I risultati di un congresso

di Vincenzo A. Romano

 

Quando anche i più riottosi avranno visto l’intero film (come noi  ce lo siamo rivisto) che riproduce in immagini, espressioni e voci l’andamento di  tutto l’ultimo congresso federale, anche chi riduce -invero con spirito molto provinciale- quanto si è fatto, detto e prodotto in una intensa giornata ad uno scontro di volontà o personalità liquidando come una vittoria di Pirro l’affermazione di una linea politica,  dovrà tornare sui propri passi.
Intanto perché la lotta politica è tutt’altra cosa che lo scontro di fazioni , in secondo luogo perché un partito vivo ed in progresso di voti ed adesioni, di simpatie e di apporti politici, cambia: è un organismo in evoluzione.
E con lui cambiano le classi dirigenti che non possono fossilizzarsi in posizioni di rendita, cambia il modo di pensare, cambiano le strategie di gestione, possono nascere degli scontri personalistici.
“In qualche caso questi scontri sono legati a forme di settarismo, cioè alla paura di allargare il partito, perché questo metterebbe in discussione il piccolo nucleo di padri fondatori. Non c'è dubbio che l'apertura all'esterno possa cambiare gli assetti originari, ma è salutare. Le logiche settarie sono da sconfiggere, perché oggi siamo ancora un piccolo partito, ma possiamo e vogliamo diventare grande. E si può fare solo se si pensa e si agisce come un grande partito. Se prevale l'idea della piccola consorteria, sarà un grave danno. Il settarismo va sconfitto sempre, anche quando è in buona fede, come nel caso di compagne e compagni che fanno l'analisi del sangue a chi si avvicina a noi, perché magari viene dai DS.” Niente di più adatto –per qualificare l’accaduto-  delle parole con le quali il Segretario Nazionale chiudeva  la relazione al CC dell’ottobre di tre anni fa.
Quindi delle due l’una: o non leggiamo le carte del partito, oppure le leggiamo e non ne teniamo conto.
Il destro per queste poche righe mi viene fornito da una polemica, una naturale polemica intendiamoci, nata su due siti sardi, quello “grosso” e quello della FGCI.
E’ chiaro che intendiamo  discutere, far venir fuori il rospo, confrontarci perché il sito è nella piazza, nella città virtuale dove ognuno dice la sua, e si spera sensatamente, ed ogni altro risponde.
Come fece rilevare Gramsci quando ebbe ad occuparsi della relazione sul congresso della III Internazionale, siccome  il  partito usciva  da una fase di grave sofferenza :“Era naturale che in tali condizioni si sviluppassero nell'interno del nostro partito sentimenti e stati d'animo di carattere corporativo e settario”.
Mutatis mutandis si può ritenere fisiologico che anche il Pdci sardo dopo il commissariamento di qualche anno fa e  la “conferenza programmatica” che trasformava il commissario in segretario eletto  si sarebbe trovato in una situazione in cui si sarebbe andati alla ricerca di nuovi equilibri, magari a livelli più alti, magari con un ricambio parziale della classe dirigente nella misura in cui lo sviluppo del Partito, in stasi dalla morte di Giovanni De Murtas, era ripreso dopo le regionali, le provinciali, le Politiche sino al raddoppio con le comunali di Cagliari (e questo pestando parecchie pantofole).
Qualcuno però vorrebbe trasformare un fatto fisiologico in una guerra di riconquista tanto più assurda quanto più sedimentati si trovano i nuovi equilibri che rimarranno comunque quelli ora cristallizzati dalle elezioni congressuali anche se –da qualche parte tutto non è andato come era lecito ed onesto aspettarsi-, taluno ha messo in cantiere trovate estemporanee.
Come si diceva, le prime avvisaglie sono apparse sui due siti dove si tentava di dare una falsa interpretazione del congresso federale, per di più da parte di persona incognita che si spacciava per giovane comunista e che mentre scriveva “normalmente” sul sito Sardo, su quello della FGCI tentava, non riuscendovi, di esprimersi con le  abbreviazioni, alla moda dei giovani quando si scambiano gli SMS.
Giochetti di disturbo che però coinvolgevano di striscio altre federazioni di novello vigore, coccolate alla moda dell’evangelico figliolo ritrovato.
Giochetti dunque e non politica, di quelli che a sinistra piacciono tanto e dove se un problema esiste si pensa di risolverlo spaccandosi.
“Poveri untorelli, non saranno loro a spiantare Milano”. E neanche, tanto meno, questo nostro partito”. Così concludeva Diliberto un comitato centrale e così ci piace ripetere.
Si vedrà alla lunga. Saranno i risultati a parlare, e non qualche scrittorello dettando squallide lettere di minacce a venire.


 
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