postato da redazione  7 novembre 2005   ore 17.20


           

PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI

Comitato Regionale della Sardegna

COMITATO REGIONALE DELLA SARDEGNA

PROPOSTE PER UNA STRUTTURA ORGANIZZATIVA DEL PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI IN SARDEGNA

                                                                       Relazione della Segreteria Regionale

Tramatza – 14 Luglio 2005

            Il Comitato Regionale del 18 Giugno 2005 ha visto la stragrande maggioranza dei suoi componenti rivendicare con forza – in qualche caso “pretendere” –  un Partito dei Comunisti Italiani attrezzato con un proprio progetto politico, magari asciutto perché essenziale, ma comunque in grado di conseguire due obiettivi fondamentali: impegnare sul terreno politico tutto il Comitato Regionale ed il quadro attivo del Partito ed inoltre preparare il Partito alle sfide elettorali, cruciali, del 2006.

            Questa la ragione per la quale pare corretto oggi affermare, senza enfasi ma con realismo, che quel Comitato Regionale, insieme a questo, devono poter rappresentare la chiusura di una fase, quindi un punto di non ritorno, rispetto ad un dibattito tutto interno al Partito, durato fin troppo, nel quale i temi della politica sono risultati oggettivamente sacrificati e mortificati quando non sostanzialmente assenti. Questo a tutti i livelli del Partito in Sardegna: dalle Sezioni e Federazioni, sino al livello Regionale.

            Questo non significa – ovviamente – che non ci sarà più dato di registrare dissensi, magari anche aspri, con i quali doverci misurare. Ma questi potranno e dovranno svilupparsi attorno ai temi della politica. Un mare aperto nel quale non ci può essere spazio per l’improvvisazione e dove non può essere consentito di navigare a vista.

*

            In particolare le ultime elezioni amministrative hanno consentito al Partito di mettere in campo, candidandoli, donne e uomini, giovani  e meno giovani, tutti di valore. Un patrimonio umano ed insieme di esperienze politiche le più diverse, il cui tratto caratteristico unificante è costituito dall’attaccamento fortissimo ai valori della pace,  della libertà, della giustizia sociale e della solidarietà, razionalmente coniugati con l’esigenza di una equilibrata sintesi. Tratti caratteristici tipici di chi non si accontenta di agitare i problemi ma ritiene fondamentale operare per rappresentarli elevandoli ai massimi livelli di una intelligente ed utile cultura di governo.

            Questo per riaffermare l’importanza che riveste il non disperdere questo patrimonio.

            Allo sforzo delle Federazioni e delle Sezioni nel conseguire questo obiettivo – che ci risulta essere in atto – il livello Regionale ha da dare il proprio apporto creando le condizioni perché si attivi un circolo virtuoso i cui elementi costitutivi siano essenzialmente tre :

            Pur provenienti, tutti noi, da una storia ma soprattutto da una cultura politica nella quale il fattore organizzazione ha sempre assunto una spiccata oltre che proverbiale rilevanza strategica, la nostra cifra organizzativa probabilmente ci imporrà qualche flessibilità in più insieme a qualche inevitabile rinuncia rispetto alla forma-Partito che ognuno di noi vorrebbe. Si tratta, in buona sostanza, di non trascurare la linea di demarcazione che sempre esiste fra il desiderabile ed il possibile.

            Da questo punto di vista, la scelta tra una struttura Dipartimentale (normalmente adottata nelle organizzazioni complesse) ed una più semplice articolazione per Commissioni Regionali Permanenti – che infatti vi proponiamo – non è una questione soltanto nominalistica, bensì il risultato di una più realistica rappresentazione di noi stessi.

            Ciò detto, corre appena l’obbligo di sottolineare come l’affermazione per la quale una articolazione per Commissioni Regionali Permanenti sarebbe più semplice perché meno impegnativa, è tutta ancora da dimostrare. Al momento, pertanto, ci pare più prudente attestarsi su una valutazione di maggiore o minore sostenibilità dal punto di vista delle risorse, sia quelle umane che materiali. Entrambi, notoriamente, non illimitate.

            Fatta salva tutta l’attività di pertinenza dell’Organizzazione (tesseramento, anagrafe iscritti, informazione, ecc…), quindi intesa in senso stretto, che pertanto resta nelle competenze e responsabilità dirette della Segreteria Regionale, la forma-Partito che proponiamo assume in se l’elemento di una accentuata specularità rispetto agli assetti consolidati sul livello Nazionale. Ed accentuata – va da se – non significa completa, eppure opportunamente mutuata con riguardo ad una utile continuità tra questo livello del Partito e quello Nazionale per ciò che attiene ai riferimenti organizzativi ma soprattutto alle coerenze politiche.

            La discussione di oggi trova un Partito nel quale un ragionamento sui propri assetti organizzativi è già avviata.  Qualche Federazione ha infatti già impostato i propri lavori ed ha già impegnato i propri gruppi dirigenti su scelte che hanno determinato un dibattito molto partecipato e ciò credo vada segnalato come una conferma di quanto affermato in apertura, cioè la voglia  di cimentarsi sul terreno della politica e non altro.

            Per tutte le altre realtà territoriali nelle quali questa discussione ancora non è partita, l’auspicio è che la riunione di oggi possa costituire un utile riferimento eventualmente da rivisitare così da attagliare, ovviamente, alle diverse realtà ed esigenze locali.

            Così come credo debba essere segnalata l’esigenza per la quale, aldilà delle scelte organizzative che andremo ad intraprendere, queste non debbano produrre scatole vuote bensì analisi politiche e soprattutto iniziative utili. Utili al Partito, utili alla gente.

            Questa la ragione per la quale una Commissione Regionale intanto ha un senso proporla in quanto questo Comitato Regionale sarà in grado di affidarle:

            Laddove le idee guida e gli obiettivi – questi ultimi relativi anche ai tempi per il loro conseguimento - costituiscono l’elemento centrale, cioè il senso politico dell’esistenza di una Commissione Regionale.

            Questa la ragione per la quale, accanto alla proposta di ciascuna Commissione Regionale, tenteremo di accostare alcuni riferimenti, quantomeno quelli ritenuti fondamentali, riguardanti la nostra analisi politica e gli obiettivi di massima da conseguire. Sarà compito di questo Comitato Regionale specificare meglio l’una ed esplicitare nel dettaglio gli altri. Con la precisazione che, fatta l’analisi politica ed individuati gli obiettivi, l’operato di ciascuna Commissione Regionale, quindi ciò che riuscirà a produrre, dovrà essere oggetto di analisi e all’occorrenza di deliberati da parte di questo Comitato Regionale così che diventi, legittimamente, un pezzo della proposta politica dei Comunisti Italiani in Sardegna.

            Vi propiniamo la costituzione di  SEI Commissioni Regionali Permanenti a ciascuna delle quali corrisponde un’area di lavoro politico, quindi contenitori di problematiche dotate ciascuna di una propria dinamicità e per questo suscettibili, nel tempo, di richiamare priorità sempre nuove e sempre diverse sulle quali incentrare il nostro lavoro politico.

            Le sei Commissioni Regionali Permanenti che vi proponiamo sono perciò le seguenti:

1.      LAVORO

2.      ENTI LOCALI – RIFORMA R.A.S. ED ENTI STRUMENTALI

3.      AMBIENTE E ASSETTO DEL TERRITORIO

4.      SANITA’ E STATO SOCIALE  

5.      AGRICOLTURA E PASTORIZIA

6.      SCUOLA – CULTURA - FORMAZIONE

            Con l’obiettivo, minimale, che è quello di una iniziativa pubblica di ciascuna Commissione Regionale da effettuarsi entro l’anno 2006. Con alcune priorità che nel corso di questa esposizione verranno esplicitate.

            Per quanto riguarda il ruolo di coordinamento di ciascuna Commissione, la Segreteria regionale chiede a questo Comitato Regionale che le venga dato mandato per l’individuazione delle Compagne e dei Compagni che dovranno assolvere a questo ruolo.

            Alle Federazioni e strutture periferiche territoriali del Partito il compito di indicare, entro pochi giorni e per ognuna delle Commissioni Regionali, ciascuna il proprio rappresentante.

*

Potrebbe perfino apparire superfluo sottolineare l’importanza che rivestono per un Partito come il nostro i temi del lavoro.

Termini come lotta al precariato dilagante, previdenza, solidarietà, diritti e tutele, costituiscono ciascuno, di per se, un programma di lavoro.

In questi ultimi anni il mondo del lavoro ha dato grandi segni di risveglio, vitalità e di riscatto, grazie soprattutto all’apporto talvolta solitario ma decisivo della CGIL. Non è perciò un caso se proprio la CGIL, a pochi mesi dal suo Congresso, dopo diversi congressi caratterizzati da tesi fra loro alternative e quindi contrapposte, trova la forza e soprattutto le ragioni per un Congresso che si annuncia unitario.

Senza per questo ledere l’autonomia del sindacato, che anche per noi comunisti italiani costituisce un valore, il nostro Partito non può continuare ad essere assente di fronte a queste partite. Innanzitutto valorizzando e rilanciando la proposta per una nuova contingenza e comunque per l’introduzione di un nuovo strumento in grado di offrire alle retribuzioni ed alle pensioni una adeguata protezione, certa perché automatica, rispetto alle scorribande talvolta incontrollate del mercato.

Alla Commissione Regionale Lavoro pertanto viene chiesto, fra le altre cose, di produrre un testo base, da proporre al Comitato Regionale, sul quale costruire una iniziativa sui temi del lavoro da tenersi entro e non oltre il prossimo mese di Settembre 2005.

Anche una lettura distratta delle pagine della stampa, sia di quella locale che nazionale, ci inducono all’affermazione, ma soprattutto alla constatazione, che le riforme istituzionali oramai occupano un posto di tutto rilievo nel dibattito politico. Ciò è giusto.

Il riferimento non è soltanto al progetto di riforma o controriforma costituzionale voluto dall’attuale Governo di centro-destra, quindi non riguarda e non può riguardare soltanto i rami alti dell’albero istituzionale del Paese. Al contrario riguarda anche quelli più bassi: le nuove Province, la Regione, i suoi Enti Strumentali, i Consorzi, le Comunità Montane o ciò che di queste, in Sardegna, rimarrà.

Benché le esigenze per l’attivazione di questi processi di riforma spesso muovano i loro passi col dichiarato intento di ricercare più efficienza ed efficacia, maggiore snellezza nelle procedure e livelli più sostenibili in materia di economicità, a nessuno può sfuggire che ciascuno di questi processi incide, nel bene come nel male, sull’organizzazione di una società spostando poteri, accrescendoli in capo a chi già ne ha, ovvero togliendo poteri. Quindi indirizzando masse enormi di cittadini e di utenti nella ricerca della soddisfazione dei loro bisogni.

Ciò che perciò emerge è una diversa geografia non solo dei poteri ma anche delle garanzie e delle opportunità, quindi un diverso profilo ed un  modello diverso di stato democratico

Un esempio su tutti. Può essere – anzi è sicuramente vero – che ci fosse bisogno di un riordino inerente la gestione dell’acqua, sia di quella per uso domestico come per l’uso industriale e per l’agricoltura. Resta da chiedersi se processi di riordino da tutti ritenuti opportuni, anche da noi Comunisti Italiani, possano tradursi per un verso nella perdita della certezza del posto di lavoro, oppure  - ancora peggio – nella privatizzazione di un bene primario come l’acqua, cioè nel piegare l’erogazione di questo servizio, da cui dipende la stessa sopravvivenza dell’essere umano, alle sole e spietate leggi del mercato. Ma è solo un esempio, giusto per richiamare anche la grande questione delle forme di gestione dei servizi pubblici, in particolare di quelli locali, sempre più preda dei fenomeni dell’esternalizzazione e della privatizzazione  che, oltre a non corrispondere a parametri di economicità, scaricano sui cittadini tutte le conseguenze dell’attacco al ruolo pubblico ed alla sua mortificazione nel ruolo di  costruzione della ricchezza e della sua giusta redistribuzione.

C’è dunque bisogno di riordinare le idee, raccogliere in modo sistemico ciò che il dibattito politico ed istituzionale ha finora prodotto e portarlo nel più breve tempo possibile a sintesi. Se non per una iniziativa pubblica a breve scadenza, come invece richiesto per i temi legati al lavoro, quantomeno per un dibattito tematico di questo Comitato Regionale in grado di far risaltare anche all’esterno i contenuti di una nostra proposta organica e comunque del nostro punto di vista. Un punto di vista che sappia soprattutto guardare alla realtà sarda, in particolare all’esercizio dell’istituto autonomistico in materia di riforma della Regione e delle sue ricadute sull’intero sistema sardo della Autonomie Locali.

Per queste due Commissione Regionali questa relazione andrà per titoli anche per tentare di stare nei tempi e non penalizzare il dibattito.

D’altra parte, credo di poter affermare che non c’è riunione, di pochi o di molti, formali o informali, del nostro Partito, che non finisca inevitabilmente per affrontare anche questi temi. In ciò indotti anche dalle vicende ultime regionali, cioè il Referendum sule scorie ed il Piano Regionale Socio/Sanitario. 

 

 

Non credo meriti ulteriori commenti l’aver accostato queste due questioni in un’unica Commissione Regionale. Non era obbligatorio, nel senso che i due argomenti sono tali da potersi prestare ad una loro scomposizione.

Si tratta perciò di una scelta che nasce anche dalla recente emanazione da parte della Giunta Regionale del Piano non a caso definito Socio/Sanitario e non Socio/Assistenziale.

Un provvedimento rispetto al quale corre l’obbligo di riaffermare che la Regione Sardegna si appresta a dotarsi di uno strumento che mancava da circa 25 anni. Che ci sia riuscita una Giunta di centro-sinistra è per noi motivo di legittima soddisfazione.

Ma occorrerà “guardarci dentro” a quel piano intervenendo – per emendarlo ove lo dovessimo ritenere necessario – pur non snaturandone l’impianto complessivo.

Si tratta di un piano molto complesso, che necessiterà di un approfondito studio, che ha iniziato il suo iter consiliare. Un iter che dovremo cercare di accompagnare, passo passo e nel merito, per un verso tutelandolo dagli appetiti che certamente si faranno vivi dai banchi del Consiglio Regionale, e per altro verso nella consapevolezza che la partita relativa alla Sanità - in Sardegna come nelle altre regioni – impegna in modo cospicuo un bilancio regionale.

Segnalo appena, come un altro dei  possibili campi di intervento propri di questa Commissione Regionale - l’importanza che riveste il mondo del volontariato e quello della Cooperazione Sociale. Per il consistente numero di operatori che vi operano ma anche per ciò che di politicamente rilevante esprime e che ci interessa perché è anche da questo mondo che sale, incessante e sempre più forte, la domanda di pace e solidarietà. Dopotutto, occorre ammetterlo, il primo grido rivolto ai potenti del mondo contro le ingiustizie della globalizzazione e per l’abbattimento del debito dei popoli del quarto mondo è provenuto anche e soprattutto dal volontariato.

Anche questo tema, ma soprattutto questo tema, si caratterizza per i suoi tratti di spiccata trasversalità. Ed è con questa trasversalità che la Commissione Regionale sarà chiamata a misurarsi.

Non è perciò da escludere che su alcuni argomenti questa Commissione Regionale sentirà la necessità di interloquire con altre Commissioni.

Ad esempio con la Commissione Lavoro e con quella della Sanità.

Il recente referendum sulle scorie ha sicuramente fatto emergere questa esigenza in relazione alle ricadute sia per ciò che concerne la tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini che, soprattutto, in relazione alle ricadute sui livelli occupazionali.

Come pure con la Commissione Enti Locali.

Tutta la partita delicatissima relativa alla definizione dei PUC, oppure – per ciò che attiene strettamente l’ambiente – la partita di enorme rilevanza strategica delle energie rinnovabili, come pure la controversa vicenda sarda dei parchi e la legge regionale c.d. salvacoste, inoltre la gestione dei servizi pubblici locali, in particolare la raccolta e lo smaltimento dei R.S.U., inoltre la raccolta differenziata e l’enorme mole di risorse finanziarie, spesso in forme occulte e malavitose, che soprattutto questi ultimi temi muovono in ambito sia nazionale che multinazionale, confermano questa vocazione alla trasversalità di questa Commissione Regionale. Che dovrà, in buona sostanza, misurarsi sul grande tema che è forse il tempio della trasversalità: quale modello di sviluppo, sostenibile ed eco/solidale.

La scelta più naturale sarebbe stata quella di accorpare i temi dell’agricoltura e della pastorizia con quelli dell’ambiente.

Ve le proponiamo su Commissioni Regionali  distinte non per negare questi intrecci, fin troppo logici per meritare un ulteriore commento, ma per sottolineare i tratti caratteristici e peculiari della nostra regione e della società sarda nella quale, anche sotto il profilo storico, l’agricoltura e l’allevamento hanno svolto e ancora hanno da svolgere per la nostra economia così da metterne in risalto i fenomeni evolutivi. Quelli in essere e quelli auspicabili.

Il riferimento è soprattutto al legame relativamente nuovo ed originale venutosi a determinare tra agricoltura e turismo per l’espandersi dell’agriturismo. Ma anche l’ascesa – dalle potenzialità in larga misura ancora inespresse – della nostra produzione vitivinicola che progressivamente sta guadagnando in consensi e prestigio anche internazionali. Eppure tutto ciò non sempre riesce a tradursi in un ritorno economico adeguato.

Non sono un amante della tuttologia e su questi temi non ho problemi a denunciare i limiti di questa parte dell’esposizione. Limiti che, però, il dibattito saprà certamente colmare. Ciò non di meno credo che non saremmo lontano dal vero se affermassimo che questioni come l’agroindustria, l’innovazione tecnologica sull’allevamento e l’agricoltura, ma soprattutto il sistema del credito alle imprese che operano in questi settori siano i temi principali sui quali questa Commissione Regionale dovrà  misurarsi.

All’impoverimento materiale del Paese per via delle scelte di politica economica attuate dal governo Berlusconi, ha fatto eco l’impoverimento anche immateriale.

La Scuola, l’Università e la Ricerca hanno costituito e ancora costituiscono i termometri più evidenti di questo degrado. A smentire quanti, anche fra di noi, hanno avuto modo di sostenere che il nostro Partito sarebbe privo di una linea politica, occorre invece rammentare che anche in materia di istruzione il Partito dei Comunisti Italiani non solo ha una linea politica ma che questa si è potuta sostanziare in alcune iniziative legislative costruite sui seguenti capisaldi.

Innanzitutto:

abrogazione della Legge n. 53 (legge Moratti). Su questo punto, come per la legge 30 sui rapporti di lavoro atipici, la battaglia politica si preannuncia durissima anche nella prospettiva di una vittoria del centro-sinistra alle prossime elezioni politiche.

E inoltre:

Poco o nulla, almeno in termini formali, abbiamo ragionato su questa importante caratterizzazione del nostro Partito. E’ perciò tempo che questi temi vengano recuperati non solo alle nostre conoscenze  ma soprattutto alla nostra iniziativa politica.

Con l’avvento dell’era Moratti le attenzioni dei lavoratori della scuola e dei cittadini si sono spostate così da impegnare l’intero anno scolastico, quindi tutto l’andamento dell’attività didattica. E’ però un fatto che l’apertura dell’anno scolastico e di quello accademico sono sempre momenti di grande e maggiore attenzione - e di tensione – fra i cittadini e fra gli addetti ai lavori. Tanto più in regioni come la Sardegna dove l’abbandono prematuro degli studi costituisce un dato di grande preoccupazione. Per questa ragione ciò che riteniamo di dover chiedere a questa Commissione Regionale del nostro Partito è di lavorare per consentire di mettere in piedi una iniziativa regionale su queste specifiche tematiche. Una iniziativa da tenersi in data ravvicinata rispetto a quella dell’apertura dell’anno scolastico o di quello accademico, quindi prossima anche rispetto a quella sui temi del lavoro.

            Compagne/i, ho terminato.

 

Per quanto attiene segnatamente la Formazione, la Segreteria Regionale vuole proporvi – sperando di non ledere la sensibilità di nessuno – di osservare questo tema non già dal nostro interno verso il contesto sociale nel quale operiamo, bensì invertendo il senso della nostra osservazione, cioè ponendoci dalla parte dei cittadini, dei nostri elettori, o di quanti vorrebbero votarci ma ancora non lo hanno fatto, ponendoci dalla parte dei nostri interlocutori politici ed istituzionali. Per tentare di capire come tutti costoro ci vedono, quindi come ci giudicano, sulla base di quali parametri – che non siano quelli delle nostre scelte politiche - ci apprezzano o ci denigrano.

Insomma, Compagne/i, un modo certo non originale, però diverso, per tentare di capire di cosa abbiamo bisogno per crescere, come Partito e come singoli, semplici iscritti e dirigenti, ciascuno in autorevolezza, credibilità, prestigio.

Perché è anche e soprattutto su questo terreno che si misura il grado di radicamento di un Partito nella società, non soltanto in base al numero degli assessori e dei consiglieri che riusciamo o riusciremo a conquistare. Perché se pure riuscissimo a conquistare più assessori, più consiglieri e più iscritti ma poi tutti costoro, che sono pur sempre delle persone, non hanno la percezione di trovarsi non soltanto dentro un progetto politico condiviso, ma innanzitutto dentro un sistema di regole ed una scala di valori che li impegna ciascuno sul piano sia etico che politico, personale e persino morale, allora quell’insieme di uomini e donne non potranno ancora definirsi compiutamente una organizzazione, quindi neppure un Partito politico.

Ecco, allora, che il tema della Formazione, o meglio dei percorsi e delle occasioni formative, deve poter richiamare per noi, per tutti noi, dalla Segreteria Regionale sino all’ultimo degli iscritti, la riscoperta della voglia di saperne di più. O, se lo si preferisce, di rinfrescarci le idee su materie riguardanti come si vive l’esperienza politica dentro un partito, i fondamenti ideali ed anche ideologici delle nostre scelte, cosa non può essere consentito a chiunque militi in un partito come il nostro. Tanto più se di quel Partito ne fossimo i dirigenti. Tutto questo aldilà dei vincoli posti dal nostro Statuto perché essenzialmente riferiti ad aspetti più soggettivi, in particolare a come ciascuno vive, sente e pratica quello che normalmente viene definito il senso dell’appartenenza.

Se percorsi formativi, così intesi – che pertanto non sono la riproposizione di Frattocchie - dovessero suggerirci la necessità di mettere in campo iniziative per nuovi apprendimenti o per il  consolidamento ed aggiornamento delle nostre conoscenze, credo che l’unico approccio possibile debba essere quello dell’umiltà, quindi del sapersi mettere in discussione predisponendosi all’ascolto.

I grandi numeri non sempre consentono di parlare di un grande partito anche se, ovviamente, obbligano a parlare di un partito grande. Come pure i piccoli numeri  non obbligano a parlare di un piccolo partito ma soltanto di un partito piccolo. Ebbene, anche attraverso lo strumento strutturato della formazione politica dei propri quadri e gruppi dirigenti io credo si legittima l’ambizione di un partito, oggi dai piccoli numeri, a candidarsi per diventare o ridiventare un grande partito. Che è poi, ne sono certo, l’ambizione di tutti noi. ____________________________________