel sistema di alleanze di classe, che gli
permetta di mobilitare contro lo stato borghese la maggioranza della
popolazione lavoratrice e diventare classe dirigente e dominante.
Di fronte al blocco dominante, formato da industriali ed agrari, per
effetto dell'egemonia dei moderati nel processo di unificazione del nostro
Paese, neppure il Partito d'Azione, di impronta mazziniana e garibaldina,
ha saputo farsi "giacobino", cioè legarsi alle masse rurali e porre la
questione agraria.
Di qui la necessità di saldatura politica e culturale tra salariati
settentrionali e contadini meridionali, che implica lo sforzo di strappare
le masse rurali all'egemonia della borghesia e della Chiesa, ponendo in
primo piano la questione degli intellettuali.
"È da notare - scrive Gramsci - che la massa dei contadini, quantunque
svolga una funzione essenziale nel mondo della produzione, non elabora
propri intellettuali organici e non assimila nessun ceto di intellettuali
tradizionali, quantunque dalla massa dei contadini altri gruppi sociali
tolgano molti dei loro intellettuali, e gran parte degli intellettuali
tradizionali siano di origine contadina".
Ma porre in primo piano la questione degli intellettuali significa porre
in primo piano la questione della cultura e della scuola.
Qui, oltre che nell'acuta analisi della storia italiana, si rileva la
grandezza e l'attualità della riflessione di Gramsci, che pone l'accento
sull'analisi degli strumenti, i "media", attraverso i quali l'"egemonia
attiva" crea "consenso passivo" in una società di massa.
Egli avverte che bisogna smettere di concepire la cultura come sapere
enciclopedico, in cui l'uomo è solo un recipiente da riempire con dati
empirici, nozioni e fatti bruti e sconnessi, che saranno incasellati nel
cervello come in un dizionario, e poi utilizzarli all'occorrenza.
L'élite intellettuale borghese è ermetica ed astratta, perché la cultura
borghese è separata dalla vita e dalle masse.
La cultura, invece, deve "aderire al presente" che noi stessi abbiamo
contribuito a creare, avendo coscienza del passato e del suo continuarsi.
Rimproverare al passato di non aver compiuto il compito del presente è
come rimproverare ai padri di non aver fatto il lavoro dei figli.
Aderire al presente significa anche unire, nella formazione intellettuale,
"la tecnica-scienza e la concezione umanistico-storica, senza la quale si
rimane specialista e non si diventa dirigente".
Il dirigente deve avere, oltre che una cultura umanistica, anche una
cultura scientifica.
Occorre superare la parcellizzazione delle scienze e puntare su una scuola istruttiva,
ma soprattutto formativa della personalità. La lezione non sarà cattedratica, ma seguirà il modello circolare del seminario, in cui il rapporto tra maestro ed allievo è fondato sull'interazione.
La scuola deve essere unitaria fino ai sedici anni e bisogna dare importanza all'educazione civica, fornendo le prime nozioni dello Stato e della Società, come elementi primordiali di una nuova concezione del mondo. Bisogna formare l'autodisciplina intellettuale e l'autonomia morale, attraverso
Un metodo di insegnamento attivo che favorisca la creatività. L'allievo
non è un recipiente da riempire, in una scuola che abbia
superato la frattura tra istruzione ed educazione, e che ha un rapporto
strutturale con la vita reale.
Il giovane partecipa attivamente alla scuola solo se essa non è separata
dalla vita.
Certo, "occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere,
con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche
muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con
lo sforzo, e anche la sofferenza".
Gramsci osserva che il libro di Machiavelli presenta due momenti distinti, quello teorico-scientifico, evidente nella stesura della quasi totalità dell’opera, e quello della passione politica, che emerge con forza nella parte finale. A ben vedere però questi due momenti sono come un tutt’uno di grande efficacia propositiva.
A. Gramsci, Noterelle sulla politica di Machiavelli (Q. XXX)
Il carattere fondamentale del Principe è quello di non essere una trattazione sistematica, ma un libro “vivente”, in cui l’ideologia politica e la scienza politica si fondono nella forma drammatica del “mito”. Tra l’utopia e il trattato scolastico, le forme in cui la scienza politica si configurava fino al Machiavelli, questi dette alla sua concezione la forma fantastica e artistica, per cui l’elemento dottrinale e razionale s’impersona in un condottiero, che rappresenta plasticamente e “antropomorficamente” il simbolo della “volontà collettiva”. Il processo di formazione di una determinata volontà collettiva, per un determinato fine politico, viene rappresentato non attraverso disquisizioni e classificazioni pedantesche di princípi e criteri di un metodo d’azione, ma come qualità, tratti caratteristici, doveri, necessità di una concreta persona, ciò che fa operare la fantasia artistica di chi si vuol convincere e dà una piú concreta forma alle passioni politiche.
Il Principe del Machiavelli potrebbe essere studiato come una esemplificazione storica del “mito” sorelliano, cioè di una ideologia politica che si presenta non come fredda utopia né come dottrinario raziocinio, ma come una creazione di fantasia concreta che opera su un popolo disposto e polverizzato per suscitarne e organizzarne la volontà collettiva.
Il carattere utopistico del Principe è nel fatto che il Principe non esisteva nella realtà storica, non si presentava al popolo italiano con caratteri di immediatezza obiettiva, ma era una pura astrazione dottrinaria, il simbolo del capo, del condottiero ideale; ma gli elementi passionali, mitici, contenuti nell’intiero volumetto, con mossa drammatica di grande effetto, si riassumono e diventano vivi nella conclusione, nell’invocazione di un principe, “realmente esistente”. Nell’intiero volumetto Machiavelli tratta di come deve essere il Principe per condurre un popolo alla fondazione del nuovo Stato, e la trattazione è condotta con rigore logico, con distacco scientifico; nella conclusione il Machiavelli stesso si fa popolo, si confonde col popolo, ma non con un popolo “genericamente” inteso, ma col popolo che il Machiavelli ha convinto con la sua trattazione precedente, di cui egli
diventa e si sente coscienza ed espressione, si sente medesimezzato: pare che tutto il lavoro “logico” non sia che un’ autoriflessione del popolo, un ragionamento interno, che si fa nella coscienza popolare e che ha la sua conclusione in un grido appassionato, immediato. La passione, da ragionamento su se stessa, ridiventa “affetto”, febbre, fanatismo d’azione. Ecco perché l’epilogo del Principe non è qualcosa di estrinseco, di “appiccicato” dall’esterno, di retorico, ma deve essere spiegato come elemento necessario
dell’opera, anzi come quell’elemento che riverbera la sua vera luce su tutta l’opera e ne fa come un “manifesto politico”.
(A. Gramsci, Note su Machiavelli, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 17-18)
Gramsci osserva che nell’epoca moderna il principe di Machiavelli può essere solo un organismo complesso, che esprima una volontà collettiva. Questo organismo è il partito politico.
A. Gramsci, Noterelle sulla politica di Machiavelli (Q. XXX)
Il moderno principe, il mito-principe, non può essere una persona reale, un individuo concreto; può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell’azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico: la prima cellula di cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali. Nel mondo moderno solo un’azione storico-politica immediata e imminente, caratterizzata dalla necessità di un procedimento rapido e fulmineo, può incarnarsi miticamente in un individuo concreto; la rapidità non può essere resa necessaria che da un grande pericolo imminente, grande pericolo che appunto crea fulmineamente l’arroventarsi delle passioni e del fanatismo, annichilando il senso critico e la corrosività ironica che possono distruggere il carattere “carismatico” del condottiero (ciò che è avvenuto nell’avventura di Boulanger[9]). Ma un’azione immediata di tal genere, per la sua stessa natura, non può essere di vasto respiro e di carattere organico: sarà quasi sempre del tipo restaurazione e riorganizzazione e non del tipo proprio alla fondazione di nuovi
Stati e nuove strutture nazionali e sociali (come era il caso nel Principe del Machiavelli, in cui l’aspetto di restaurazione era solo un elemento retorico, cioè legato al concetto letterario dell’Italia discendente di Roma e che doveva restaurare l’ordine e la potenza di Roma), di tipo “difensivo” e non creativo originale, in cui, cioè, si suppone che una volontà collettiva, già esistente, si sia snervata, dispersa, abbia subíto un collasso pericoloso e minaccioso ma non decisivo e catastrofico e occorra riconoscerla e irrobustirla, e non già che una volontà collettiva sia da creare ex novo, originalmente e da indirizzare
verso mete concrete sí e razionali, ma di una concretezza e razionalità non ancora verificate e criticate da una esperienza storica effettuale e universalmente conosciuta.
(A. Gramsci, Note su Machiavelli, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 20-21)
Secondo Gramsci l’intellettuale di tipo urbano è legato all’industria e ne segue la sorte. Il suo compito è soprattutto quello di fare da ponte fra i lavoratori e l’imprenditore. L’intellettuale di tipo rurale è formato dai “tradizionalisti”, che sono ai margini del sistema capitalistico e fanno da ponte fra i contadini e l’amministrazione dello Stato.
A. Gramsci, La formazione degli intellettuali (Q. XXIX)
Diversa la posizione degli intellettuali di tipo urbano e di tipo rurale. Gli intellettuali di tipo urbano sono concresciuti con l’industria e sono legati alle sue fortune. La loro funzione può essere paragonata a quella degli ufficiali subalterni nell’esercito: non hanno nessuna iniziativa autonoma nell’elaborare i piani di costruzione; mettono in rapporto, articolandola, la massa strumentale con l’imprenditore, elaborano l’esecuzione immediata del piano di produzione stabilito dallo stato maggiore dell’industria, controllandone le fasi lavorative elementari. Nella loro media generale gli intellettuali urbani sono molto standardizzati; gli altri intellettuali urbani si confondono sempre piú col vero e proprio stato maggiore industriale.Gli intellettuali di tipo rurale sono in gran parte “tradizionali”, cioè legati alla massa sociale campagnola e piccolo borghese di città (specialmente dei
centri minori) non ancora elaborata e messa in movimento dal sistema capitalistico: questo tipo di intellettuale mette a contatto la massa contadina con l’amministrazione statale o locale (avvocati, notai, ecc.) e per questa stessa funzione ha una grande funzione politico-sociale, perché la mediazione professionale è difficilmente scindibile dalla mediazione politica. Inoltre: nella campagna l’intellettuale (prete, avvocato, maestro, notaio, medico, ecc.) ha un medio tenore di vita superiore o almeno diverso da quello del medio contadino e perciò rappresenta per questo un modello sociale nell’aspirazione a uscire dalla sua condizione e a migliorarla. Il contadino pensa sempre che almeno un suo figliolo potrebbe diventare intellettuale (specialmente prete), cioè diventare un signore, elevando il grado sociale della famiglia e facilitandone la vita economica con le aderenze che non potrà non avere tra gli
altri signori. L’atteggiamento del contadino verso l’intellettuale è duplice e pare contraddittorio: egli ammira la posizione sociale dell’intellettuale e in generale dell’impiegato statale, ma finge talvolta di disprezzarla, cioè la sua ammirazione è intrisa istintivamente da elementi di invidia e di rabbia appassionata. Non si comprende nulla della vita collettiva dei contadini e dei germi e fermenti di sviluppo che vi esistono se non si prende in considerazione, non si studia in concreto e non si approfondisce, questa subordinazione
effettiva agli intellettuali: ogni sviluppo organico delle masse contadine, fino a un certo punto, è legato ai movimenti degli intellettuali e ne dipende.
A. Gramsci, Gli intellettuali, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 22-23
Secondo Gramsci l’intellettuale può pretendere di rappresentare il popolo solo
quando il rapporto è fondato su di “un’adesione organica in cui il
sentimento-passione diventa comprensione quindi sapere”.
A. Gramsci, Passaggio dal sapere al comprendere, al sentire e viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere (Q. XVIII)
Passaggio dal sapere, al comprendere, al sentire, e viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere. L’elemento popolare “sente”, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale “sa”, ma non sempre comprende e specialmente “sente”. I due estremi sono pertanto la pedanteria e il filisteismo[10] da una parte e la passione cieca e il settarismo dall’altra. Non che il pedante non possa essere appassionato, anzi; la pedanteria appassionata è altrettanto ridicola e pericolosa che il settarismo e la demagogia piú sfrenati. L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed esser appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere) cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente[11] alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il “sapere”; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporto di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio (cosí detto centralismo organico).
Se il rapporto tra intellettuali e popolo-nazione, tra dirigenti e diretti – tra governanti e governati – è dato da una adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), solo allora il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governati e governanti, tra diretti e dirigenti, cioè si realizza la vita di insieme che solo è la forza sociale; si crea il “blocco storico”.
A. Gramsci, Il materialismo storico, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 135-136
Secondo Gramsci a questa domanda si danno soprattutto due risposte. La prima mette in evidenza il fatto che ogni gruppo sociale “si crea uno o piú ceti d’intellettuali”. La seconda sottolinea piuttosto il fatto che gli intellettuali sono espressione di una continuità storica (es.: gli ecclesiastici).
A. Gramsci, La formazione degli intellettuali (Q. XXIX)
Gli intellettuali sono un gruppo sociale autonomo e indipendente, oppure ogni gruppo sociale ha una sua propria categoria specializzata di intellettuali? Il problema è complesso per le varie forme che ha assunto finora il processo storico reale di formazione delle diverse categorie intellettuali. Le piú importanti di queste forme sono due:
1) Ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o piú ceti di intellettuali che gli dànno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico: l’imprenditore capitalistico crea con sé il tecnico dell’industria, lo scienziato dell’economia politica, l’organizzazione di una nuova cultura, di un nuovo diritto, ecc. ecc. Occorre notare il fatto che l’imprenditore rappresenta una elaborazione sociale superiore, già caratterizzata da una certa capacità dirigente e tecnica (cioè intellettuale): egli deve avere una certa capacità tecnica, oltre che nella sfera circoscritta della sua attività e della sua iniziativa, anche in altre sfere, almeno in quelle piú vicine alla produzione economica ( deve essere un organizzatore di masse d’uomini; deve essere un organizzatore della “fiducia” dei risparmiatori nella sua azienda, dei compratori della sua merce ecc.).
Se non tutti gli imprenditori, almeno una élite di essi deve avere una capacità di organizzatore della società in generale, in tutto il suo complesso organismo di servizi, fino all’organismo statale, per la necessità di creare le condizioni piú favorevoli all’espansione della propria classe – o deve possedere per lo meno la capacità di scegliere i “commessi” (impiegati specializzati) cui affidare questa attività organizzatrice dei rapporti generali esterni all’azienda. Si può osservare che gli intellettuali “organici” che ogni nuova classe crea con se stessa ed elabora nel suo sviluppo progressivo, sono per lo piú “specializzazioni” di aspetti parziali dell’attività primitiva del tipo sociale nuovo che la nuova classe ha messo in luce.
2) Ma ogni gruppo sociale “essenziale” emergendo alla storia dalla precedente struttura economica e come espressione di un suo sviluppo (di questa struttura), ha trovato, almeno nella storia finora svoltasi, categorie intellettuali preesistenti e che anzi apparivano come rappresentanti una continuità storica ininterrotta anche dai piú complicati e radicali mutamenti delle forme sociali e politiche.
La piú tipica di queste categorie intellettuali è quella degli ecclesiastici, monopolizzatori per lungo tempo (per un’intera fase storica che anzi da questo monopolio è in parte caratterizzata) di alcuni servizi importanti: l’ideologia religiosa cioè la filosofia e la scienza dell’epoca, con la scuola, l’istruzione, la morale, la giustizia, la beneficenza, l’assistenza ecc. La categoria degli ecclesiastici può essere considerata la categoria intellettuale organicamente legata all’aristocrazia fondiaria: era equiparata giuridicamente all’aristocrazia, con cui divideva l’esercizio della proprietà feudale della terra e l’uso dei privilegi statali legati alla proprietà.
Ma il monopolio delle superstrutture da parte degli ecclesiastici non è stato esercitato senza lotta e limitazioni, e quindi si è avuto il nascere, in varie forme (da ricercare e studiare concretamente), di altre categorie, favorite e ingrandite dal rafforzarsi del potere centrale del monarca, fino all’assolutismo. Cosí si viene formando l’aristocrazia della toga, con suoi propri privilegi, un ceto di amministratori, ecc.; scienziati, teorici, filosofi non ecclesiastici, ecc. Siccome queste varie categorie di intellettuali tradizionali sentono con “spirito di corpo” la loro ininterrotta continuità storica e la loro “qualifica”, cosí essi pongono se stessi come autonomi e indipendenti dal gruppo sociale dominante. Questa auto-posizione non è senza conseguenze nel campo ideologico e politico, conseguenze di vasta portata: tutta la filosofia idealista si può facilmente connettere con questa posizione assunta dal complesso sociale degli intellettuali e si può definire l’espressione di questa utopia sociale per cui gli intellettuali si credono “indipendenti”, autonomi, rivestiti di caratteri loro propri, ecc.
A. Gramsci, Gli intellettuali, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 13-16(N.d.R.)
Antonio Gramsci, il tema degli intellettuali-educatori e gli strumenti del: consenso educativo.
di Elisabetta Colla
L'originalità del contributo gramsciano: la formazione dell'intellettuale
"organico"
Dopo aver osservato il nesso fondamentale fra egemonia[12], politica e
pedagogia, e dopo essersi lungamente soffermati sulla problematica
inerente l'intellettuale tradizionale e cosmopolita, giungiamo ora
all'espressione della piena maturità del pensiero gramsciano,
attraverso la sua riflessione forse più famosa - o che comunque ha
avuto maggior fortuna - quella dell'intellettuale "organico".
La profonda scissione tra intellettuali e popolo, denunciata in
tanti scritti da Gramsci, in particolare nel già citato "Alcuni temi
della questione meridionale" (1926), deve ora essere ricomposta e
nel tessuto sociale deve operarsi un cambiamento attraverso forze
nuove ed organiche.
E' apparso opportuno avvicinarsi alla tematica dell'intellettuale
"organico" attraverso un duplice approccio, il primo che collega
Gramsci ad una tradizione (e ad una problematica) più propriamente
scientifica del termine "organico", il secondo, più diretto, che
parta dalla consueta lettura dei testi gramsciani.
L'uso del termine "organico" lega idealmente Gramsci alla
tradizione del pensiero evoluzionistico e, soprattutto, agli
oppositori di tale tradizione; organico è ciò che si contrappone ad
inorganico, privo di vita, in altre parole a ciò che può avere solo
una funzione passiva, ma che non possiede iniziativa né esistenza
propria.
E' probabile che il concetto di "organico", di "organicità",
provengano, originariamente, dalla biologia darwiniana; secondo
questa ipotesi il termine seguirebbe poi un lungo percorso,
attraverso l'evoluzionismo, le posizioni del determinismo
positivistico (Comte, Spencer), fino alla teoria dello "slancio
vitale" di Bergson, intesa come "azione che di continuo si crea e si
arricchisce". Nel corso di questa strada il termine avrebbe subito
anche delle trasposizioni analogiche: dall'organismo vitale
biologico all'organismo sociale, nelle sue varie forme. Dunque,
Gramsci coglierebbe le ultime eco di questo termine, per rifondarlo,
per trasferirlo con tutti gli onori e con ogni garanzia di tipo
"scientifico" nel campo delle scienze sociali e della politica.
E' possibile, ci sembra, procedere alla scoperta del termine
"organico", anche prendendo le mosse da alcune note dei Quaderni,
nelle quali si esprimono le svariate possibilità insite nel termine
stesso.
Nel Quaderno 4, ad esempio, in un paragrafo intitolato "La scienza",
l'uomo viene rappresentato come strettamente legato alla natura,
sempre intento a cercare nuovi strumenti d'indagine scientifica,
nuove tecniche culturali atte a discriminare il rapporto che egli ha
con il reale rispetto a qualsiasi altro essere vivente. Avviene, di
fatto, una "lotta" con l'ambiente, che consente al soggetto di
migliorare il proprio grado di cultura, la propria concezione del
mondo e di conoscere sempre meglio l'oggettività del reale.
Gramsci vuole combattere anche il materialismo volgare, quello che
riduce l'uomo alla "fissa materialità": nel corso del tempo il
marxismo si è combinato con varie correnti filosofiche, alcune delle
quali davano maggior risalto al lato materialistico (per quella
strada si è giunti al marxismo positivista, tanto combattuto da
Gramsci e dalla generazione a lui contemporanea), altre tendenti
allo spiritualismo. La scienza, per Gramsci, non va esaltata come
una "concezione del mondo per eccellenza", prima di tutto perché il
marxismo è una filosofia originale e bastante a sé stessa, poi
perché è difficile per la scienza presentarsi autonomamente, essendo
sempre il fatto oggettivo legato ad un'ipotesi o a un'ideologia.
Al contrario, Gramsci dice di aver imparato dal marxismo a
considerare la "storicità della natura umana", che non è mai "fissa
e immutabile". Sempre nel Quaderno 4 viene ripreso il tema delle
"superstrutture"[13]: nell'ambito del rapporto Croce-Marx, Gramsci
prende le difese del materialismo storico il quale non ritiene
affatto le ideologie e le superstrutture come apparenze ed
illusioni, ma al contrario come realtà oggettive ed operanti, pur
non considerandole, però, la molla della storia (insita invece nella
struttura produttiva della società). Gramsci afferma, infatti, che
"… tra strutture e superstrutture c'è un nesso necessario e vitale,
così come nel corpo umano tra la pelle e lo scheletro",
instaurando così un paragone fra organismo vivente ed organismo
sociale, che intende rendere esplicito il nesso "vitale" e cioè
appunto "organico" fra la struttura e le superstrutture, le quali
ultime devono appunto realizzare quel compito storico di cui si è
già parlato, cioè la presa di coscienza di tutti gli uomini del loro
essere e del loro divenire storico e, quindi, anche del loro legame
fondamentale con la materia, con l'oggettività del reale, ciascuno
attraverso il formarsi di una concezione "culturale" del mondo e
della vita che gli permetta di esprimersi, di "crescere" e di
modificare l'ambiente qualora esso non offra condizioni di vita
soddisfacenti. Ecco, di nuovo, il tema della lotta, che può essere
sottoposto a diverse interpretazioni: la lotta dell'uomo per reagire
all'ambiente naturale (spesso intriso di "casualità e caos") è prima
di tutto una lotta culturale - e qui ben s'inserisce tutto il
discorso educativo di Gramsci sulla disciplina e
sull'antispontaneismo- ma è anche o deve diventare una vera e
propria lotta pratica e rivoluzionaria delle situazioni economiche,
politiche e sociali.
Nell'ambito di tale discorso acquistano forte valenza alcune idee
espresse da Gramsci nelle rubriche dei Quaderni dedicate al rapporto
"Quantità-Qualità", in particolare al Quaderno 10, scritto fra il
'32 ed il '35, laddove viene sottolineata la tematica
dell'inscindibilità dei due momenti. "Poiché non può esistere
quantità senza qualità e qualità senza quantità (economia senza
cultura, attività pratica senza intelligenza e viceversa) ogni
contrapposizione dei due termini è un non senso razionalmente …".
Perseguire uno sviluppo unitario dell'uomo e della cultura, cercare
l'unità dialettica fra quantità e qualità, significa, per Gramsci,
rifarsi anche alla concezione pedagogica di Marx e, più
recentemente, alle indicazioni della Krupskaja, compagna di Lenin;
essi parlano di onnilateralità ed onnicomprensività nello sviluppo
della persona umana, affinché la sua formazione sia volta verso le
attività speculative e pratiche al tempo stesso; parlano anche di
istruzione generale e politecnica, cioè collegata ai vari rami della
produzione e del lavoro. In queste idee è già insito il progetto
gramsciano di una scuola unica.
Nel Quaderno 9, Gramsci parla del rapporto fra due categorie
riguardanti "reali rapporti economici e politici", cioè il
"centralismo organico" ed il "centralismo democratico[14]", ritiene che
mentre il primo in realtà non è altro che un centralismo
burocratico[15], il secondo è effettivamente organico perché è un
"centralismo in movimento", ed il movimento è "il modo organico di
manifestarsi della realtà", ma è organico anche perché "tiene conto
di qualcosa di relativamente stabile e permanente o per lo meno che
si muove in una direzione più facile a prevedersi"; è organico,
pertanto, ciò che cerca di collegarsi anche ad elementi più stabili,
con componenti prevedibili, quali, ad esempio, una classe dirigente
o un gruppo sociale divenuto egemone, sempre però nell'organicità
del loro svilupparsi. Le questioni fin qui esaminate, ci
introducono alla riflessione della personalità ed ai compiti storici
dell' intellettuale organico; in particolare prendendo le mosse dal
Quaderno 12[16], che già conosciamo come il più ricco e "compiuto"
riguardo al tema degli intellettuali. "Ogni gruppo sociale - afferma
Gramsci - nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale
nel mondo della produzione economica, si crea insieme,
organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno
omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel
campo economico, ma anche in quello sociale e politico".
Ogni gruppo sociale svolge una funzione di produzione in seno alla
società, di tipo direttivo o subordinato, ed è intorno a quella che
si articola l'intervento degli intellettuali organici, delle loro
competenze specifiche e capacità tecniche.
Ciò significa che qualsiasi gruppo sociale ha bisogno di costituire degli
intellettuali ad esso"organici" per prendere coscienza di sé nel
campo delle strutture e in quello delle sovrastrutture, per
ricevere maggior compattezza ed omogeneità. L'intellettuale della
borghesia è un tecnico, che conosce i meccanismi dell'industria e
del mercato: è grazie a lui che la borghesia imprenditoriale moderna
ha potuto ottenere dei così alti risultati economici e, di
conseguenza, politico-dirigenziali.
Ancora nel Quaderno 12, Gramsci sostiene che gli intellettuali
organici "che ogni nuova classe crea con sé stessa ed elabora nel
suo sviluppo progressivo, sono per lo più specializzazioni di
aspetti parziali dell'attività primitiva del tipo sociale nuovo che
la nuova classe ha messo in luce". Le nuove classi creano tipi
sociali la cui attività si specializza a poco a poco, diramandosi in
diverse competenze. Ad esempio, nel caso del rapporto con
l'imprenditore capitalistico, è l'intellettuale "urbano" quello
organico alle fortune dell'industria e dell'economia del capitale,
mentre la massa contadina pur svolgendo "una funzione essenziale nel
mondo della produzione, non elabora propri intellettuali 'organici'
e non 'assimila' nessun ceto di intellettuali 'tradizionali',
quantunque dalla massa dei contadini altri gruppi sociali tolgano
molti dei loro intellettuali". E' evidente che, con tali premesse,
contadini e classe proletaria, sembrano destinati a d’un futuro di
subordinazione. Scrive il Garin "… Gramsci individuava sempre più
chiaramente nel problema degli 'intellettuali' il nodo centrale
delle difficoltà del movimento operaio: quello dei quadri dirigenti,
del partito, della guida del movimento, degli strumenti
dell'egemonia. Gli intellettuali sono, in concreto, la storia, la
teoria, il progetto, la coscienza." Comincia qui a delinearsi un
lento e graduale processo di formazione-educazione: per prima cosa
deve aumentare il grado di cultura delle masse, in conseguenza di
ciò aumenterà anche il numero degli intellettuali capaci di
realizzare il nesso teoria-pratica, sul quale Gramsci pone
l'accento. Nel medesimo tempo ci troviamo in presenza di un processo
circolare: non c'è organizzazione di massa senza intellettuali, ma
non ci sono intellettuali senza organizzazione.
Per uscire da questa situazione Gramsci vede una lunga strada di
sensibilizzazione alla cultura, alla presa di coscienza del proprio
ruolo politico, al risveglio delle proprie forze. Da questa opera
educativa in campo intellettuale e morale è possibile, secondo
Gramsci, passare ad un'azione rivoluzionaria che, dopo una fase
'transitoria' di tipo dittatoriale, si farà portatrice di una nuova
forma di Stato, priva di classi sociali differenziate ed
autoregolantesi in campo etico-sociale.
Da qui l'importanza di ricostruire, o rinnovare, un rapporto
dialettico fra intellettuali e masse, che risulti storicamente
proficuo: che generi, attraverso le reciproche attese e le
vicendevoli "spinte" al cambiamento, una crescita comune ed
organica, uno sviluppo dinamico in campo qualitativo e quantitativo,
cioè tendente all'unità di struttura e sovrastruttura, prassi e
teoria, necessità e libertà.
A questo punto appare chiara la linea che la nuova figura
dell'intellettuale dovrà seguire, compenetrando i due aspetti
"organici" della sua attività: quello deliberativo-formale e quello
tecnico-culturale. Mentre risulta ormai 'anacronistico' e
addirittura 'pericoloso', per la vita statale, il vecchio tipo di
dirigente, con la sua formazione giuridica e umanistica, del tutto
priva di capacità tecniche e, dunque, anche di incisive capacità
politiche.
Nel Quaderno 9, in una nota sulla "Storia della burocrazia", Gramsci
ricorda che ogni epoca ha necessariamente avuto "un suo tipo di
funzionario da educare" e che tale problema ha sempre coinciso con
quello degli intellettuali; una possibile soluzione di esso è
proposta da Gramsci proprio nell' "unità del lavoro manuale e di
quello intellettuale" .
La conclusione del Quaderno 12 è ben nota, così come le parole
stesse con le quali Gramsci inquadra il nuovo intellettuale: "un
costruttore, organizzatore, “persuasore permanentemente” perché non
puro oratore […]", il quale "dalla tecnica-lavoro giunge alla
tecnica-scienza ed alla concezione umanistico-storica senza la quale
si rimane 'specialista' e non si diventa 'dirigente' (specialista
più politico)".
Secondo Manacorda, questo cammino, che si muove dalla
"tecnica-lavoro" verso la "tecnica-scienza" fino alla concezione
"umanistico-storica", propone una rappresentazione della educazione
e della cultura come "consapevolezza della storia dell'umanità in
quanto storia del progressivo dominio scientifico-tecnico dell'uomo
sella natura", concezione che, con il nome di "storia della scienza
e della tecnica", diventerebbe il "principio pedagogico-didattico
(…) base dell'educazione formativo-storica della nuova scuola".
Riguardo alle caratteristiche dell'intellettuale nuovo gramsciano,
il Nardone ne sottolinea la lettura pedagogica, equiparandole con
quelle di chiunque sia educatore in seno alla società. Egli afferma
infatti: "L'educatore è perciò intellettuale nel senso più pieno del
termine. Non chi 'scopre' ma chi 'diffonde' la scoperta è fattore
ultimo di cultura. D'altra parte, l'attività politica integrale
include la cultura".
Si è già detto che l'intellettuale "nuovo", il quale amplia e
moltiplica le sue capacità, deve possedere abilità organizzative - e
qui si sentono le eco della formazione russa di Gramsci, quella del
Prolet'kult con i suoi autori di "scienze dell'organizzazione" - e
deve ottenere un consenso duraturo e ben fondato. Sono questi gli
elementi che tendono ad arricchire un quadro educativo immobile nel
tempo, improduttivo e discriminante, integrando le tecniche della
scienza e del lavoro con il bagaglio storico-umanistico, usuale
negli intellettuali e che, ben lungi dall'essere ora scartato, deve
trovare nuova vita come completamento formativo di una strategia
pedagogica da attuare attraverso gli strumenti del consenso.
In un articolo di Umberto Cerroni, incentrato sul rapporto fra gli
intellettuali ed i 'semplici', viene sottolineato come
l'intellettuale, in quanto produttore del sapere ed in linea con la
scienza che professa, può, per verificare la sua conoscenza,
emanciparsi teoricamente, emancipando così anche i semplici ed
aggregandoli attorno alla classe operaia, infatti "come scienziato,
l'intellettuale educa i semplici, come operatore sociale, si educa
con i semplici". Questo scambio pedagogico produce il risultato
desiderato, chiudendo il fecondo circolo di
"pratica-teoria-pratica", attraverso il superamento del
"corporativismo operaio" e del "corporativismo intellettuale".
Tali indicazioni sul modificarsi del concetto di intellettuale e
sull'espressione "lotta culturale" possono essere, nel presente, un
prezioso strumento da utilizzare nell'ambito della dibattuta
questione degli intellettuali, a tutt' oggi controversa e socialmente
di prim' ordine.
Si moltiplicano gli interrogativi, oggi come allora, su chi siano e
su quali caratteristiche debbano avere degli intellettuali nuovi e
"organici", per essere realmente propositori ed "amplificatori"
(quasi eco della storia) di messaggi socialmente democratici,
storicamente aderenti e capaci di trasformare atteggiamenti e
pregiudizi culturalmente radicati.
Sembra altresì importante approfondire l'indagine su quali siano le
funzioni che gli intellettuali dovrebbero aver cura di svolgere e
per mezzo di quali organismi adoperarsi - se ancora apparirà essere
tale una loro precipua funzione sociale - per realizzare il
consenso, al cui ottenimento l'intellettuale organico sembra essere
fortemente chiamato.
Gramsci. Gli intellettuali
abstract
Gramsci intende precisare la posizione e il ruolo degli intellettuali rispetto
alle altre forze sociali e agli apparati della politica e dello Stato.
L'intellettuale non si definisce in base al tipo di attività svolta ma dal modo in
cui si inserisce nei rapporti sociali. Secondo Gramsci esistono due tipi di
intellettuali : quello "organico" che fornisce ad ogni classe la consapevolezza
della sua funzione, e quello "tradizionale" che incarna la continuità storica
della società. Il partito politico come intellettuale collettivo deve essere non
solo interprete della propria epoca, ma anche costruttore di una nuova visione
del mondo.
Dopo aver esaminato il rapporto fra la teoria e l’azione pratica nelle filosofie del passato, Gramsci affronta l’argomento dal punto di vista del pensiero marxista ed esamina in particolare il concetto di egemonia nell’interpretazione e nella pratica leninista (Vladimir Ilic Ulianov è il vero nome di Lenin).
A. Gramsci, Teoria e pratica (Q. XVIII)
Teoria e pratica. È da ricercare, analizzare e criticare la diversa forma in cui si è presentato nella storia delle idee il concetto di unità della teoria e della pratica, poiché pare indubbio che ogni concezione del mondo e ogni filosofia si è preoccupata di questo problema. Affermazione di san Tommaso e della scolastica: “Intellectus speculativus extensione fit praecticus”, la teoria per semplice estensione si fa pratica, cioè affermazione della necessaria connessione tra l’ordine delle idee e quello dell’azione. Aforisma del Leibniz, tanto ripetuto dagli idealisti italiani: “Quo magis speculativa, magis practica” detto della scienza. La proposizione di G.B. Vico “verum ipsum factum” tanto discussa e variamente interpretata (cfr. il libro del Croce sul Vico e altri scritti polemici del Croce stesso) e che il Croce svolge nel senso idealistico che il conoscere sia un fare e che si conosce ciò che si fa, in cui “fare” ha un particolare significato, tanto particolare che poi significa niente altro che “conoscere” cioè si risolve in una tautologia (concezione che tuttavia deve essere messa in relazione colla concezione propria della filosofia della prassi).
Poiché ogni azione è il risultato di volontà diverse, con diverso grado di intensità, di consapevolezza, di omogeneità con l’intiero complesso di volontà collettiva, è chiaro che anche la teoria corrispondente e implicita sarà una combinazione di credenze e punti di vista altrettanto scompaginati ed eterogenei. Tuttavia vi è adesione completa della teoria alla pratica, in questi limiti e in questi termini. Se il problema di identificare teoria e pratica si pone, si pone in questo senso: di costruire su una determinata pratica una teoria che, coincidendo e identificandosi con gli elementi decisivi della pratica stessa, acceleri il processo storico in atto, rendendo la pratica piú omogenea, coerente, efficiente in tutti i suoi elementi, cioè potenziandola al massimo, oppure, data una certa posizione teorica, di organizzare l’elemento pratico indispensabile per la sua messa in opera. L’identificazione di teoria e pratica è un atto critico, per cui la pratica viene dimostrata razionale e necessaria o la teoria realistica e razionale. Ecco perché il problema della identità di teoria e pratica si pone specialmente in certi momenti storici cosí detti di transizione, cioè di piú rapido movimento trasformativo, quando realmente le forze pratiche scatenate domandano di essere giustificate per essere piú efficienti ed espansive, o si moltiplicano i programmi teorici che domandano di essere anch’essi giustificati realisticamente in quanto dimostrano
di essere assimilabili dai movimenti pratici che solo cosí diventano piú pratici e reali.
Struttura e superstruttura[17]. La proposizione contenuta nell’introduzione alla “Critica dell’economia politica” che gli uomini prendono coscienza dei conflitti di struttura nel terreno delle ideologie deve essere considerata come un’affermazione di valore gnoseologico e non puramente psicologico e morale. Da ciò consegue che il principio teorico-pratico dell’egemonia ha anche esso una portata gnoseologica e pertanto in questo campo è da ricercare l’apporto teorico massimo di Ilic alla filosofia della prassi. Ilic avrebbe fatto progredire effettivamente la filosofia in quanto fece progredire la dottrina e la pratica
politica. La realizzazione di un apparato egemonico, in quanto crea un nuovo terreno ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza, è un fatto di conoscenza, un fatto filosofico. Con linguaggio crociano: quando si riesce a introdurre una nuova morale conforme a una nuova concezione del mondo, si finisce con l’introdurre
anche tale concezione, cioè si determina una intera riforma filosofica
.A. Gramsci, Il materialismo storico, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 44-46
Dopo aver premesso che il rapporto maestro-scolaro è interattivo e “pertanto ogni maestro è sempre scolaro e ogni scolaro maestro”, Gramsci passa ad esaminare il rapporto fra il filosofo e l’ambiente. O il filosofo si isola, e allora è “astrattamente libero”, oppure interagisce con l’ambiente, e allora è veramente filosofo libero e democratico.
A. Gramsci, Il linguaggio, le lingue e il senso comune (Q. III)
Questo problema può e deve essere avvicinato all’impostazione moderna della dottrina e della pratica pedagogica, secondo cui il rapporto tra maestro e scolaro è un rapporto attivo, di relazioni reciproche e pertanto ogni maestro è sempre scolaro e ogni scolaro maestro. Ma il rapporto pedagogico non può essere limitato ai rapporti specificatamente “scolastici”, per i quali le nuove generazioni entrano in contatto con le anziane e ne assorbono le esperienze e i valori storicamente necessari “maturando” e sviluppando una propria personalità storicamente e culturalmente superiore. Questo rapporto esiste in tutta la società nel suo complesso e per ogni individuo rispetto ad altri individui, tra ceti intellettuali e non intellettuali, tra governanti e governati, tra élites e seguaci, tra dirigenti e diretti, tra avanguardie e corpi di esercito. Ogni rapporto di “egemonia” è necessariamente un rapporto pedagogico e si verifica non solo nell’interno di una nazione, tra le diverse forze che la compongono, ma nell’intero campo internazionale e mondiale, tra complessi di civiltà nazionali e continentali.
Perciò si può dire che la personalità storica di un filosofo individuale è data anche dal rapporto attivo tra lui e l’ambiente culturale che egli vuole modificare, ambiente che reagisce sul filosofo e costringendolo a una continua autocritica, funziona da “maestro”. Cosí si è avuto che una delle maggiori rivendicazioni dei moderni ceti intellettuali nel campo politico è stata quella delle cosí dette “libertà di pensiero e di espressione del pensiero (stampa e associazione)”, perché solo dove esiste questa condizione politica si realizza il rapporto di maestro-discepolo nei sensi piú generali su ricordati e in realtà si realizza “storicamente” un nuovo tipo di filosofo che si può chiamare “filosofo democratico”, cioè del filosofo convinto che la sua personalità non si limita al proprio individuo fisico, ma è un rapporto sociale attivo di modificazione dell’ambiente culturale. Quando il “pensatore” si accontenta del pensiero proprio, “soggettivamente” libero, cioè astrattamente libero, dà oggi luogo alla beffa: l’unità di scienza e vita è appunto una unità attiva, in cui solo si realizza la libertà di pensiero, è un rapporto maestro-scolaro, filosofo-ambiente culturale in cui operare, da cui trarre i problemi necessari da impostare e risolvere, cioè è il rapporto filosofia-storia.
A. Gramsci, Il materialismo storico, Editori Riuniti, Roma, 1971, pagg. 30-31
Prima questione: gli intellettuali sono un gruppo sociale autonomo, oppure ogni gruppo sociale ha una sua propria categoria di intellettuali? Il problema è complesso per le varie forme che ha assunto finora il processo storico di formazione delle diverse categorie intellettuali. Le più importanti di queste forme sono due: Ogni gruppo sociale, nascendo sulla base originaria di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, crea insieme, organicamente, un ceto o più ceti di intellettuali che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione nel campo economico: l'imprenditore capitalista crea con se l'economista, lo scienziato dell'economia politica. Inoltre c'è il fatto che ogni imprenditore è anche un intellettuale , nel senso che deve avere una certa capacità tecnica, oltre che nel campo economico in senso stretto, anche in altri campi, almeno in quelli più vicini alla produzione economica ... Ma ogni gruppo sociale, emergendo alla storia dalla struttura economica, trova o ha trovato, nella storia almeno fino ad ora svoltasi, delle categorie intellettuali preesistenti, e che apparivano anzi come rappresentanti una continuità storica ininterrotta anche dai più complicati mutamenti delle forme sociali e politiche.
Gli intellettuali. Quaderno 12 (XXIX), pp. 2-3
Seconda quistione: quali sono i limiti massimi dell'accezione di "intellettuale"? E' difficile trovare un criterio unico che caratterizzi ugualmente tutte le disparate attività intellettuali e nello stesso tempo le distingua in modo essenziale dalle attività degli altri raggruppamenti sociali. L'errore metodico più diffuso mi pare quello di aver cercato questa
caratteristica essenziale nell'intrinseco dell'attività intellettuale e non invece nel sistema di rapporti in cui essa (o il raggruppamento che la impersona) si viene a trovare nel complesso generale dei rapporti sociali. Invero: 1)l'operaio non è specificamente caratterizzato dal lavoro manuale o strumentale (a parte la considerazione che non esiste lavoro puramente fisico e che anche l'espressione del Taylor di "gorilla ammaestrato" è una metafora per indicare un limite in una certa direzione: c'è, in qualsiasi lavoro fisico, anche il più meccanico e degradato, un minimo di qualifica tecnica, cioè un minimo di attività intellettuale creatrice), ma da questo lavoro in determinate condizioni e in determinati rapporti sociali.
di Antonio Gramsci, dai "Quaderni del carcere"
Si può osservare in generale che nella civiltà moderna tutte le attività pratiche sono diventate così complesse e le scienze si sono talmente intrecciate alla vita che ogni attività pratica tende a creare una scuola per i propri dirigenti e specialisti e quindi a creare un gruppo di intellettuali specialisti di grado più elevato, che insegnino in queste scuole. Così, accanto al tipo di scuola che si potrebbe chiamare "umanistica" ed è quello tradizionale più antico, e che era rivolta a sviluppare in ogni individuo umano la cultura generale ancora indifferenziata, la potenza fondamentale di pensare e di sapersi dirigere nella vita, si è andato creando tutto un sistema di scuole particolari di vario grado, per intere branche professionali o per professioni già specializzate e indicate con precisa individuazione. Si può anzi dire che la crisi scolastica che oggi imperversa è appunto legata al fatto che questo processo di differenziazione e particolarizzazione avviene caoticamente, senza principi chiari e precisi, senza un piano bene studiato e consapevolmente fissato: la crisi del programma e dell'organizzazione scolastica, cioè dell'indirizzo generale di una politica di formazione dei moderni quadri intellettuali, è in gran parte un aspetto e una complicazione della crisi organica più comprensiva e generale.
La divisione fondamentale della scuola in classica e professionale era uno schema razionale: la scuola professionale per le classi strumentali, quella classica per le classi dominanti e per gli intellettuali. Lo sviluppo della base industriale sia in città che in campagna aveva un crescente bisogno del nuovo tipo di intellettuale urbano: si sviluppò accanto alla scuola classica
quella tecnica (professionale ma non manuale), ciò che mise in discussione il principio stesso dell'indirizzo concreto di cultura generale, dell'indirizzo umanistico della cultura generale fondata sulla tradizione greco-romana. Questo indirizzo, una volta messo in discussione, può dirsi spacciato, perché la sua capacità formativa era in gran parte basata sul prestigio generale e tradizionalmente indiscusso, di una determinata forma di civiltà.
Oggi la tendenza è di abolire ogni tipo di scuola "disinteressata" (non immediatamente interessata) e "formativa" o di lasciarne solo un esemplare ridotto per una piccola élite di signori e di donne che non devono pensare a prepararsi un avvenire professionale e di diffondere sempre più le scuole professionali specializzate in cui il destino dell'allievo e la sua futura attività sono predeterminati. La crisi avrà una soluzione che razionalmente dovrebbe seguire questa linea: scuola unica generale di cultura generale, umanistica, formativa, che contemperi giustamente lo sviluppo della capacità di lavorare manualmente (tecnicamente, industrialmente) e lo sviluppo delle capacità del lavoro intellettuale. Da questo tipo di scuola unica, attraverso esperienze ripetute di orientamento professionale, si passerà a una delle scuole specializzate o al lavoro produttivo. E' da tener presente la tendenza in isviluppo per cui ogni attività pratica tende a crearsi una sua scuola specializzata, così come ogni attività intellettuale tende a crearsi propri circoli di cultura, che assumono la funzione di istituzioni postscolatiche specializzate nell'organizzare le condizioni in cui sia possibile tenersi al corrente dei progressi che si verificano nel proprio ramo scientifico.
Si può anche osservare che sempre più gli organi deliberanti tendono a distinguere la loro attività in due aspetti "organici", quella deliberativa che è loro essenziale e quella tecnico-culturale per cui le quistioni su cui occorre prendere risoluzioni sono prima esaminate da esperti ed analizzate scientificamente. Questa attività ha creato già tutto un corpo burocratico di una nuova struttura, poiché oltre agli uffici specializzati di competenti che preparano il materiale tecnico per i corpi deliberanti, si crea un secondo corpo di funzionari, più o meno "volontari" e disinteressati, scelti volta a volta nell'industria, nella banca, nella finanza. E' questo uno dei meccanismi attraverso cui la burocrazia di carriera aveva finito col controllare i regimi democratici e i parlamenti; ora il meccanismo si va estendendo organicamente ed assorbe nel suo circolo i grandi specialisti privata, che così controlla e regimi e burocrazie. Poiché si tratta di uno sviluppo organico necessario che tende a integrare il personale specializzato nella tecnica politica con personale specializzato nelle questioni concrete di amministrazione delle attività pratiche essenziali delle grandi e complesse società nazionali moderne, ogni tentativo di esorcizzare queste tendenze dall'esterno, non produce altro risultato che prediche moralistiche e gemiti retorici. Si pone la quistione di modificare la preparazione del personale tecnico politico, integrando la sua cultura secondo le nuove necessità e di elaborare nuovi tipi di funzionari specializzati che collegialmente integrino l'attività deliberante. Il tipo tradizionale del "dirigente" politico, preparato solo per le attività giuridico-formali, diventa anacronistico e rappresenta un pericolo per la vita statale: il dirigente deve avere quel minimo di cultura generale tecnica che gli permetta, se non di "creare" autonomamente la soluzione giusta, di saper giudicare tra le soluzioni prospettate dagli esperti e scegliere quindi quella giusta dal punto di vista "sintetico" della tecnica politica.
Un tipo di collegio deliberante che cerca di incorporarsi la competenza tecnica necessaria per operare realisticamente è stato descritto in altro luogo, dove si parla di ciò che avviene in certe redazioni di riviste, che funzionano nello stesso tempo come redazioni e come circoli di coltura. Il circolo critica collegialmente e contribuisce così ad elaborare i lavori dei singoli redattori, la cui operosità è organizzata secondo un piano e una divisione del lavoro razionalmente predisposta. Attraverso la discussione e la critica collegiale (fatta di suggerimenti, consigli, indicazioni metodiche, critica costruttiva e rivolta alla educazione reciproca) per cui ognuno funziona da specialista nella sua materia per integrare la competenza collettiva, in realtà si riesce ad elevare il livello medio dei singoli redattori, a raggiungere l'altezza o la capacità del più preparato, assicurando alla rivista una collaborazione sempre più alta ed organica, non solo, ma creando le condizioni per il sorgere di un gruppo omogeneo di intellettuali preparati a produrre una regolare e metodica attività "libraria" (non solo di pubblicazioni d'occasione e di saggi parziali, ma di lavori organici d'insieme). Indubbiamente, in questa specie di attività collettive, ogni lavoro produce nuove capacità e possibilità di lavoro, poiché crea sempre più organiche condizioni di lavoro: schedari, spogli bibliografici, raccolta di opere fondamentali specializzate ecc. Si domanda una lotta rigorosa contro le abitudini al dilettantismo, all'improvvisazione, alle soluzioni "oratorie" e declamatorie.
Il lavoro deve essere fatto specialmente per iscritto, così come per iscritto devono essere le critiche, in note stringate e succinte, ciò che si può ottenere distribuendo a tempo il materiale ecc.; lo scrivere le note e le critiche è principio didattico reso necessario dal bisogno di combattere le abitudini alla prolissità, alla declamazione e al paralogismo creati dall'oratoria. Questo tipo di lavoro intellettuale è necessario per fare acquistare agli autodidatti la disciplina degli studi che procura una carriera scolastica regolare, per taylorizzare il lavoro intellettuale. Così è utile il principio degli "anziani di Santa Zita" di cui parla il De Sanctis nei suoi ricordi sulla scuola napoletana di Basilio Puoti: cioè è utile una certa "stratificazione" delle capacità ed attitudini e la formazione di gruppi di lavoro sotto la guida dei più esperti e sviluppati, che accelerino la preparazione dei più arretrati e grezzi. Un punto importante nello studio dell'organizzazione pratica della scuola unitaria è quello riguardante la carriera scolastica nei suoi vari gradi conformi all'età e allo sviluppo intellettuale-morale degli allievi e ai fini che la scuola stessa vuole raggiungere. La scuola unitaria o di formazione umanistica (inteso questo termine di umanismo in senso largo e non solo nel senso tradizionale) o di cultura generale, dovrebbe proporsi di immettere nell'attività sociale i giovani dopo averli portati a un certo grado di maturità e capacità, alla creazione intellettuale e pratica e di autonomia nell'orientamento e nell'iniziativa. La fissazione dell'età scolastica obbligatoria dipende dalle condizioni economiche generali, poiché queste possono costringere a domandare ai giovani e ai ragazzi un certo apporto produttivo immediato. La scuola unitaria domanda che lo Stato possa assumersi le spese che oggi sono a carico della famiglia per il mantenimento degli scolari, cioè trasforma il bilancio del dicastero dell'educazione nazionale da cima a fondo, estendendolo in modo inaudito e complicandolo: la intiera funzione dell'educazione e formazione delle nuove generazioni diventa da privata, pubblica, poiché solo così essa può coinvolgere tutte le generazioni senza distinzione di gruppi o caste. Ma questa trasformazione dell'attività scolastica domanda un allargamento inaudito dell'organizzazione pratica della scuola, cioè degli edifizi, del materiale scientifico, del corpo insegnante, ecc. Il corpo insegnante specialmente dovrebbe essere aumentato, perché la efficienza della scuola è tanto maggiore e intensa quanto più piccolo è il rapporto tra maestro e allievi, ciò che prospetta altri problemi non di facile e rapida soluzione. Anche la quistione degli edifizi non è semplice, perché questo tipo di scuola, dovrebbe essere una scuola-collegio, con dormitori, refettori, biblioteche specializzate, sale adatte per il lavoro di seminario, ecc. Perciò inizialmente il nuovo tipo di scuola dovrà e non potreà non essere che propria di gruppi ristretti, di giovani scelti per concorso o indicati sotto la loro responsabilità da istituzioni idonee. La scuola unitaria dovrebbe corrispondere al periodo rappresentato oggi dalle elementari e dalle medie, riorganizzate non solo per il contenuto e il metodo di insegnamento, ma anche per la disposizione dei vari gradi della carriera scolastica. Il primo grado elementare non dovrebbe essere di più che tre-quattro anni e accanto all'insegnamento delle prime nozioni "strumentali" dell'istruzione - leggere, scrivere, far di conto, geografia, storia - dovrebbe specialmente svolgere la parte che oggi è trascurata dei "diritti e doveri", cioè le prime nozioni dello Stato e della Società, come elementi primordiali di una nuova concezione del mondo che entra in lotta contro le concezioni date dai diversi ambienti sociali tradizionali, cioè le concezioni che si possono chiamare folcloristiche. Il problema didattico da risolvere è quello di temperare e fecondare l'indirizzo dogmatico che non può non essere proprio di questi primi anni. Il resto del corso non dovrebbe durare più di sei anni, in modo che a quindici-sedici anni si dovrebbe poter compiere tutti i gradi della scuola unitaria. Si può obiettare che un tale corso è troppo faticoso per la sua rapidità, se si vogliono raggiungere effettivamente i risultati che l'attuale organizzazione della scuola classica si propone ma non raggiunge. Si può dire però che il complesso della nuova organizzazione dovrà contenere in se stessa gli elementi generali per cui oggi per una parte degli allievi almeno, il corso è troppo lento. Quali sono questi elementi? In una serie di famiglie, specialmente dei ceti intellettuali, i ragazzi trovano nella vita familiare una preparazione, un prolungamento e un'integrazione della vita scolastica, assorbono, come si dice, dall'"aria" tutta una quantità di nozioni e di attitudini che facilitano la carriera scolastica propriamente detta: essi conoscono già e sviluppano la conoscenza della lingua letteraria, cioè il mezzo di espressione e di conoscenza, tecnicamente superiore ai mezzi posseduti dalla media della popolazione scolastica dai sei ai dodici anni. Così gli allievi della città, per il solo fatto di vivere in città, hanno assorbito già prima dei sei anni una quantità di nozioni e di attitudini che rendono più facile, più proficua e più rapida la carriera scolastica. Nell'organizzazione intima della scuola unitaria devono essere create almeno le principali di queste condizioni, oltre al fatto, che è da supporre, che parallelamente alla scuola unitaria si sviluppi una rete di asili d'infanzia e altre istituzioni in cui, anche prima dell'età scolastica i bambini siano abituati a una certa disciplina collettiva ed acquistino nozioni ed attitudini prescolastiche. Infatti, la scuola unitaria dovrebbe essere organizzata come collegio, con vita collettiva diurna e notturna, liberata dalle attuali forme di disciplina ipocrita e meccanica e lo studio dovrebbe essere fatto collettivamente, con l'assistenza dei maestri e dei migliori allievi, anche nelle ore di applicazione così detta individuale, ecc. Il problema fondamentale si pone per quella fase dell'attuale carriera scolastica che oggi è rappresentata dal liceo e che oggi non si differenzia per nulla, come tipo di insegnamento, dalle classi precedenti, altro che per la supposizione astratta d'una maggiore maturità intellettuale e morale dell'allievo conforme all'età maggiore e all'esperienza precedentemente accumulata. Di fatto ora tra liceo e università, e cioè tra la scuola vera e propria e la vita, c'è un salto, una vera soluzione di continuità, non un passaggio razionale dalla quantità (età) alla qualità (maturità intellettuale e morale). Dall'insegnamento quasi puramente dogmatico, in cui la memoria ha una grande parte, si passa alla fase creativa o di lavoro autonomo e indipendente; dalla scuola con disciplina dello studio imposta e controllata autoritativamente si passa a una fase di studio o di lavoro professionale in cui l'autodisciplina intellettuale e l'autonomia morale è teoricamente illimitata. E ciò avviene subito dopo la crisi della pubertà, quando la foga delle passioni istintive ed elementari non ha ancora finito di lottare coi freni del carattere e della coscienza morale in formazione. In Italia poi, dove nelle università non è diffuso il principio del lavoro di "seminario" il passaggio è ancora più brusco e meccanico. Ecco dunque che nella scuola unitaria la fase ultima deve essere concepita e organizzata come la fase decisiva in cui si tende a creare i valori fondamentali dell' "umanesimo", l'autodisciplina intellettuale e l'autonomia morale necessarie per l'ulteriore specializzazione sia essa di carattere scientifico (studi universitari) sia di carattere immediatamente pratico-produttivo (industria, burocrazia, organizzazione degli scambi, ecc.). Lo studio e l'apprendimento dei metodi creativi nella scienza e nella vita deve cominciare in questa ultima fase della scuola e non essere più un monopolio
dell'università o essere lasciato al caso della vita pratica: questa fase scolastica deve già contribuire alla formazione autonoma negli individui, essere una scuola creativa. Occorre distinguere tra scuola creativa e scuola attiva, anche nella forma data dal metodo Dalton. Tutta la scuola unitaria è scuola attiva, sebbene occorra porre dei limiti alle ideologie libertarie in questo campo e rivendicare con una certa energia il dovere delle generazioni adulte, cioè dello Stato, di "conformare" le nuove generazioni. Si è ancora nella fase romantica della scuola attiva, in cui gli elementi della lotta contro la scuola meccanica e gesuitica si sono dilatati morbosamente per ragioni di contrasto e di polemica: occorre entrare nella fase "classica", razionale, trovare nei fini da raggiungere la sorgente naturale per elaborare i metodi e le forme. La scuola creativa è il coronamento della scuola attiva: nella prima fase si tende a disciplinare, quindi anche a livellare, a ottenere una certa specie di "conformismo" che si può chiamare "dinamico"; nella fase creativa, sul fondamento raggiunto di "collettivizzazione" del tipo sociale, si tende ad espandere la personalità, divenuta autonoma e responsabile, ma con una coscienza morale e sociale solida e omogenea. Così scuola creativa non significa scuola di "inventori e scopritori"; essa indica una fase e un metodo di ricerca e di conoscenza, e non un "programma" predeterminato con l'obbligo dell'originalità e dell'innovazione a tutti i costi. Indica che l'apprendimento avviene specialmente per uno sforzo spontaneo e autonomo del discente, e in cui il maestro esercita solo una funzione di guida amichevole come avviene o dovrebbe avvenire nell'Università. Scoprire da se stessi, senza suggerimenti e aiuti esterni, una verità è creazione, anche se la verità è vecchia, e dimostra il possesso del metodo; indica che in ogni modo si è entrati nella fase di maturità intellettuale in cui si possono scoprire verità nuove. Perciò in questa fase l'attività scolastica fondamentale si svolgerà nei seminari, nelle biblioteche, nei laboratori sperimentali; in essa si raccoglieranno le indicazioni organiche per l'orientamento professionale. L'avvento della scuola unitaria significa l'inizio di nuovi rapporti tra lavoro intellettuale e lavoro industriale non solo nella scuola, ma in tutta la vita sociale. Il principio unitario si rifletterà perciò in tutti gli organismi di cultura, trasformandoli e dando loro un nuovo contenuto.
Problema della nuova funzione che potranno assumere le università e le Accademie.
Oggi queste due istituzioni sono indipendenti l'una dall'altra e le Accademia sono il simbolo, spesso a ragione deriso, del distacco esistente tra l'alta cultura e la vita, tra gli intellettuali e il popolo (perciò quella certa fortuna che ebbero i futuristi nel loro primo periodo di Sturm und Drang antiaccademico, antitradizionalista ecc.). In una nuova situazione di rapporti tra vita e cultura, tra lavoro intellettuale e lavoro industriale, le accademie dovrebbero diventare l'organizzazione culturale (di sistemazione, espansione e creazione intellettuale) di quegli elementi che dopo la scuola unitaria passeranno al lavoro professionale, e un terreno d'incontro tra essi e gli universitari. Gli elementi sociali impiegati nel lavoro professionale non devono cadere nella passività intellettuale, ma devono avere a loro disposizione (per iniziativa collettiva e non di singoli, come funzione sociale organica riconosciuta di pubblica necessità ed utilità) istituti specializzati in tutte le branche di ricerca e di lavoro scientifico, ai quali potranno collaborare e in cui troveranno tutti i sussidi necessari per ogni forma di attività culturale che intendano intraprendere.
L'organizzazione accademica dovrà essere riorganizzata e vivificata da cima a fondo. Territorialmente avrà una centralizzazione di competenze e di specializzazione:centri nazionali che si aggregheranno le grandi istituzioni esistenti, sezioni regionali e provinciali e circoli locali urbani e rurali. Si sezionerà per competenze scientifico-culturali, che saranno tutte rappresentate nei centri superiori ma solo parzialmente nei circoli locali. Unificare i vari tipi di organizzazione culturale esistenti: Accademie, Istituti di cultura, circoli filologici, ecc., integrando il lavoro accademica tradizionale, che si esplica prevalentemente nella sistemazione del sapere passato o nel cercare di fissare una media del pensiero nazionale come guida dell'attività intellettuale, con attività collegate alla vita collettiva, al mondo della produzione e del lavoro. Si controllerà le conferenze industriali, l'attività dell'organizzazione scientifica del lavoro, i gabinetti sperimentali di fabbrica, ecc. Si costruirà un meccanismo per selezionare e fare avanzare le capacità individuali della massa popolare, che oggi sono sacrificate e si smarriscono in errori e tentativi senza uscita. Ogni circolo locale dovrebbe avere necessariamente la sezione di scienze morali e politiche, e mano a mano organizzare le altre sezioni speciali per discutere gli aspetti tecnici dei problemi industriali, agrari, di organizzazione e razionalizzazione del lavoro, di fabbrica, agricolo, burocratico, ecc. Congressi periodici di diverso grado faranno conoscere i più capaci. Sarebbe utile avere l'elenco completo delle Accademie e delle altre organizzazioni culturali oggi esistenti e degli argomenti che sono prevalentemente trattati nei loro lavori e pubblicati nei loro "Atti": in gran parte si tratta di cimiteri della cultura, pure esse hanno una funzione nella psicologia della classe dirigente. La collaborazione tra questi organismi e le università dovrebbe essere stretta, così come con tutte le scuole superiori specializzate di ogni genere (militari, navali, ecc.). Lo scopo è di ottenere una centralizzazione e un impulso della cultura nazionale che sarebbero superiori a quelli della Chiesa cattolica (1).
(1) Questo schema di organizzazione del lavoro culturale secondo i principi
generali della scuola unitaria, dovrebbe essere sviluppato in tutte le sue
parti accuratamente e servire di guida nella costituzione anche del più
elementare e primitivo centro di cultura, che dovrebbe essere concepito come
un embrione e una molecola di tutta la più massiccia struttura. Anche le
iniziative che si sanno transitorie e di esperimento dovrebbero essere
concepite come capaci di essere assorbite nello schema generale e nello
stesso tempo come elementi vitali che tendono a creare tutto lo schema.
Studiare con attenzione l'organizzazione e lo sviluppo del Rotary Club. (N.d.R.)
A cura di Diego Fusaro
Il partito prende il posto, nella coscienza, della divinità e dell'imperativo
categorico .
La realizzazione del consenso, del blocco storico e, ancor prima, di una prospettiva di trasformazione della società richiede per Gramsci un'organizzazione politica appropriata. Non diversamente da Lenin, Gramsci dà anzi un rilievo centrale al momento propriamente organizzativo dell'azione politico-sociale: " una massa non si 'distingue' e non diventa 'indipendente' senza organizzarsi ". E anche Gramsci, come Lenin, individua nel partito la struttura in grado di porre in essere nel modo più efficace tale organizzazione. Riflettendo sui caratteri e le funzioni che il partito deve avere nell'età contemporanea, egli riscopre l'attualità delle idee di un autore a lui (come a Croce) molto caro: Machiavelli. Per Gramsci il partito è e dev'essere, in larga misura, la reincarnazione del Principe machiavelliano. Naturalmente, come chiariscono alcune celebri pagine dei Quaderni , questo " moderno Principe " non può essere (come in Machiavelli) " una persona reale, un individuo concreto": esso è invece " un organismo, un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta ed affermatasi parzialmente nell'azione . " Tuttavia, non diversamente dal Principe, il partito opera in modo specificamente ed esclusivamente politico, in vista di fini e obiettivi pur essi soltanto politici.
Di conseguenza esso si riferisce a una scala di valori e a criteri di condotta, i quali non possono essere valutati alla luce di astratti principi extra-politici. L'unico metro di giudizio è l'efficacia della sua azione: un'efficacia che si misura esclusivamente in rapporto al traguardo della trasformazione democratico-socialista della società. Per vari aspetti la teorizzazione gramsciana del partito-Principe assume toni e accenti simili a quelli che si
trovano in Lenin. Il partito, scrive ad esempio Gramsci, " prende il posto, nella coscienza, della divinità e dell'imperativo categorico ". Esso diventa l'unico principio, l'unico punto di riferimento dei soggetti impegnati nell'azione rivoluzionaria. Sotto altri profili le posizioni di Gramsci sono invece sensibilmente diverse da quelle di Lenin. Intanto egli appare molto più sensibile dell'eroe della Rivoluzione russa all'istanza di una conduzione democratica della vita interna del partito. In secondo luogo (e soprattutto) quest'ultimo non risulta edificato e operante in uno stato di 'separatezza' rispetto alla realtà della classe operaia e della restante società civile: al contrario esso viene strettamente intrecciato sia alla prima che alla seconda, così da coglierne adeguatamente i modi d'essere e le esigenze. Ma l'aspetto più caratteristico della concezione gramsciana del partito è il ruolo da essa assegnato agli intellettuali. Per Gramsci " non c'è organizzazione senza intellettuali ": solo essi, in effetti, possono dare al proletariato " la coscienza della sua missione storica ". Partito da questa premessa, in larga misura leninista, Gramsci è poi andato molto al di là di Lenin. Nessuno dei grandi teorici del marxismo contemporaneo ha sottolineato più di lui
l'indispensabile nesso che deve sussistere fra teoria e politica, fra trasformazione rivoluzionaria del mondo e tradizione culturale borghese. E proprio gli intellettuali sono i preziosi, insostituibili depositari di tale tradizione. Essi sono, scrive Gramsci, i " rappresentanti della scienza e della tecnica ", in grado di offrire i lumi e gli strumenti di queste alla causa rivoluzionaria. Solo essi, inoltre, possono realizzare appropriatamente
quell'azione ammaestratrice in seno alla società che, come si è visto, appare a Gramsci un fattore indispensabile di crescita della coscienza democratico-socialista. E solo essi, infine, possono interpretare adeguatamente le linee di tendenza e le aspirazioni profonde della realtà sociale contemporanea. Naturalmente Gramsci ha in mente non già un intellettuale astratto, dedito a studi puramente speculativi, bensì un uomo capace di " mescolarsi attivamente alla vita pratica come costruttore, organizzatore, persuasore permanente ". Questo intellettuale deve essere o diventare un uomo capace di parlare alle masse lavoratrici, di mediare l'alta cultura e i princìpi della strategia politica con le energie e le capacità di comprensione della gente comune. Il riferimento di fondo di questa attività di illuminazione e di mediazione resta peraltro il partito, rispetto al quale l'intellettuale viene concepito da Gramsci come una ,sorta di componente organica. E in effetti l'espressione " intellettuale organico " viene usata nei Quaderni del carcere per sottolineare la stretta connessione che deve esistere tra l'opera dell'uomo di cultura politicamente impegnato e la realtà del partito. D'altra parte, nella misura in cui quest'ultimo è in parte guidato da intellettuali e più in generale da una robusta coscienza teorica, da un pensiero culturalmente attrezzato, esso stesso si configura come una sorta di " intellettuale collettivo": un'espressione che esprime da un lato la già notata esigenza gramsciana che intelligenza e cultura, abbandonata ogni 'separatezza' elitaria, si reintegrino nel processo autoemancipativo dei ceti lavoratori; e dall'altro che l'organizzazione (politica) di tale processo dia adeguato spazio e rilievo al pensiero e al sapere. Il partito deve essere per Gramsci la mente non meno che il braccio della trasformazione democratico-socialista del mondo.
Tesi del III Congresso del Partito Comunista d'Italia, di Antonio Gramsci
Lione, gennaio 1926
di Antonio Gramsci
1. La trasformazione dei partiti comunisti, nei quali si raccoglie
l'avanguardia della classe operaia, in partiti bolscevichi, si può
considerare, nel momento presente, come il compito fondamentale
dell'Internazionale comunista. Questo compito deve essere posto in
relazione con lo sviluppo storico del movimento operaio internazionale, e
in particolare con la lotta svoltasi nell'interno di esso, tra il marxismo
e le correnti che costituivano una deviazione dai principi e dalla pratica
della lotta di classe rivoluzionaria. In Italia il compito di creare un
partito bolscevico assume tutto il rilievo che è necessario soltanto se si
tengono presenti le vicende del movimento operaio dai suoi inizi e le
deficienze fondamentali che in esse si sono rivelate.
2. La nascita del movimento operaio ebbe luogo in ogni paese in forme
diverse. Di comune vi fu in ogni luogo la spontanea ribellione del
proletariato contro il capitalismo. Questa ribellione assunse però in ogni
nazione una forma specifica, la quale era il riflesso e conseguenza delle
particolari caratteristiche nazionali degli elementi che, provenendo dalla
piccola borghesia e dai contadini, avevano contribuito a formare la grande
massa del proletariato industriale. Il marxismo costituì l'elemento
cosciente, scientifico e superiore al particolarismo delle varie tendenze
di carattere e origine nazionale e condusse contro di esse una lotta nel
campo teorico e nel campo dell'organizzazione.
Tutto il processo formativo della I Internazionale ebbe come cardine
questa lotta, la quale si conchiuse con la espulsione del bakuninismo
dalla Internazionale. Quando la I Internazionale cessò di esistere, il
marxismo aveva ormai trionfato nel movimento operaio. La II Internazionale
si formò infatti di partiti i quali si richiamavano tutti al marxismo e lo
prendevano come fondamento della loro tattica in tutte le questioni
essenziali. Dopo la vittoria del marxismo, le tendenze di carattere
nazionale delle quali esso aveva trionfato cercarono di manifestarsi per
altra via, risorgendo nel seno stesso del marxismo come forme di
revisionismo.
Questo processo fu favorito dallo sviluppo della fase imperialistica del
capitalismo. Sono strettamente connessi con questo fenomeno i seguenti tre
fatti: il venir meno nelle file del movimento operaio della critica dello
Stato, parte essenziale della dottrina marxista, alla quale si
sostituiscono le utopie democratiche; il formarsi di un'aristocrazia
operaia; un nuovo spostamento di masse dalla piccola borghesia e dai
contadini al proletariato, quindi una nuova diffusione tra il proletariato
di correnti ideologiche di carattere nazionale, contrastanti col marxismo.
Il processo di degenerazione della II Internazionale assunse così la forma
di una lotta contro il marxismo che si svolgeva nell'interno del marxismo
stesso. Esso culminò nello sfacelo provocato dalla guerra.
Il solo partito che si salvò dalla degenerazione è il Partito bolscevico,
il quale riuscì a mantenersi alla testa del movimento operaio del proprio
paese, espulse dal proprio seno le tendenze antimarxiste ed elaborò,
attraverso le esperienze di tre rivoluzioni, il leninismo, che è il
marxismo dell'epoca del capitalismo monopolista, delle guerre imperialiste
e della rivoluzione proletaria. Viene così storicamente determinata la
posizione del Partito bolscevico nella fondazione e a capo della III
Internazionale, e sono posti i termini del problema di richiamare
l'avanguardia del proletariato alla dottrina e alla pratica del marxismo
rivoluzionario, superando e liquidando completamente ogni corrente
antimarxista.
3. In Italia le origini e le vicende del movimento operaio furono tali che
non si costituì mai, prima della guerra, una corrente di sinistra marxista
che avesse un carattere di permanenza e di continuità. Il carattere
originario del movimento operaio italiano fu molto confuso; vi confluirono
tendenze diverse, dall'idealismo mazziniano al generico umanitarismo dei
cooperatori e dei fautori della mutualità e al bakuninismo, il quale
sosteneva che esistevano in Italia, anche prima dello sviluppo del
capitalismo, le condizioni per passare direttamente al socialismo. La
tarda origine e la debolezza dell'industrialismo fecero mancare l'elemento
chiarificatore dato dalla esistenza di un forte proletariato, ed ebbero
come conseguenza, che anche la scissione degli anarchici dai socialisti si
ebbe con un ritardo di una ventina d'anni (1892, Congresso di Genova).
Nel Partito socialista italiano come uscì dal Congresso di Genova due
erano le correnti dominanti. Da una parte vi era un gruppo di
intellettuali che non rappresentavano più della tendenza a una riforma
democratica dello Stato: il loro marxismo non andava oltre il proposito di
suscitare e organizzare le forze del proletariato per farle servire alla
instaurazione della democrazia (Turati, Bissolati, ecc.). Dall'altra parte
un gruppo più direttamente collegato con il movimento proletario,
rappresentante una tendenza operaia, ma sfornito di qualsiasi adeguata
coscienza teorica (Lazzari). Fino al '900 il partito non si propose altri
fini che di carattere democratico. Conquistata nel '900, la libertà di
organizzazione e iniziatasi una fase democratica, fu evidente la
incapacità di tutti i gruppi che lo componevano a dargli una fisionomia di
un partito marxista del proletariato. Gli elementi intellettuali si
staccarono anzi sempre più dalla classe operaia, né ebbe un risultato il
tentativo, dovuto a un altro strato di intellettuali e piccoli borghesi,
di costituire una sinistra marxista che prese forma nel sindacalismo.
Come reazione a questo tentativo trionfò in seno al partito la frazione
integralista, la quale fu la espressione, nel suo vuoto verbalismo
conciliatorista, di una caratteristica fondamentale del movimento operaio
italiano, che si spiega essa pure con la debolezza dell'industrialismo, e
con la deficiente coscienza critica del proletariato. Il rivoluzionarismo
degli anni precedenti la guerra mantenne intatta questa caratteristica,
non riuscendo mai a superare i confini del generico popolarismo per
giungere alla costruzione di un partito di classe operaia e alla
applicazione del metodo della lotta di classe. Nel seno di questa corrente
rivoluzionaria si incominciò, già prima della guerra, a differenziare il
gruppo di "estrema sinistra" il quale sosteneva le tesi del marxismo
rivoluzionario, in modo saltuario però e senza riuscire ad esercitare
sullo sviluppo del movimento operaio una influenza reale.
In questo modo si spiega il carattere negativo ed equivoco che ebbe la
opposizione del Partito socialista alla guerra e si spiega come il Partito
socialista si trovasse, dopo la guerra, davanti ad una situazione
rivoluzionaria immediata, senza avere né risolto, né posto nessuno dei
problemi fondamentali che la organizzazione politica del proletariato deve
risolvere per attuare i suoi compiti: in prima linea il problema della
"scelta della classe" e della forma organizzativa ad essa adeguata; poi il
problema del programma del partito, quello della sua ideologia, e infine i
problemi di strategia e di tattica la cui risoluzione porta a stringere
attorno al proletariato le forze che gli sono naturalmente alleate nella
lotta contro lo Stato e a guidarlo alla conquista del potere. La
accumulazione sistematica di una esperienza che possa contribuire in modo
positivo alla risoluzione di questi problemi si inizia in Italia soltanto
dopo la guerra. Soltanto col Congresso di Livorno sono poste le basi
costitutive del partito di classe del proletariato il quale, per diventare
un partito bolscevico e attuare in pieno la sua funzione, deve liquidare
tutte le tendenze antimarxiste tradizionalmente proprie del movimento
operaio.
Analisi della struttura sociale italiana
4. Il capitalismo è l'elemento predominante nella società italiana e la
forza che prevale nel determinare lo sviluppo di essa. Da questo dato
fondamentale deriva la conseguenza che non esiste in Italia possibilità di
una rivoluzione che non sia la rivoluzione socialista. Nei paesi
capitalistici la sola classe che può attuare una trasformazione sociale
reale e profonda è la classe operaia. Soltanto la classe operaia è capace
di tradurre in atto i rivolgimenti di carattere economico e politico che
sono necessari perché le energie del nostro paese abbiano libertà e
possibilità di sviluppo complete. Il modo come essa attuerà questa sua
funzione rivoluzionaria è in relazione con il grado di sviluppo del
capitalismo in Italia e con la struttura sociale che ad esso corrisponde.
5. L'industrialismo, che è la porta essenziale del capitalismo, è in
Italia assai debole. Le sue possibilità di sviluppo sono limitate e per la
situazione geografica e per la mancanza di materie prime. Esso non riesce
quindi ad assorbire la maggioranza della popolazione italiana (4 milioni
di operai industriali stanno di fronte a 3 milioni e mezzo di operai
agricoli e a 4 milioni di contadini). Si oppone all'industrialismo una
agricoltura la quale si presenta naturalmente come base della economia del
paese. Le variatissime condizioni del suolo, e le conseguenti differenze
di colture e sistemi di conduzione, provocano però una forte
differenziazione dei ceti rurali, con una prevalenza degli strati poveri,
più vicini alle condizioni del proletariato e più facili a subire la sua
influenza e ad accettarne la guida. Tra le classi industriali ed agrarie
si pone una piccola borghesia urbana abbastanza estesa e che ha importanza
assai grande. Essa consta in prevalenza di artigiani, professionisti e
impiegati dello Stato.
6. La debolezza intrinseca del capitalismo costringe la classe industriale
ad adottare degli espedienti per garantirsi il controllo sopra tutta la
economia del paese. Questi espedienti si riducono in sostanza a un sistema
di compromessi economici tra una parte degli industriali e una parte delle
classi agricole, e precisamente i grandi proprietari di terre. Non ha
quindi luogo la tradizionale lotta economica tra industriali ed agrari, né
ha luogo la rotazione di gruppi dirigenti che essa determina in altri
paesi. Gli industriali non hanno d'altra parte bisogno di sostenere,
contro gli agrari, una politica economica la quale assicuri il continuo
afflusso di mano d'opera dalle campagne alle fabbriche, perché questo
afflusso è garantito dalla esuberanza di popolazione agricola povera che è
caratteristica dell'Italia. L'accordo industriale-agrario si basa sopra
una solidarietà di interessi tra alcuni gruppi privilegiati, ai danni
degli interessi generali della produzione e della maggioranza di chi
lavora. Esso determina una accumulazione di ricchezza nelle mani dei
grandi industriali, che è conseguenza di una spoliazione sistematica di
intiere categorie della popolazione e di intiere regioni del paese. I
risultati di questa politica economica sono infatti il deficit del
bilancio economico, l'arresto dello sviluppo economico di intiere regioni
(Mezzogiorno, Isole), l'impedimento al sorgere e allo sviluppo di una
economia maggiormente adatta alla struttura del paese e alle sue risorse,
la miseria crescente della popolazione lavoratrice, l'esistenza di una
continua corrente di emigrazione e il conseguente impoverimento
demografico.
7. Come non controlla naturalmente tutta la economia così la classe
industriale non riesce a organizzare da sola la società intiera e lo
Stato. La costruzione di uno Stato nazionale non le è resa possibile che
dallo sfruttamento di fattori di politica internazionale (cosiddetto
Risorgimento). Per il rafforzamento di esso e per la sua difesa è
necessario il compromesso con le classi sulle quali la industria esercita
una egemonia limitata, particolarmente gli agrari e la piccola borghesia.
Di qui una eterogeneità e una debolezza di tutta la struttura sociale e
dello Stato che ne è espressione.
7 bis. Un riflesso della debolezza della struttura sociale si ha, in modo
tipico, prima della guerra, nell'esercito. Una cerchia ristretta di
ufficiali, sforniti del prestigio di capi (vecchie classi dirigenti
agrarie, nuove classi industriali), ha sotto di sé una casta di ufficiali
subalterni burocratizzata (piccola borghesia), la quale è incapace di
servire come collegamento con la massa dei soldati indisciplinata e
abbandonata a se stessa. Nella guerra tutto l'esercito è costretto a
riorganizzarsi dal basso, dopo una eliminazione dei gradi superiori e una
trasformazione di struttura organizzativa che corrisponde all'avvento di
una nuova categoria di ufficiali subalterni. Questo fenomeno precorre
l'analogo rivolgimento che il fascismo compirà nei confronti dello Stato
su scala più vasta.
8. I rapporti tra industria e agricoltura, che sono essenziali per la vita
economica di un paese e per la determinazione delle sovrastrutture
politiche, hanno in Italia una base territoriale. Nel Settentrione sono
accentrate in alcuni grandi centri la produzione e la popolazione
agricola. In conseguenza di ciò, tutti i contrasti inerenti alla struttura
sociale del paese contengono in sé un elemento che tocca la unità dello
Stato e la mette in pericolo. La soluzione del problema viene cercata dai
gruppi dirigenti borghesi e agrari attraverso un compromesso. Nessuno di
questi gruppi possiede naturalmente un carattere unitario e una funzione
unitaria. Il compromesso col quale l'unità viene salvata è d'altra parte
tale da rendere più grave la situazione. Esso dà alle popolazioni
lavoratrici del Mezzogiorno una posizione analoga a quella delle
popolazioni coloniali. La grande industria del Nord adempie verso di esse
la funzione delle metropoli capitalistiche: i grandi proprietari di terre
e la stessa media borghesia meridionale si pongono invece nella situazione
delle categorie che nelle colonie si alleano alla metropoli per mantenere
soggetta la massa del popolo che lavora. Lo sfruttamento economico e la
oppressione politica si uniscono quindi per fare della popolazione
lavoratrice del Mezzogiorno una forza continuamente mobilitata contro lo
Stato.
9. Il proletariato ha in Italia una importanza superiore a quella che ha
in altri paesi europei anche di capitalismo progredito, paragonabile solo
a quella che aveva nella Russia prima della rivoluzione. Ciò è in
relazione anzitutto con il fatto che per la scarsezza di materie prime
l'industria si basa in preferenza sulla mano d'opera (maestranze
specializzate), indi con la eterogeneità e con i contrasti di interessi
che indeboliscono le classi dirigenti. Di fronte a questa eterogeneità il
proletariato si presenta come l'unico elemento che per la sua natura ha
una funzione unificatrice e coordinatrice di tutta la società. Il suo
programma di classe è il solo programma "unitario", cioè il solo la cui
attuazione non porta ad approfondire i contrasti tra i diversi elementi
della economia e della società e non porta a spezzare l'unità dello Stato.
Accanto al proletariato industriale inoltre esiste una grande massa di
proletari agricoli, accentrata soprattutto nella Valle del Po, facilmente
influenzata dagli operai della industria e quindi agevolmente mobilitabile
nella lotta contro il capitalismo e lo Stato. Si ha inoltre in Italia una
conferma della tesi che le più favorevoli condizioni per la rivoluzione
proletaria non si hanno necessariamente sempre nei paesi dove il
capitalismo e l'industrialismo sono giunti al più alto grado del loro
sviluppo, ma si possono invece aver là dove il tessuto del sistema
capitalistico offre minori resistenze, per le sue debolezze di struttura,
a un attacco della classe rivoluzionaria e dei suoi alleati.
La politica della borghesia italiana
10. Lo scopo che le classi dirigenti italiane si proposero di raggiungere
dalle origini dello Stato unitario in poi, fu quello di tenere soggette le
grandi masse della popolazione lavoratrice, e impedire loro di diventare,
organizzandosi intorno al proletariato industriale e agricolo, una forza
rivoluzionaria capace di attuare un completo rivolgimento sociale e
politico e dare vita a uno Stato proletario. La debolezza intrinseca del
capitalismo le costrinse però a porre come base dell'ordinamento economico
e dello Stato borghese una unità ottenuta per via di compromessi tra
gruppi non omogenei. In una vasta prospettiva storica questo sistema si
dimostra non adeguato allo scopo cui tende. Ogni forma di compromesso fra
i diversi gruppi dirigenti della società italiana si risolve infatti in un
ostacolo posto allo sviluppo dell'una o dell'altra parte della economia
del paese. Così vengono determinati nuovi contrasti e nuove reazioni della
maggioranza della popolazione, si rende necessario accentuare la pressione
sopra le masse e si produce una spinta sempre più decisiva alla
mobilitazione di esse per la rivolta contro lo Stato.
11. Il primo periodo di vita dello Stato italiano (1870-1890) è quello
della maggiore debolezza. Le due parti di cui si compone la classe
dirigente, gli intellettuali borghesi da una parte e i capitalisti
dall'altra, sono uniti nel proposito di mantenere l'unità, ma divisi circa
la forma da dare allo Stato unitario. Manca tra di esse una omogeneità
positiva. I problemi che lo Stato si propone sono limitati; essi
riguardano piuttosto la forma che la sostanza del dominio politico della
borghesia; sovrasta a tutti il problema del pareggio, che è un problema di
pura conservazione. La coscienza della necessità di allargare la base
delle classi che dirigono lo Stato si ha soltanto con gli inizi del
"trasformismo". La maggiore debolezza dello Stato è data in questo periodo
dal fatto che al di fuori di esso il Vaticano raccoglie attorno a sé un
blocco reazionario e antistatale costruito dagli agrari e dalla grande
massa dei contadini arretrati, controllati e diretti dai ricchi
proprietari e dai preti. Il programma del Vaticano consta di due parti:
esso vuole lottare contro lo Stato borghese unitario e "liberale" e in
pari tempo si propone di costituire, con i contadini, un esercito di
riserva contro l'avanzata del proletariato socialista, che sarà provocata
dallo sviluppo della industria. Lo Stato reagisce al sabotaggio che il
Vaticano compie ai suoi danni e si ha tutta una legislazione di contenuto
e di scopi anticlericali.
12. Nel periodo che corre dal 1890 al 1900 la borghesia si pone
risolutamente il problema di organizzare la propria dittatura e lo risolve
con una serie di provvedimenti di carattere politico ed economico da cui è
determinata la successiva storia italiana. Anzitutto si risolve il
dissidio tra la borghesia intellettuale e gli industriali: l'avvento al
potere di Crispi ne è il segno. La borghesia così rafforzata risolve la
questione dei suoi rapporti con l'estero (Triplice alleanza) acquistando
una sicurezza che le permette dei tentativi di piazzarsi nel campo della
concorrenza internazionale per la conquista dei mercati coloniali.
All'interno la dittatura borghese si instaura politicamente con una
restrizione del diritto di voto che riduce il corpo elettorale a poco più
di un milione di elettori su 30 milioni di abitanti. Nel campo economico
l'introduzione del protezionismo industriale-agrario corrisponde al
proposito del capitalismo di acquistare il controllo di tutta la ricchezza
nazionale. Viene a mezzo di esso saldata una alleanza tra gli industriali
e gli agrari. Questa alleanza strappa al Vaticano una parte delle forze
che esso aveva raccolto attorno a sé, soprattutto tra i proprietari di
terre del Mezzogiorno, e le fa entrare nel quadro dello Stato borghese. Il
Vaticano stesso avverte del resto la necessità di dare maggiore rilievo
alla parte del suo programma reazionario che riguarda la resistenza al
movimento operaio e prende posizione contro il socialismo con l'enciclica
Rerum Novarum. Al pericolo che il Vaticano continua però a rappresentare
per lo Stato le classi dirigenti reagiscono dandosi una organizzazione
unitaria con un programma anticlericale, nella massoneria. I primi
progressi reali del movimento operaio si hanno infatti in questo periodo.
L'instaurazione della dittatura industriale-agraria pone nei suoi termini
reali il problema della rivoluzione determinando i fattori storici di
essa. Sorge nel Nord un proletariato industriale e agricolo, mentre nel
Sud la popolazione agricola, sottoposta a un sistema di sfruttamento
"coloniale", deve essere tenuta soggetta con una compressione politica
sempre più forte. I termini della "questione meridionale" vengono posti,
in questo periodo, in modo netto. E spontaneamente, senza l'intervento di
un fattore cosciente e senza nemmeno che il Partito socialista tragga da
questo fatto una indicazione per la sua strategia di partito della classe
operaia, si verifica in questo periodo per la prima volta il confluire dei
tentativi insurrezionali del proletariato settentrionale, con una rivolta
di contadini meridionali (fasci siciliani).
13. Spezzati i primi tentativi del proletariato e dei contadini di
insorgere contro lo Stato, la borghesia italiana consolidata può adottare,
per ostacolare i progressi del movimento operaio, i metodi esteriori della
democrazia e quelli della corruzione politica verso la parte più avanzata
della popolazione lavoratrice (aristocrazia operaia) per renderla complice
della dittatura reazionaria che essa continua ad esercitare, e impedirle
di diventare il centro insurrezionale popolare contro lo Stato
(giolittismo).
Si ha però, tra il
concentrazione industriale ed agraria. Il proletariato agricolo cresce del
50 per cento a danno delle categorie degli obbligati, mezzadri e
fittavoli. Di qui una ondata di movimenti agricoli, e un nuovo
orientamento dei contadini che costringe lo stesso Vaticano a reagire con
la fondazione dell' "Azione Cattolica" e con un movimento "sociale" che
giunge, nelle sue forme estreme, fino ad assumere le parvenze di una
riforma religiosa (modernismo). A questa reazione del Vaticano per non
lasciarsi sfuggire le masse corrisponde l'accordo dei cattolici con le
forze dirigenti per dare allo Stato una base più sicura (abolizione del
non exspedit, patto Gentiloni). Anche verso la fine di questo terzo
periodo (1914) i diversi movimenti parziali del proletariato e dei
contadini culminano in un nuovo inconscio tentativo di saldatura delle
diverse forze di massa antistatali, in una insurrezione contro lo Stato
reazionario. Da questo tentativo viene già posto con sufficiente rilievo
il problema della necessità che il proletariato organizzi, nel suo seno,
un partito di classe che gli dia la capacità di porsi a capo della
insurrezione e di guidarla.
14. Il massimo di concentrazione economica nel campo industriale si ha nel
dopoguerra. Il proletariato raggiunge il più alto grado di organizzazione
e ad esso corrisponde il massimo di disgregazione delle classi dirigenti
dello Stato. Tutte le contraddizioni insite nell'organismo sociale
italiano affiorano con la massima crudezza per il risveglio delle masse
anche le più arretrate alla vita politica provocato dalla guerra e dalle
sue conseguenze immediate. E, come sempre, l'avanzata degli operai
dell'industria e dell'agricoltura si accompagna a una agitazione profonda
delle masse dei contadini, sia del Mezzogiorno che delle altre regioni. I
grandi scioperi e la occupazione delle fabbriche che si svolgono
contemporaneamente alla occupazione delle terre. La resistenza delle forze
reazionarie si esercita ancora secondo la direzione tradizionale. Il
Vaticano consente che accanto all' "Azione Cattolica" si formi un vero e
proprio partito, il quale si propone di inserire le masse contadine entro
il quadro dello Stato borghese apparentemente accontentando le loro
aspirazioni di redenzione economica e di democrazia politica. Le classi
dirigenti a loro volta attuano in grande stile il piano di corruzione e di
disgregazione interna del movimento operaio, facendo apparire ai capi
opportunisti la possibilità che una aristocrazia operaia collabori al
governo in un tentativo di soluzione "riformista" del problema dello Stato
(governo di sinistra). Ma in un paese povero e disunito come l'Italia,
l'affacciarsi di una soluzione "riformista" del problema dello Stato
provoca inevitabilmente la disgregazione della compagine statale e
sociale, la quale non resiste all'urto dei numerosi gruppi in cui le
stesse classi dirigenti e le classi intermedie si polverizzano. Ogni
gruppo ha esigenze di protezione economica e di autonomia politica sue
proprie, e, nell'assenza di un omogeneo nucleo di classe che sappia
imporre, con la sua dittatura, una disciplina di lavoro e di produzione a
tutto il paese, sbaragliando ed eliminando gli sfruttatori capitalistici
ed agrari, il governo viene reso impossibile e la crisi del potere è
continuamente aperta. La sconfitta del proletariato rivoluzionario è
dovuta, in questo periodo decisivo, alle deficienze politiche,
organizzative, tattiche e strategiche del partito dei lavoratori. In
conseguenza di queste deficienze il proletariato non riesce a mettersi a
capo della insurrezione della grande maggioranza della popolazione e a
farla sboccare nella creazione di uno Stato operaio; esso stesso subisce
invece l'influenza di altre classi sociali che ne paralizzano l'azione. La
vittoria del fascismo nel 1922 deve essere considerata quindi non come una
vittoria riportata sulla rivoluzione, ma come la conseguenza della
sconfitta toccata alle forze rivoluzionarie per loro intrinseco difetto.
15. Il fascismo, come movimento di reazione armata che si propone lo scopo
di disgregare e di disorganizzare la classe lavoratrice per
immobilizzarla, rientra nel quadro della politica tradizionale delle
classi dirigenti italiane, e nella lotta del capitalismo contro la classe
operaia. Esso è perciò favorito nelle sue origini, nella sua
organizzazione e nel suo cammino da tutti indistintamente i vecchi gruppi
dirigenti, a preferenza però dagli agrari i quali sentono più minacciosa
la pressione delle plebi rurali.
Socialmente però il fascismo trova la sua base nella piccola borghesia
urbana e in una nuova borghesia agraria sorta da una trasformazione della
proprietà rurale in alcune regioni (fenomeni di capitalismo agrario
nell'Emilia, origine di una categoria di intermediari di campagna, "borse
della terra", nuove ripartizioni di terreni). Questo fatto è il fatto di
aver trovato una unità ideologica e organizzata nelle formazioni militari
in cui rivive la tradizione della guerra (arditismo) e che servono alla
guerriglia contro i lavoratori, permettendo al fascismo di concepire ed
attuare un piano di conquista dello Stato in contrapposizione ai vecchi
ceti dirigenti.
Assurdo parlare di rivoluzione. Le nuove energie che si raccolgono attorno
al fascismo traggono però dalla loro origine una omogeneità e una comune
mentalità di "capitalismo nascente". Ciò spiega come sia possibile la
lotta contro gli uomini politici del passato e come esse possano
giustificarla con una costruzione ideologica in contrasto con le teorie
tradizionali dello Stato e dei suoi rapporti con i cittadini.
Nella sostanza il fascismo modifica il programma di conservazione e di
reazione che ha sempre dominato la politica italiana soltanto per un
diverso modo di concepire il processo di unificazione delle forze
reazionarie. Alla tattica degli accordi e dei compromessi esso sostituisce
il proposito di realizzare una unità organica di tutte le forze della
borghesia in un solo organismo politico sotto il controllo di una unica
centrale che dovrebbe dirigere insieme il partito, il governo e lo Stato.
Questo proposito corrisponde alla volontà di resistere a fondo ad ogni
attacco rivoluzionario, il che permette al fascismo di raccogliere le
adesioni della parte più decisamente reazionaria della borghesia
industriale e degli agrari.
16. Il metodo fascista di difesa dell'ordine, della proprietà e dello
Stato è, ancora più del sistema tradizionale dei compromessi e della
politica di sinistra, disgregatore della compagine sociale e delle sue
sovrastrutture politiche. Le reazioni che esso provoca devono essere
esaminate in relazione alla sua applicazione sia nel campo economico che
nel campo politico. Nel campo politico, anzitutto, l'unità organica della
borghesia nel fascismo non si realizza immediatamente dopo la conquista
del potere.
Al di fuori del fascismo rimangono i centri di opposizione borghese al
regime. Da una parte non viene assorbito il gruppo che tiene fede alla
soluzione giolittiana del problema Stato. Questo gruppo si collega a una
sezione della borghesia industriale e, con un programma di riformismo
"laburista", esercita influenza sopra strati di operai e piccoli borghesi.
Dall'altra parte il programma di fondare lo Stato sopra una democrazia
rurale del Mezzogiorno e sopra la parte "sana" della industria
settentrionale ("Corriere della sera", liberismo, Nitti) tende a diventare
programma di una organizzazione politica di opposizione al fascismo con
basi di massa nel Mezzogiorno (Unione nazionale).
Il fascismo è costretto a lottare contro questi gruppi superstiti molto
vivacemente e a lottare con vivacità anche maggiore contro la massoneria,
che esso considera giustamente come centro di organizzazione di tutte le
tradizionali forze di sostegno dello Stato. Questa lotta, che è, volere o
no, l'indizio di una spezzatura del blocco delle forze conservatrici e
antiproletarie, può in determinate circostanze favorire lo sviluppo e
l'affermazione del proletariato come terzo e decisivo fattore di una
situazione politica.
Nel campo economico il fascismo agisce come strumento di una oligarchia
industriale e agraria per accentrare nelle mani del capitalismo il
controllo di tutte le ricchezze del paese. Ciò non può fare a meno di
provocare un malcontento nella piccola borghesia la quale, con l'avvento
del fascismo, credeva giunta l'era del suo dominio. Tutta una serie di
misure viene adottata dal fascismo per favorire una nuova concentrazione
industriale (abolizione della imposta di successione, politica finanziaria
e fiscale, inasprimento del protezionismo), e ad esse corrispondono altre
misure a favore degli agrari e contro i piccoli e medi coltivatori
(imposte, dazio sul grano, "battaglia del grano").
L'accumulazione che queste misure determinano non è un accrescimento di
ricchezza nazionale, ma è spoliazione di una classe a favore di un'altra,
e cioè delle classi lavoratrici e medie a favore della plutocrazia. Il
disegno di favorire la plutocrazia appare sfacciatamente nel progetto di
legalizzare nel nuovo codice di commercio il regime delle azioni
privilegiate; un piccolo pugno di finanzieri viene, in questo modo, posto
in condizioni di poter disporre senza controllo di ingenti masse di
risparmio provenienti dalla media e piccola borghesia e queste categorie
sono espropriate del diritto di disporre della loro ricchezza.
Nello stesso piano, ma con conseguenze politiche più vaste, rientra il
progetto di unificazione delle banche di emissione, cioè, in pratica, di
soppressione delle due grandi banche meridionali. Queste due banche
adempiono oggi la funzione di assorbire i risparmi del Mezzogiorno e le
rimesse degli emigranti (600 milioni), cioè la funzione che nel passato
adempivano lo Stato con la emissione di buoni del tesoro e la Banca di
sconto nell'interesse di una parte dell'industria pesante del Nord. Le
banche meridionali sono state controllate fino ad ora dalle stesse classi
dirigenti del Mezzogiorno, le quali hanno trovato in questo controllo una
base reale del loro dominio politico. La soppressione delle banche
meridionali come banche di emissione farà passare questa funzione alla
grande industria del Nord che controlla, attraverso la Banca commerciale,
la Banca d'Italia e verrà in questo modo accentuato lo sfruttamento
economico "coloniale" e l'impoverimento del Mezzogiorno, nonché accelerato
il lento processo di distacco dallo Stato anche della piccola borghesia
meridionale. La politica economica del fascismo si completa con i
provvedimenti intesi a rialzare il corso della moneta, a risanare il
bilancio dello Stato, a pagare i debiti di guerra e a favorire
l'intervento del capitale inglese-americano in Italia. In tutti questi
campi il fascismo attua il programma della plutocrazia (Nitti) e di una
minoranza industriale-agraria ai danni della grande maggioranza della
popolazione le cui condizioni di vita sono progressivamente peggiorate.
Coronamento di tutta la propaganda ideologica, dell'azione politica ed
economica del fascismo è la tendenza di esso all' "imperialismo". Questa
tendenza è la espressione del bisogno sentito dalle classi dirigenti
industriali-agrarie italiane di trovare fuori del campo nazionale gli
elementi per la risoluzione della crisi della società italiana. Sono in
essa i germi di una guerra che verrà combattuta, in apparenza, per
l'espansione italiana ma nella quale in realtà l'Italia fascista sarà uno
strumento nelle mani di uno dei gruppi imperialisti che si contendono il
dominio del mondo.
17. Si determinano, in conseguenza della politica del fascismo, profonde
reazioni delle masse. Il fenomeno più grave è il distacco sempre più
deciso delle popolazioni agrarie del Mezzogiorno e delle Isole dal sistema
di forze che reggono lo Stato. La vecchia classe dirigente locale
(Orlando, Di Cesarò, De Nicola, ecc.) non esercita più in modo sistematico
la sua funzione di anello di congiunzione con lo Stato.
La piccola borghesia tende quindi ad avvicinarsi ai contadini. Il sistema
di sfruttamento e di oppressione delle masse meridionali è portato dal
fascismo all'estremo; questo facilita la radicalizzazione anche delle
categorie intermedie e pone la questione meridionale nei suoi veri
termini, come questione che sarà risolta soltanto dalla insurrezione dei
contadini alleati del proletariato nella lotta contro i capitalisti e
contro gli agrari. Anche i contadini medi e poveri delle altre parti
d'Italia acquistano una funzione rivoluzionaria, benché in modo più lento.
Il Vaticano - la cui funzione reazionaria è stata assunta dal fascismo -
non controlla più le popolazioni rurali in modo completo attraverso i
preti, l' "Azione Cattolica" e il Partito popolare. Vi è una parte dei
contadini, la quale è stata risvegliata alle lotte per la difesa dei suoi
interessi dalle stesse organizzazioni autorizzate e dirette dalle autorità
ecclesiastiche, ed ora, sotto la pressione economica e politica del
fascismo, accentua il proprio orientamento di classe e incomincia a
sentire che le sue sorti non sono separabili da quelle della classe
operaia. Indizio di questa tendenza è il fenomeno Miglioli. Un sintomo
assai interessante di essa è anche il fatto che le organizzazioni bianche,
le quali, essendo una parte dell' "Azione Cattolica", fanno capo
direttamente al Vaticano, hanno dovuto entrare nei comitati intersindacali
con le Leghe rosse, espressioni di quel periodo proletario che i cattolici
indicavano fin dal 1870 come imminente alla società italiana.
Quanto al proletariato, l'attività disgregatrice delle sue forze trova un
limite nella resistenza attiva della avanguardia rivoluzionaria e in una
resistenza passiva della grande massa, la quale rimane fondamentalmente
classista e accenna a rimettersi in movimento non appena si rallenta la
pressione fisica del fascismo e si fanno più forti gli stimoli
dell'interesse di classe. Il tentativo di portare nel suo seno la
scissione con i sindacati fascisti, si può considerare fallito. I
sindacati fascisti, mutando il loro programma, diventano ora strumenti
diretti di compressione reazionaria al servizio dello Stato.
18. Ai pericolosi spostamenti e ai nuovi reclutamenti di forze che sono
provocati dalla sua politica il fascismo reagisce facendo gravare su tutta
la società il peso di una forza militare e un sistema di compressione il
quale tiene la popolazione inchiodata al fatto meccanico della produzione
senza la possibilità di avere una vita propria, di manifestare una propria
volontà e di organizzarsi per la difesa dei propri interessi. La
cosiddetta legislazione fascista non ha altro scopo che quello di
consolidare e rendere permanente questo sistema.
La nuova legge elettorale politica, le modificazioni dell'ordinamento
amministrativo con la introduzione del podestà per i comuni di campagna
ecc. vorrebbero segnare la fine della partecipazione delle masse alla vita
politica ed amministrativa del paese. Il controllo sulle associazioni
impedisce ogni forma permanente "legale" di organizzazione delle masse. La
nuova politica sindacale toglie alla Confederazione del lavoro e ai
sindacati di classe la possibilità di concludere dei concordati per
escluderli dal contatto con le masse che si erano organizzate attorno ad
essi. La stampa proletaria viene soppressa. Il partito di classe del
proletariato ridotto alla vita pienamente illegale. Le violenze fisiche e
le persecuzioni di polizia sono adoperate sistematicamente, soprattutto
nelle campagne, per incutere il terrore e mantenere una situazione da
stato d'assedio.
Il risultato di questa complessa attività di reazione e di compressione è
lo squilibrio tra il rapporto reale delle forze sociali e il rapporto
delle forze organizzate, per cui a un apparente ritorno alla normalità e
alla stabilità corrisponde una acutizzazione di contrasti pronti a
prorompere ad ogni istante per nuove vie.
18 bis. La crisi seguita al delitto Matteotti ha fornito un esempio della
possibilità che l'apparente stabilità del regime fascista sia turbata
dalle basi per il prorompere improvviso di contrasti economici e politici
approfonditisi senza che fossero avvertiti. Essa ha in pari tempo fornito
la prova della incapacità della piccola borghesia a guidare ad un esito,
nell'attuale periodo storico, la lotta contro la reazione
industriale-agraria.
Forze motrici e prospettive della rivoluzione
19. Le forze motrici della rivoluzione italiana, come risulta ormai dalla
nostra analisi sono, in ordine alla loro importanza, le seguenti:
1) la classe operaia e il proletariato agricolo;
2) i contadini del Mezzogiorno e delle Isole e i contadini delle altri
parti d'Italia.
Lo sviluppo e la rapidità del processo rivoluzionario non sono prevedibili
al di fuori di una valutazione di elementi soggettivi: cioè dalla misura
in cui la classe operaia riuscirà ad acquistare una propria figura
politica, una coscienza di classe decisa e una indipendenza da tutte le
altre classi, dalla misura in cui essa riuscirà a organizzare le sue
forze, cioè a esercitare di fatto un'azione di guida degli altri fattori
in prima linea a concretare politicamente la sua alleanza con i contadini?
Si può affermare in generale, e basandosi del resto sulla esperienza
italiana, che dal periodo della preparazione rivoluzionaria si entrerà in
un periodo rivoluzionario "immediato" quando il proletariato industriale e
agricolo del settentrione sarà riuscito a riacquistare, per lo svolgimento
della situazione oggettiva e attraverso una serie di lotte particolari e
immediate, un alto grado di organizzazione e di combattività.
Quanto ai contadini, quelli del Mezzogiorno e delle Isole devono essere
posti in prima linea tra le forze su cui deve contare la insurrezione
contro la dittatura industriale-agraria, per quanto non si debba attribuir
loro, all'infuori di un'alleanza col proletariato, una importanza
risolutiva. L'alleanza tra essi e gli operai è il risultato di un processo
storico naturale e profondo, favorito da tutte le vicende dello Stato
italiano. Per i contadini delle altre parti d'Italia il processo di
orientamento verso l'alleanza col proletariato è più lento e dovrà essere
favorito da una attenta azione politica del partito del proletariato. I
successi già ottenuti in Italia in questo campo indicano del resto che il
problema di rompere l'alleanza dei contadini con le forze reazionarie deve
essere posto, per gran parte, anche in altri paesi dell'Europa
occidentale, come problema di distruggere la influenza della
organizzazione cattolica sulle masse rurali.
20. Gli ostacoli allo sviluppo della rivoluzione, oltre che dati dalla
pressione fascista, sono in relazione con la varietà dei gruppi in cui la
borghesia si divide. Ognuno di questi gruppi si sforza di esercitare una
influenza sopra una sezione della popolazione lavoratrice per impedire che
si estenda la influenza del proletariato, o sul proletariato stesso per
fargli perdere la sua figura e autonomia di classe rivoluzionaria. Si
costituisce in questo modo una catena di forze reazionarie, la quale
partendo dal fascismo comprende i gruppi antifascisti che non hanno grandi
basi di massa (liberali), quelli che hanno una base nei contadini e nella
piccola borghesia (democratici, combattenti, popolari, repubblicani), e in
parte anche negli operai (partito riformista), e quelli che avendo una
base proletaria tendono a mantenere le masse operaie in una condizione di
passività e far loro seguire la politica di altre classi (partito
massimalista).
Anche il gruppo che dirige la Confederazione del lavoro deve essere
considerato a questa stregua, cioè come il veicolo di una influenza
disgregatrice di altre classi sopra i lavoratori. Ognuno dei gruppi che
abbiamo indicati tiene legata a sé una parte della popolazione lavoratrice
italiana. La modificazione di questo stato di cose è soltanto concepibile
come conseguenza di una sistematica e ininterrotta azione politica della
avanguardia proletaria organizzata nel Partito comunista. Una particolare
attenzione deve essere data ai gruppi e partiti i quali hanno una base di
massa, o cercano di formarsela come partiti democratici o come partiti
regionali, nella popolazione agricola del Mezzogiorno e delle Isole
(Unione nazionale, partiti d'azione sardo, molisano, irpino, ecc.).
Questi partiti non esercitano una influenza diretta sul proletariato, ma
sono un ostacolo alla realizzazione della alleanza tra operai e contadini.
Orientando le classi agricole del Mezzogiorno verso una democrazia rurale
e verso soluzioni democratiche regionali, essi spezzano l'unità del
processo di liberazione della popolazione lavoratrice italiana,
impediscono ai contadini di condurre a un esito la loro lotta contro lo
sfruttamento economico e politico della borghesia e degli agrari, e
preparano la trasformazione di essi in guardia bianca della reazione. Il
successo politico della classe operaia è anche in questo campo in
relazione con l'azione politica del partito e del proletariato.
21. La possibilità di abbattimento del regime fascista per una azione di
gruppi antifascisti sedicenti democratici esisterebbe solo se questi
gruppi riuscissero, neutralizzando l'azione del proletariato, a
controllare un movimento di masse fino a poterne frenare gli sviluppi. La
funzione della opposizione borghese democratica è invece quella di
collaborare col fascismo nell'impedire la riorganizzazione della classe
operaia e la realizzazione del suo programma di classe. In questo senso un
compromesso tra fascismo e opposizione borghese è in atto e ispirerà la
politica di ogni formazione di "centro" che sorga dai rottami
dell'Aventino.
La opposizione potrà tornare ad essere protagonista dell'azione di difesa
del regime capitalista solo quando la stessa compressione fascista più non
riuscirà a impedire lo scatenamento dei conflitti di classe, e il pericolo
di una insurrezione di proletari e della sua saldatura con una guerra di
contadini apparirà grave e imminente. La possibilità di ricorso della
borghesia e del fascismo stesso al sistema della reazione celata dalla
apparenza di un "governo di sinistra" deve quindi essere continuamente
presente nelle nostre prospettive, (divisione di funzioni tra fascismo e
democrazia, Tesi del V Congresso mondiale).
22. Da questa analisi dei fattori della rivoluzione e delle sue
prospettive si deducono i compiti del Partito comunista. Ad essa devono
essere collegati i criteri della sua attività organizzativa e quelli della
sua azione politica. Da essa discendono le linee direttive e fondamentali
del suo programma.
23. Dopo aver resistito vittoriosamente alla ondata reazionaria che voleva
sommergerlo (1923), dopo aver contribuito con la propria azione a segnare
un primo punto di arresto nel processo di dispersione delle forze
lavoratrici (elezioni del 1924), dopo aver approfittato della crisi
Matteotti per riorganizzare una avanguardia proletaria che si è opposta
con notevole successo al tentativo di istaurare un predominio
piccolo-borghese nella vita politica (Aventino) e aver poste le basi di
una reale politica contadina del proletariato italiano, il partito si
trova oggi nella fase della preparazione politica della rivoluzione. Il
suo compito fondamentale può essere indicato da questi tre punti:
1) organizzare e unificare il proletariato industriale e agricolo per la
rivoluzione;
2) organizzare e mobilitare attorno al proletariato tutte le forze
necessarie per la vittoria rivoluzionaria e per la fondazione dello
Stato operaio;
3) porre al proletariato e ai suoi alleati il problema della
insurrezione contro lo Stato borghese e della lotta per la dittatura
proletaria e guidarli politicamente e materialmente alla soluzione di
esso attraverso una serie di lotte parziali.
La costruzione del Partito comunista come partito "bolscevico"
24. La organizzazione della avanguardia operaia in Partito comunista è la
parte essenziale della nostra attività organizzativa. Gli operai italiani
hanno appreso dalla loro esperienza (1919-20) che ove manchi la guida di
un partito comunista costruito come partito della classe operaia e come
partito della rivoluzione, non è possibile un esito vittorioso della lotta
per l'abbattimento del regime capitalistico. La costruzione di un Partito
comunista che sia di fatto il partito della classe operaia e il partito
della rivoluzione, - che sia cioè, un partito "bolscevico", - è in
connessione diretta con i seguenti punti fondamentali:
1) la ideologia del partito;
2) la forma della organizzazione, e la sua compattezza;
3) la capacità di funzionare a contatto con la massa;
4) la capacità strategica e tattica.
Ognuno di questi punti è collegato strettamente con gli altri e non
potrebbe, a rigore di logica, esserne separato. Ognuno di essi infatti
indica e comprende una serie di problemi le cui soluzioni interferiscono e
si sovrappongono. L'esame separato di essi sarà utile soltanto quando si
tenga presente che nessuno può venire risolto senza che tutti siano
impostati e condotti di pari passo ad una soluzione.
25. Unità ideologica completa è necessaria al Partito comunista per poter
adempiere in ogni momento la sua funzione di guida della classe operaia.
L'unità ideologica è elemento della forza del partito e della sua capacità
politica, essa è indispensabile per farlo diventare un partito bolscevico.
Base della unità ideologica è la dottrina del marxismo e del leninismo,
inteso quest'ultimo come la dottrina marxista adeguata ai problemi del
periodo dell'imperialismo e dell'inizio della rivoluzione proletaria (Tesi
sulla bolscevizzazione dell'Esecutivo allargato dell'aprile 1925, nn. IV e
VI).
Il Partito comunista d'Italia ha formato la sua ideologia nella lotta
contro la socialdemocrazia (riformisti) e contro il centrismo politico
rappresentato dal Partito massimalista. Esso non trova però nella storia
del movimento operaio italiano una vigorosa e continua corrente di
pensiero marxista cui richiamarsi. Manca inoltre nelle sue file una
profonda e diffusa conoscenza delle teorie del marxismo e del leninismo.
Sono quindi possibili le deviazioni. L'innalzamento del livello ideologico
del partito deve essere ottenuto con una sistematica attività interna la
quale si proponga di portare tutti i membri ad avere una completa
consapevolezza dei fini immediati del movimento rivoluzionario, una certa
capacità di analisi marxista delle situazioni e una correlativa capacità
di orientamento politico (scuola di partito). E' da respingere una
concezione la quale affermi che i fattori di coscienza e di maturità
rivoluzionaria, i quali costituiscono la ideologia, si possano realizzare
nel partito senza che siansi realizzati in un vasto numero di singoli che
lo compongono.
26. Nonostante le origini da una lotta contro degenerazioni di destra e
centriste del movimento operaio, il pericolo di deviazioni di destra è
presente nel Partito comunista d'Italia. Nel campo teorico esso è
rappresentato dai tentativi di revisione del marxismo fatti dal compagno
Graziadei sotto la veste di una precisazione "scientifica" di alcuni dei
concetti fondamentali della dottrina di Marx. I tentativi di Graziadei non
possono certo portare alla creazione di una corrente e quindi di una
frazione che metta in pericolo la unità ideologica e la compattezza del
partito. E' però implicito in essi un appoggio a correnti e deviazioni
politiche di destra. Ad ogni modo essi indicano la necessità che il
partito compia un profondo studio del marxismo e acquisti una coscienza
teorica più alta e più sicura.
Il pericolo che si crei una tendenza di destra è collegato con la
situazione generale del paese. La compressione stessa che il fascismo
esercita tende ad alimentare la opinione che essendo il proletariato nella
impossibilità di rapidamente rovesciare il regime, sia miglior tattica
quella che porti, se non a un blocco borghese-proletario per la
eliminazione costituzionale del fascismo, a una passività della
avanguardia rivoluzionaria, a un non-intervento attivo del partito
comunista nella lotta politica immediata, onde permettere alla borghesia
di servirsi del proletariato come massa di manovra elettorale contro il
fascismo. Questo programma si presenta con la formula che il Partito
comunista deve essere "l'ala sinistra" di una opposizione di tutte le
forze che cospirano all'abbattimento del regime fascista. Esso è la
espressione di un profondo pessimismo circa le capacità rivoluzionarie
della classe lavoratrice.
Lo stesso pessimismo e le stesse deviazioni conducono a interpretare in
modo errato la natura e la funzione storica dei partiti socialdemocratici
nel momento attuale, a dimenticare che la socialdemocrazia sebbene abbia
ancora la sua base sociale, per gran parte, nel proletariato per quanto
riguarda la sua ideologia e la sua funzione politica cui adempie, deve
essere considerata non come un'ala destra del movimento operaio, ma come
un'ala sinistra della borghesia e come tale deve essere smascherata
davanti alle masse. Il pericolo di destra deve essere combattuto con la
propaganda ideologica, col contrapporre al programma di destra il
programma rivoluzionario della classe operaia e del suo partito, e con
mezzi disciplinari ordinari ogni qualvolta la necessità lo richieda.
27. Legato con le origini del partito e con la situazione generale del
paese è parimenti il pericolo di deviazioni di sinistra dalla ideologia
marxista e leninista. Esso è rappresentato dalla tendenza estremista che
fa capo al compagno Bordiga. Questa tendenza si formò nella particolare
situazione di disgregazione e incapacità programmatica, organizzativa,
strategica e tattica in cui si trovò il Partito socialista italiano dalla
fine della guerra al Congresso di Livorno: la sua origine e la sua fortuna
sono inoltre in relazione col fatto che, essendo la classe operaia una
minoranza nella popolazione lavoratrice italiana, è continuo il pericolo
che il suo partito sia corrotto da infiltrazioni di altre classi, e in
particolare della piccola borghesia.
A questa condizione della classe operaia e alla situazione del Partito
socialista italiano la tendenza di estrema sinistra reagì con una
particolare ideologia, cioè con una concezione della natura del partito,
della sua funzione e della sua tattica che è in contrasto con quella del
marxismo e del leninismo:
a) dall'estrema sinistra il partito viene definito, trascurando e
sottovalutando il suo contenuto sociale, come un "organo" della classe
operaia, che si costituisce per sintesi di elementi eterogenei. Il partito
deve invece essere definito mettendo in rilievo anzitutto il fatto che
esso è una "parte" della classe operaia. L'errore nella definizione del
partito porta a impostare in modo errato i problemi organizzativi e i
problemi di tattica;
b) per la estrema sinistra la funzione del partito non è quella di guidare
in ogni momento la classe sforzandosi di restare in contatto con essa
attraverso qualsiasi mutamento di situazione oggettiva, ma di elaborare
dei quadri preparati a guidare la massa quando lo svolgimento delle
situazioni l'avrà portata al partito, facendole accettare le posizioni
programmatiche e di principio da esso fissate;
c) per quanto riguarda la tattica, l'estrema sinistra sostiene che essa
non deve venire determinata in relazione con le situazioni oggettive e con
la posizione delle masse in modo che essa aderisca sempre alla realtà e
fornisca un continuo contatto con gli strati più vasti della popolazione
lavoratrice, ma deve essere determinata in base a preoccupazioni
formalistiche. E' propria dell'estremismo la concezione che le deviazioni
dai principi della politica comunista non vengono evitate con la
costruzione di partiti "bolscevichi" i quali siano capaci di compiere,
senza deviare, ogni azione politica che è richiesta per la mobilitazione
delle masse e per la vittoria rivoluzionaria, ma possono essere evitate
soltanto col porre alla tattica limiti rigidi e formali di carattere
esteriore (nel campo organizzativo: "adesione individuale", cioè rifiuto
delle "fusioni", le quali possono invece essere sempre, in condizioni
determinate, efficacissimo mezzo di estensione della influenza del
partito; nel campo politico: travisamento dei termini del problema della
conquista della maggioranza, fronte unico sindacale e non politico,
nessuna diversità nel modo di lottare contro la democrazia a seconda del
grado di adesione delle masse a formazioni democratiche
contro-rivoluzionarie e della imminenza e gravità di un pericolo
reazionario, rifiuto della parola d'ordine del governo operaio e
contadino).
All'esame delle situazioni dei movimenti di massa si ricorre quindi solo
per il controllo della linea dedotta in base a preoccupazioni
formalistiche e settarie: viene perciò sempre a mancare, nella
determinazione della politica del partito, l'elemento particolare; la
unità e completezza di visione che è propria del nostro metodo di indagine
politica (dialettica) è spezzata; l'attività del partito e le sue parole
d'ordine perdono efficacia e valore rimanendo attività e parole di
semplice propaganda. E' inevitabile, come conseguenza di queste posizioni,
la passività politica del partito. Di essa l' "astensionismo" fu nel
passato un aspetto. Ciò permette di avvicinare l'estremismo di sinistra al
massimalismo e alle deviazioni di destra. Esso è inoltre, come la tendenza
di destra, espressione di uno scetticismo sulla possibilità che la massa
operaia organizzi dal suo seno un partito di classe il quale sia capace di
guidare la grande massa sforzandosi di tenerla in ogni momento collegata a
sé.
La lotta ideologica contro l'estremismo di sinistra deve essere condotta
contrapponendogli la concezione marxista e leninista del partito del
proletariato come partito di massa e dimostrando la necessità che esso
adatti la sua tattica alle situazioni per poterle modificare, per non
perdere il contatto con le masse e per acquistare sempre nuove zone di
influenza. L'estremismo di sinistra fu la ideologia ufficiale del partito
italiano nel primo periodo della sua esistenza. Esso è sostenuto da
compagni che furono tra i fondatori del partito e dettero un grandissimo
contributo alla sua costruzione dopo Livorno.
Vi sono quindi motivi per spiegare come questa concezione sia stata a
lungo radicata nella maggioranza dei compagni anche senza che fosse da
essi valutata criticamente in modo completo, ma piuttosto come conseguenza
di uno stato d'animo diffuso. E' evidente perciò che il pericolo di
estrema sinistra deve essere considerato come una realtà immediata, come
un ostacolo non solo alla unificazione ed elevazione ideologica, ma allo
sviluppo politico del partito e alla efficacia della sua azione. Esso deve
essere combattuto come tale, non solo con la propaganda, ma con una azione
politica ed eventualmente con misure organizzative.
28. Elemento della ideologia del partito è il grado di spirito
internazionalista che è penetrato nelle sue file. Esso è assai forte tra
di noi come spirito di solidarietà internazionale, ma non altrettanto come
coscienza di appartenere ad un partito mondiale. Contribuisce a questa
debolezza la tendenza a presentare la concezione di estrema sinistra come
una concezione nazionale ("originalità" e valore "storico" delle posizioni
della "sinistra italiana") la quale si oppone alla concezione marxista e
leninista della Internazionale comunista e cerca di sostituirsi ad essa.
Di qui l'origine di una specie di "patriottismo di partito", che rifugge
dall'inquadrarsi in una organizzazione (rifiuti di cariche, lotta di
frazione internazionale ecc.). Questa debolezza di spirito
internazionalista offre il terreno ad una ripercussione nel partito della
campagna che la borghesia conduce contro la Internazionale comunista
qualificandola come organo dello Stato russo. Alcune delle tesi di estrema
sinistra a questo proposito si collegano a tesi abituali dei partiti
controrivoluzionari. Esse devono venir combattute con estremo vigore, con
una propaganda che dimostri come storicamente spetti al partito russo una
funzione predominante e direttiva nella costruzione di una Internazionale
comunista e quale è la posizione dello Stato operaio russo - prima ed
unica reale conquista della classe operaia nella lotta al potere - nei
confronti del movimento operaio internazionale (Tesi sulla situazione
internazionale).
La base dell'organizzazione del partito
29. Tutti i problemi di organizzazione sono problemi politici. La
soluzione di essi deve rendere possibile al partito di attuare il suo
compito fondamentale, di far acquistare al proletariato una completa
indipendenza politica, di dargli una fisionomia, una personalità, una
coscienza rivoluzionaria precisa, di impedire ogni infiltrazione e
influenza disgregatrice di classi ed elementi i quali pur avendo interessi
contrari al capitalismo non vogliono condurre la lotta contro di esso fino
alle sue conseguenze ultime. In prima linea è un problema politico: quello
della base della organizzazione. La organizzazione del partito deve essere
costruita sulla base della produzione e quindi del luogo di lavoro
(cellule).
Questo principio è essenziale per la creazione di un partito "bolscevico".
Esso dipende dal fatto che il partito deve essere attrezzato per dirigere
il movimento di massa della classe operaia, la quale viene naturalmente
unificata dallo sviluppo del capitalismo secondo il processo della
produzione. Ponendo la base organizzativa nel luogo della produzione il
partito compie un atto di scelta della classe sulla quale esso si basa.
Esso proclama di essere un partito di classe e il partito di una sola
classe, la classe operaia. Tutte le obiezioni al principio che pone la
organizzazione del partito sulla base della produzione partono da
concezioni che sono legate a classi estranee al proletariato, anche se
sono presentate da compagni e gruppi che si dicono di "estrema sinistra".
Esse si basano sopra una considerazione pessimista delle capacità
rivoluzionarie dell'operaio comunista, e sono espressione dello spirito
antiproletario del piccolo-borghese intellettuale, il quale crede di
essere il sale della terra e vede nell'operaio lo strumento materiale
dello sconvolgimento sociale e non il protagonista cosciente e
intelligente della rivoluzione. Si riproducono nel partito italiano a
proposito delle cellule la discussione e il contrasto che portarono in
Russia alla scissione tra bolscevichi e menscevichi a proposito del
medesimo problema della scelta della classe, del carattere di classe del
partito e del modo di adesione al partito di elementi non proletari.
Questo fatto ha del resto, in relazione con la situazione italiana, una
importanza notevole. E' la stessa struttura sociale e sono le condizioni e
le tradizioni della lotta politica quelle che rendono in Italia assai più
serio che altrove il pericolo di edificare il partito in base a una
"sintesi" di elementi eterogenei, cioè di aprire in essi la via alla
influenza paralizzatrice di altre classi. Si tratta di un pericolo che
sarà inoltre reso sempre più grave dalla stessa politica del fascismo, che
spingerà sul terreno rivoluzionario intieri strati della piccola
borghesia. E' certo che il Partito comunista non può essere solo un
partito di operai. La classe operaia e il suo partito non possono fare a
meno degli intellettuali né possono ignorare il problema di raccogliere
intorno a sé e guidare tutti gli elementi che per una via o per un'altra
sono spinti alla rivolta contro il capitalismo.
Così pure il Partito comunista non può chiudere le porte ai contadini:
esso deve anzi avere nel suo seno dei contadini e servirsi di essi per
stringere il legame politico tra il proletariato e le classi rurali. Ma è
da respingere energicamente, come controrivoluzionaria, ogni concessione
che faccia del partito una "sintesi" di elementi eterogenei, invece di
sostenere senza concessioni di sorta che esso è una parte del
proletariato, che il proletariato deve dargli la impronta della
organizzazione che gli è propria e che al proletariato deve essere
garantita nel partito stesso una funzione direttiva.
30. Non hanno consistenza le obiezioni pratiche alla organizzazione sulla
base della produzione (cellule), secondo le quali questa struttura
organizzativa non permetterebbe di superare la concorrenza tra diverse
categorie di operai e darebbe il partito in balia al funzionarismo. La
pratica del movimento di fabbrica (1919-20) ha dimostrato che solo una
organizzazione aderente al luogo e al sistema della produzione permette di
stabilire un contatto tra gli strati superiori e gli strati inferiori
della massa lavoratrice (qualificati, non qualificati e manovali) e di
creare vincoli di solidarietà che tolgono le basi ad ogni fenomeno di
"aristocrazia operaia".
La organizzazione per cellule porta alla formazione nel partito di uno
strato assai vasto di elementi dirigenti (segretari di cellula, membri dei
comitati di cellula, ecc.), i quali sono parte della massa e rimangono in
essa pure esercitando funzioni direttive, a differenza dei segretari delle
sezioni territoriali i quali erano di necessità elementi staccati dalla
massa lavoratrice. Il partito deve dedicare una cura particolare alla
educazione di questi compagni che formano il tessuto connettivo della
organizzazione e sono lo strumento del collegamento con le masse. Da
qualsiasi punto di vista venga considerata, la trasformazione della
struttura sulla base della produzione rimane compito fondamentale del
partito nel momento presente e mezzo per la soluzione dei più importanti
suoi problemi. Si deve insistere in essa e intensificare tutto il lavoro
ideologico e pratico che ad essa è relativo.
Compattezza della organizzazione del partito. Frazionismo
31. La organizzazione di un partito bolscevico deve essere, in ogni
momento della vita del partito, una organizzazione centralizzata, diretta
dal Comitato centrale non solo a parole, ma nei fatti. Una disciplina
proletaria di ferro deve regnare nelle sue file. Questo non vuol dire che
il partito debba essere retto dall'alto con sistemi autocratici. Tanto il
Comitato centrale quanto gli organi inferiori di direzione sono formati in
base a una elezione e in base a una scelta di elementi capaci compiuta
attraverso la prova del lavoro e la esperienza del movimento.
Questo secondo elemento garantisce che i criteri per la formazione dei
gruppi dirigenti locali e del gruppo dirigente centrale non siano
meccanici, esteriori e "parlamentari", ma corrispondano a un processo di
formazione di una avanguardia proletaria omogenea e collegata con la
massa. Il principio della elezione degli organi dirigenti - democrazia
interna - non è assoluto, ma relativo alle condizioni della lotta
politica. Anche quando esso subisca limitazioni, gli organi centrali e
periferici devono sempre considerare il loro potere non come sovrapposto,
ma come sgorgante dalla volontà del partito, e sforzarsi di accentuare il
loro carattere proletario e di moltiplicare i loro legami con la massa dei
compagni e con la classe operaia.
Quest'ultima necessità è particolarmente sentita in Italia, dove la
reazione costrinse e costringe tuttora ad una forte limitazione della
democrazia interna. La democrazia interna è pure relativa al grado di
capacità politica posseduta dagli organi periferici e dai singoli compagni
che lavorano alla periferia. L'azione che il centro esercita per
accrescere questa capacità rende possibile una estensione dei sistemi
"democratici" e una riduzione sempre più grande del sistema della
"cooptazione" e degli interventi dall'alto per regolare le questioni
organizzative locali.
32. La centralizzazione e la compattezza del partito esigono che non
esistano nel suo seno gruppi organizzati i quali assumano carattere di
frazione. Un partito bolscevico si differenzia per questo profondamente
dai partiti socialdemocratici i quali comprendono una grande varietà di
gruppi e nei quali la lotta di frazioni è la forma normale di elaborazione
delle direttive politiche e di selezione dei gruppi dirigenti. I partiti e
la Internazionale comunista sono sorti in seguito ad una lotta di frazioni
svoltasi nel seno della II Internazionale. Costituendosi come partiti e
come organizzazione mondiale del proletariato essi hanno eletto a norma
della loro vita interna e del loro sviluppo non più la lotta di frazioni,
ma la collaborazione organica di tutte le tendenze attraverso la
partecipazione agli organi dirigenti.
La esistenza e la lotta di frazioni sono infatti inconcepibili con la
essenza del partito del proletariato, di cui spezzano la unità aprendo la
via alla influenza di altre classi. Questo non vuol dire che nel partito
non possano sorgere tendenze e che le tendenze talora non cerchino di
organizzarsi in frazioni, ma vuol dire che contro quest'ultima eventualità
si deve lottare energicamente per ridurre i contrasti di tendenze, le
elaborazioni di pensiero e la selezione dei dirigenti alla forma che è
propria dei partiti comunisti, cioè a un processo di svolgimento reale e
unitario (dialettico) e non a una controversia e a lotte di carattere
"parlamentare".
33. La esperienza del movimento operaio, fallito in seguito alla impotenza
del PSI, per la lotta delle frazioni e per il fatto che ogni frazione
faceva, indipendentemente dal partito, la sua politica, paralizzando
l'azione delle altre frazioni e quella del partito intiero, questa
esperienza offre un buon terreno per creare e mantenere la compattezza e
la centralizzazione che devono essere propri di un partito bolscevico. Tra
i diversi gruppi da cui il Partito comunista d'Italia ha tratto origine
sussiste qualche differenziazione, che deve scomparire con un
approfondimento della comune ideologia marxista e leninista. Solo tra i
seguaci della ideologia antimarxista di estrema sinistra si sono mantenute
a lungo una omogeneità e una solidarietà di carattere frazionistico. Dal
frazionismo larvato si è anzi fatto il tentativo di passare alla lotta
aperta di frazione, con la costituzione del cosiddetto "Comitato
d'intesa".
La profondità con cui il partito reagì a questo insano tentativo di
scindere le sue forze dà affidamento sicuro che cadrà nel vuoto, in questo
campo, ogni tentativo di farci ritornare alle consuetudini della
socialdemocrazia. Il pericolo di un frazionismo esiste in una certa misura
anche per la fusione con i terzinternazionalisti del Partito socialista. I
terzinternazionalisti non hanno una loro ideologia in comune, ma
sussistono tra loro dei legami di carattere essenzialmente corporativo,
creatisi nei due anni di vita come frazione in seno al PSI; questi legami
sono andati sempre più allentandosi e non sarà difficile eliminarli
totalmente. La lotta contro il frazionismo deve essere anzitutto
propaganda di giusti principi organizzativi, ma essa non avrà successo
sino a che il partito italiano non potrà nuovamente considerare la
discussione dei problemi attuali suoi e della Internazionale come fatto
normale, e orientare le sue tendenze in relazione a questi problemi.
Il funzionamento della organizzazione del partito
34. Un partito bolscevico deve essere organizzato in modo da poter
funzionare, in qualsiasi condizione, a contatto con la massa. Questo
principio assume la più grande importanza tra di noi, per la compressione
che il fascismo esercita allo scopo di impedire che i rapporti di forze
reali si traducano in rapporti di forze organizzate. Soltanto con la
massima concentrazione e intensità della attività del partito si può
riuscire a neutralizzare almeno in parte questo fattore negativo e ad
ottenere che esso non intralci profondamente il processo della
rivoluzione. Devono essere perciò presi in considerazione:
a) il numero degli iscritti e la loro capacità politica; essi devono
essere tanti da permettere una continua estensione della nostra influenza.
E' da combattere la tendenza a tenere artificialmente ristretti i quadri:
essa porta alla passività, alla atrofia. Ogni iscritto però deve essere un
elemento politicamente attivo, capace di diffondere la influenza del
partito, e tradurre quotidianamente in atto le direttive di esso, guidando
una parte della massa lavoratrice;
b) la utilizzazione di tutti i compagni in un lavoro pratico;
c) il coordinamento unitario delle diverse specie di attività a mezzo di
comitati nei quali si articola tutto il partito come organo di lavoro tra
le masse;
d) il funzionamento collegiale degli organi centrali del partito,
considerato come condizione per la costituzione di un gruppo dirigente
"bolscevico" omogeneo e compatto;
e) la capacità dei compagni di lavorare tra le masse, di essere