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Riunione di partito o “assemblea desiderante”?

di Vincenzo A. Romano

Nel 1983, e sembrano trascorsi secoli, Umberto Eco –per i tipi della Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas
eccetera eccetera -pubblicava un libro di nugae, articoli e polemiche che, collegandosi ad una precedente opera di 7 anni antecedente, intitolò “Sette anni di desiderio” e della quale mi piace ricordare una piccola perla, quasi un saggio che porta come titolo “L’Assemblea desiderante”. In pratica e per tagliar corto, Eco, approfittando delle mille assemblee che ci infervoravano nel 1983, ci riportava ad un periodo di cui molti lettori niente sapranno. Le Assemblee del ’68.
Erano, per chi le ha vissute, assemblee rivoluzionarie, a livello di soviet, arrabbiate ed interminabili. Pregnanti, ma inconcludenti già ai tempi in cui le ricordava Eco e soprattutto rispetto ai giorni nostri. Un denominatore comune: allora come oggi si dibatteva, discuteva e ci si accapigliava mentre il “Potere” continuava a scorrerci addosso. Il 1968 fu un tempo ed una esperienza indimenticabile, certamente utile per tutti e particolarmente pregnante per coloro che, vergognandosene dieci anni dopo, cominciarono la scalata a quel Potere che oggi li vede in sella soprattutto fra i moderati cacasentenze della carta stampata o della TV.
Dopo il 68 ci furono il terrorismo, le grandi lotte di emancipazione –soprattutto femminile- ma le masse rientrarono nei ranghi forse generalmente più forti anche sotto il profilo culturale, ma sempre nel quotidiano e molti si vergognarono delle assemblee in fabbrica, soprattutto nella scuola  e nell’ Università. Eppure fu un periodo bello, di emancipazione grandissima, di discussione e di impegno e lotta politica.
Per quanto dobbiamo affrontare ci interessa “l’assemblea desiderante”, come Eco la chiama quasi vent’anni dopo. L’assemblea desiderante era il tutto omnicomprensivo del nulla. Si dibattevano molti temi, forse troppi, ai quali ogni interlocutore aggiungeva corollari, proposizioni, spunti. Mai soluzioni. Era infatti il desiderio. Volere fare, esprimersi, parlare di tutto e comunque perché troppo si era fino ad allora taciuto, ma nulli i mezzi e le metodologie per trovare soluzioni. Il Potere ci fece dibattere, arrestò qualcuno, reimpose l’ordine e tutti –eccetto i furbi cacasentenze in carriera- tornarono a casa. Quel comportarsi ci fu però utile e di maturazione; oggi –specialmente dopo questi ultimi cinque grigi anni- diventa, invece,  un peso, un macigno in quelli di noi che non si sono levati la crosta e ci rimangono invischiati  per virus contratto o per malattia ereditata.
Le dimostrazioni peggiori, in questo senso, vengono dai partiti che più sono stati infiltrati da quell’esperienza che invece non tocca la destra attuale  che continua, per fortuna, un percorso di ottundimento iniziato dopo la caduta della “destra liberale”. Per cinque lunghi anni, per esempio, l’assemblea desiderante ha colpito prima i movimenti, poi l’Ulivo (versioni Gad e Fed) poi la sinistra che non dialogava più, ma si batteva in lotte intestine frammentandosi in  cento rivoli che la hanno spaccata, resa ostile a se stessa, competitiva all’interno ed imbelle all’esterno.
E’ ora di terminare questa disastrosa esperienza per un unico e fondamentale motivo. La sinistra sta invecchiando in se stessa senza produrre nuovi quadri dirigenti e perderebbe al confronto con la destra se non ci fosse il popolo che, intelligentemente superando i capi, non continuasse a darle quel tanto di residua ideologia che le destre odiano e tentano di   vanificare, ma che era e sarebbe l’unico nostro collante. Il risultato si trova nelle riunioni di partito che risultano paradigmatiche per questo assunto.
Esaminiamone una, per un momento, in una qualunque sezione. All’ordine del giorno troviamo la formazione di un gruppo di lavoro che si dovrà occupare della creazione, poniamo, della biblioteca di sezione. Nel 90% dei casi a nessuno verrà in testa di deliberare l’acquisto di un paio di copie, valga come esempio, del Nuovo manuale del Bibliotecario della Coen Pirani ed incaricare due persone di studiarlo e poi farne oggetto di discussione. Il primo passo sarà il seguente: nominare una commissione che compia un’indagine di mercato sulla propensione alla lettura dell’italiano medio (dati già disponibili in 2 minuti su Internet e frutto del lavoro di ricercatori altamente specializzati). Passo n° 2 proporre l’acquisto di un megacomputer con raffinato software gestionale (si tratta di classificare diciamo 200 volumi). Passo n° 3 nominare un coordinamento , con tanto di capo-coordinatore, tesoriere e commissione di garanzia, non si sa mai.
Qualcuno dirà “ Ma i libri? Chi li sceglie, con quali criteri, a tema o ad argomento, rilegati o in brochure, con una fotocopiatrice che ne aumenti la capacità di diffusione o no, classificati per materia od autore? Ancora nel 90% dei casi nessuno si soffermerà su queste bazzecole, troverete –piuttosto- un altro “desiderante” che si preoccuperà di dire di vigilare perché non siano introdotti testi del pensiero avverso. Anche questo non si sa mai. Il coordinamento anch’esso desiderante ed immantinentemente autoinsediatosi approverà per alzata di mano e sarà soddisfatto. Per fortuna ci sarà sempre un ingenuo che alzerà la mano –guardato già con sospetto- e chiederà: Ma chi ci starà, per otto ore al giorno a distribuire i libri e soprattutto dove sono i soldi per acquistarli? A questo punto il re sarà nudo, in compenso il compagnuccio ingenuo si sarà creato l’inimicizia dell’autoinsediato coordinamento che si troverà senza poltrona prima ancora di esservici seduto.
La favola ha una sua morale. Non abbiamo più i piedi per terra e continuiamo a costruire contenitori e duplicati di contenitori: vuoti. Si passerà ad una successiva assemblea ed il poveraccio che era venuto a chiede un libro se ne tornerà a casa con un pugno di mosche. Cocchiere, naturalmente.

 

 

 

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