La Sezione
di Vincenzo A. Romano
Nel corso della consueta visitazione del sito della nostra organizzazione giovanile (www.fgcicagliari.it) ci siamo imbattuti su un veloce articolo di Stefano che si occupa della funzione della sezione nel partito, della forza di proselitismo, di impegno sul territorio.
Abbiamo affrontato, sia pur brevemente, su questo sito analogo problema il 26 luglio dello scorso anno (http://www.pdcicagliari.altervista.org/POLITICA/
cellula_sezione_radicamento.html) e la lettura delle note di Stefano ci invita a ritornare sull’argomento.
Non è secondario, nel contesto di queste poche righe, l’esame della posizione di Gramsci –in polemica con Bordiga- a proposito dell’ << organizzazione di base del partito >>, fatto in un articolo del 1925, con la debita premessa che egli parlava di cellule :“La quistione delle cellule è la quistione della direzione delle masse, cioè della preparazione della dittatura proletaria, è la migliore soluzione tecnica organizzativa della quistione fondamentale della nostra epoca”.
Già Gramsci quindi attribuisce rilevanza grandissima alla aggregazione elementare e ne definisce la funzione non solo di organizzazione, ma di lotta. Inoltre sempre in polemica con Bordiga richiama le precisazioni di Lenin al III Congresso dell’Internazionale e richiama la funzione della cellula come base organizzativa del Partito. "Dovunque esista foss'anco una dozzina di proletari o semiproletari, il Partito comunista deve avere una cellula organizzata"; ed inoltre: "In ogni istituzione non di partito, deve esserci una cellula del Partito comunista rigorosamente sottoposta al partito".
In questa linea il nostro Statuto, approvato a Rimini e quale si trova nella versione sul sito nazionale, che definisce la sezione agli articoli 3 e 4 del II Titolo.
Oggi come allora il nucleo di organizzazione -e per noi di discussione e proselitismo- è la sezione nelle due accezioni previste: la sezione che per comodità chiameremo urbana afferente al cittadino nella sua generalità e la sezione di lavoro o di studio che ci sia lecito chiamare cellula (per distinguerla dalla prima) e che andrebbe curata –a fini di proselitismo soprattutto- dai giovani della FGCI per la propaganda nei luoghi di studio (dalle scuole medie superiori all’università) e fra i giovani in genere nelle loro manifestazioni più svariate; includendo in quest’ultima figura ogni altra situazione lavorativa e non, di precariato e financo di emarginazione.
Nell’ambito degli ultratrentenni sarà compito degli organismi provinciali curare che si creino le cellule di lavoro in cui il basso numero statutario (5 iscritti) può dar vita ad una costruzione snella, facile da creare e potenzialmente capace di una diffusione capillare nello stesso ambiente di lavoro.
Riguardando i dati forniti dal segretario nazionale nell’ultima riunione del 21 gennaio in occasione della manifestazione per gli 86 anni del Partito dei Comunisti d’Italia e 70° dall’assassinio di Gramsci apprendiamo di avere quarantamila iscritti mentre i voti da una fascia di cittadini venti volte superiore.
Sta ora vedere dove sia distribuito l’elettorato.
Esso è da una parte costituito dal vecchio zoccolo duro del PCI che trasfuso in Rifondazione non ne condivise l’intransigenza in occasione della caduta del primo governo di Romano Prodi (1996-1998) e quindi, a maggior ragione, dell’avvento di un ulteriore governo Berlusconi; il resto è costituito, nella maggior parte, da esponenti del ceto medio, intellettuali, artigiani e piccoli commercianti (almeno nel caso che stiamo esaminando).
Questo significa che, in genere, tutta la sinistra ha lasciato un vuoto proprio fra le classi che le erano più congeniali, per la cui difesa era storicamente nata, ma nelle quali non ha più capacità di radicamento.
Colpa del disamore per la politica?
Forse si, ma non per colpa degli elettori; colpa invece di una politica che non parla più il loro linguaggio, non sa leggere le loro aspirazioni, la ha lasciata in balia del populismo della destra che in cinque anni di governo ha largamente mietuto nell’oscuro mondo delle corporazioni e delle professioni o mestieri chiusi.
La sezione e la cellula devono quindi essere il grimaldello per rientrare in questa porta serrata da oltre un decennio.
Dato e non dimostrato l’assunto, rimane una sola strada: le cellule devono assumersi questo compito. Esse, nel nostro intendimento, non avranno uno stazionamento classico nella sede di partito, piuttosto dovranno operare sul territorio del luogo di lavoro, fabbrica, fornitore di servizi o quant’altro (pensiamo al mondo del lavoro precario, in nero o comunque ipersfruttato e sottopagato) rapportandosi con il linguaggio dell’uomo semplice con le diverse realtà cui parleranno non di massimi sistemi ma con il linguaggio proprio di ogni realtà di riferimento.
Se dovessimo indicare solo qualche direttrice di questo lavoro metteremo al primo posto la riconquista del principio di legalità che è il solo che può riportare al rispetto delle nome.
La conoscenza della normativa, anche de relato, renderà ciascun lavoratore conscio dei diritti ed il datore più attento alle violazioni nei suoi confronti. E’ un primo passo pedagogico, ma che giudichiamo importante perché cittadini informati sui propri diritti e saldi nella loro difesa saranno meno attaccabili.
Il potere –a qualunque livello- lavora in senso opposto.
Esaminiamo, a titolo di esempio, il lavoratore ideale per questa mentalità: politicamente impreparato, disposto al compromesso, ignaro dei diritti, simile all’undicenne che Silvio Berlusconi ambisce avere come popolo televisivo duttile ed impressionabile vuoi dalla pubblicità vuoi dal messaggio politico spottizzato.
Di conseguenza compito dei primi operatori della cellula dovrà essere: combattere l’ignoranza politica, l’analfabetismo civico e civile che ha in questi anni distrutto lo spirito critico di molti, incuriosire i più giovani, affrancarli dal trito mondo mutuato dai “reality” televisivi e corrotto da un consumismo ipercinetico ed emulativo.
Fare in modo, inoltre, che la maggior parte dei proseliti scopra il meraviglioso mondo dei diritti in ogni campo: lavoro, sesso, tempo libero, uguaglianza, salute e assistenza, studio.
Soprattutto lo studio diventa un punto cruciale.
Le nuove tecnologie ci trovano in ritardo, come diffusione ad ampio raggio, la conoscenza delle lingue è una barriera che costringe molti a rimanere lontani da un mondo di conoscenze, quello informatico e della rete, che sono invece disponibili in quantità sempre crescenti.
Pur non disponendo di dati certi è impressionante il divario fra il numero dei giovani che sappiano usare un linguaggio di programmazione e/o gestione e l’immenso popolo dei fruitori delle playstation . E questo appare l’inizio del percorso.
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