Intervento in Libano: perché l’Italia morde il freno?
Vincenzo A. Romano
CA- 18 agosto 2006 - La Francia, nonostante pretenda il comando delle truppe in Libano, è molto cauta ad impegnarsi precipitosamente come fa invece il governo Italiano.
L’Agenzia France Presse ci fa sapere, con un comunicato delle 14 e 11, che Au-delà de ses renforts dépêchés en urgence, la France reste déterminée à s'engager sur le terrain au Liban sud, mais attend toujours la définition de "règles claires" pour une mission qui pourrait devenir "un guêpier. Significa semplicemente che, al contrario di noi ed a parte gli aiuti urgenti –cosa che l’Italia fa da qualche settimana con le sue navi militari- non prenderanno
decisioni o procederanno ad invii di truppe prima che si conoscano “regole chiare” (comprese le regole d’ingaggio che altro non sono che la disciplina dell’uso delle armi nei confronti di Israele e degli Hezbollah. ove se ne presentasse il bisogno) Questo perché il Libano sarà un vero “ginepraio” ed è forse la ragione prima per cui la Merkel si defila con un appoggio navale (al largo). Diverso il comportamento dell’Italia che pare smaniare per arrivare prima e mettersi agli ordini di chicchessia pur di “esserci” sebbene le tanto decantate regole di ingaggio ci autorizzeranno –presumibilmente- solo alla autodifesa come è proprio dei perfetti caschi blu di cui parla D’Alema il quale considera la situazione libanese “altamente pericolosa” non diversamente dalla bene informata diplomazia francese.
Il Presidente del Consiglio afferma oggi, in un comunicato ANSA, “La risoluzione Onu è il nostro punto di riferimento e dentro questo ambito ci muoveremo e con regole di ingaggio chiare e definite. Gli articoli dell'Onu non lasciano spazio ad equivoci: sarà una missione di pace".
Affermazione piena di ambiguità perché fa apparire come se tutto fosse già deciso. Truppe –se ne è parlato tanto senza smentite- sino a 3500 uomini e regole di ingaggio che paiono già definite dall’ONU, e questo non è, mentre il suo vicesegretario, Mark Malloch Brown si lamenta che l’Italia non ha preso un impegno fermo sui numeri. Abbiamo una situazione molto fluida per cui potremmo rimetterci le penne perché:
- Chirac si impegna ad inviare soli 200 uomini –mentre pretende il comando della spedizione- per la massa di dissensi presente in Francia e contemporaneamente Gorge W Bush lo rampogna perché si impegni sul serio;
- Non si conosce se del contingente faranno parte, per ragioni squisitamente lecite e politiche, truppe esterne alla Nato (USA e Gran Bretagna ne sembrano, giustamente fuori). E’ un handicap non tanto perché sarebbero eventualmente truppe musulmane (fatto che fa storcere il naso a chi pensa che propenderebbero per gli Hezbollah) quanto perché in caso di azioni coordinate importanti –e nessuno assicura che non ve ne saranno- tali truppe, che adottano “standard” completamente diversi dai nostri, potrebbero creare forti incomprensioni e situazioni di pericolo per gli alleati. Ragion per cui il generale Angioni ed i francesi parlano di “ginepraio” tallonati, questo è vero, dai generali Mini e Arpino.
- Al contrario di quanto mostri Prodi, confortato da Parisi, non è vero che l’ONU ha definito regole chiare e precise per il semplice fatto che il “consiglio di sicurezza” non si è messo d’accordo “sulle regole”.
C’è invece un’altra domanda che ha bisogno di spiegazioni e cioè cosa intenda il ministro Parisi quando dice che saremo comunque pronti per una “forza d’ingresso” a fine agosto.
Militarmente non significa niente perché è sperabile che non si intenda una testa di ponte sulle spiagge libanesi in attesa di istruzioni. Una sorta di fortezza Bastiani insomma.
L’esperienza Somala (che per la sua mal-riuscita è lo spauracchio di Cancellerie e Stati maggiori) è preoccupante.
L’ONU, per sua stessa caratteristica e composizione, non può dare regole certe, dure e di equidistanza. Il problema di conseguenza sarà di coordinare truppe di nazionalità e standard diversi, abituate a sistemi di comunicazione e di intelligence molto lontani, che avranno difficoltà a riconoscersi (parliamo dell’eventuale fuoco amico) e che non avranno disposizioni chiare; anzi queste saranno volutamente: non chiare.
Primo perché l’ONU non potrà costringere (come vorrebbero USA e Israele) i singoli stati a far da “spazzini” per togliere le armi ad Hezbollah –Chirac e D’Alema hanno tolto ogni velleità al progetto di Bush-. Secondo non avrà il coraggio (e la forza) di ordinare di sparare contro Israele se fosse questa a rompere la tregua. Stesso scenario che in Somalia.
Il dubbio sfiora (o è la preoccupazione anche di) Parisi che dichiara la sua contrarietà ai metodi adottati nelle precedenti esperienze in cui: sotto il comando Onu" la catena di comando non ha reso disponibili per i comandanti sul campo quella nitidezza di individuazione delle responsabilità e di mandato di cui hanno bisogno perché la domanda che ad essi si rivolge si trasformi un una risposta efficace. Discorso che sarebbe logico tradursi: non si parte sino a quando i comandi interessati abbiano ricevuto un mandato politico dettagliato, cogente, e la missione perda ogni ambiguità. Che pare l’unico modo sensato perché le forze d’interposizione non siano solo il “cuscinetto” fra il desiderio di rivalsa di Israele ed il delirio di potenza di Hezbollah imbattuto sul campo. Dubbi, intendiamoci, diversi da quelli della Casa della Libertà per la quale la missione ONU, che pure definisce ambigua come nelle dichiarazioni di Fini, dovrebbe essere una sola: disarmare Hezbollah. Idee di questo tipo sono fuori dalla realtà e si rifanno ad un’epica di potenza che è stata già frustrata in Africa e nella Seconda Guerra Mondiale.
Operare, come chiede incoscientemente Fini per disarmare le milizie libanesi significa dichiarare guerra all’Islam ora che la resistenza di Hezbollah ha infranto il mito della blitzgrieg israeliana in grado di attaccare e distruggere carri ed aerei con il”cannocchiale” dei satelliti USA.
In questa guerra l’altissima tecnologia: missili teleguidati di Amadinejane e satellite della CSI di Putin ,erano nella disponibilità di difesa del comando dei miliziani ed il risultato è stato ben diverso da quelli precedenti.
Per finire in pace la strada è diversa.
È quella della convivenza e di staccarsi dal pensiero neoconservatore e di liberismo assoluto contornato da tendenze neo-imperiali (di Usa di GB) per la riappropriazione delle fonti energetiche altrui onde bloccare l’espansione di India e Cina.
E’ un mondo di quella equivicinanza cui Capezzone e Selva irridono, ma che è il solo in cui potremo stare, da co-protagonisti, in un Mediterraneo di pace.
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