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Il leader “massimino”


di Vincenzo A. Romano  29 maggio 2006

Sebbene persona intelligente e pragmatica, come Giuliano Ferrara definisce, molto generosamente, Massimo D’Alema in noi cominciano a riaffiorare sospetti, peraltro mai sopiti, che il nostro non sia all’altezza dei  frequenti ed interessati apprezzamenti di Giulianone. Da quando, uscito dall’agone Presidenziale, Massimo si impossessa della Farnesina, incominciano dolori e mal di pancia che, sia chiaro, non provengono dalla sinistra vera, ma ignominiosamente radicale, bensì da molta base diessina. Così accade che il leader “massimino” si trova di fronte ad una duplice contestazione.
La sua base, lo zoccolo duro che maldigerisce il partito democratico, e quelli di noi che guardano al diritto internazionale non come un fastidioso surplus che impedisce certi giochetti, ma come una norma antica, codificata dallo jus gentium, che sta lì, dai tempi di Grothius ed Antonio, a far si che prepotenti arroganti non trovino in discesa il violar le norme internazionali.
Massimino è certo stato un brillante studente della Scuola Normale di Pisa, eccellente viatico per un mondo politico a prevalenza illetterato, ma non può farsene titolo quando, avendo frequentato la letteratura, rimaneva ignaro del diritto internazionale.
Giornali e televisioni ci informano di dubitevoli sussunzioni di Massimo in campi estremamente delicati.
Con una nonchalanche, già dimostrata ai tempi della famigerata Commissione bicamerale, oggi il leader ci informa di tre cose:

 

 

 

 

 

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