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Il tarlo.

Vincenzo A. Romano

… sono legati a forme di settarismo, cioè alla paura di allargare il partito, perché questo metterebbe in discussione il piccolo nucleo di padri fondatori. Non c'è dubbio che l'apertura all'esterno possa cambiare gli assetti originari, ma è salutare. Le logiche settarie sono da sconfiggere, perché oggi siamo ancora un piccolo partito, ma possiamo e vogliamo diventare grande. E si può fare solo se si pensa e si agisce come un grande partito. Se prevale l'idea della piccola consorteria, sarà un grave danno. Il settarismo va sconfitto sempre, anche quando è in buona fede, come nel caso di compagne e compagni che fanno l'analisi del sangue a chi si avvicina a noi, perché magari viene dai DS. C'è poi chi ha paura di aprire per mantenere il suo mediocre controllo sul nulla.(Oliviero Diliberto; Comitato centrale, Relazione OTTOBRE 2004)


Un partito in crescita, un partito che raddoppia i voti –in qualunque ordine di confronto elettorale- in cinque anni e dopo una scissione lacerante avrebbe bisogno di uno sforzo coerente e disinteressato di ogni suo brandello vivo per andare avanti con forza e baldanza. Che sono quegli attributi aggiuntivi che ti fanno raggiungere i migliori risultati, verso un’espansione sul territorio, un radicamento ora faticoso, la cattura ed il convincimento di quella parte del “blocco sociale berlusconiano” che si sta disfacendo dentro il rancoroso livore del suo mentore. Un partito che dovrebbe attrezzarsi –se i compagni dei DS dovessero sciogliesi in un partito democratico- a dialogare e recepire le istanze di coloro i quali  non si trovassero comodi nei panni di un partito spadoliniano (questo è il termine massimo che possiamo usare per  descrivere la sinistra democratica Clintoniana).
Sparute forme di movimentismo e supposte posizioni di  privilegio –per antichi meriti acquisiti- paiono invece volere continuare ad agire  dentro logiche già denunciate come perdenti e che impediscono –o comunque impediranno- che il PdCI acquisti quella autonomia che deve caratterizzare una forza politica che aspiri ad essere un grande partito di riferimento per la nuova sinistra che sopravvivrà alla “fusione” delle forze che si autoproclamano riformiste.
Bisogna sin d’ora pensare –ritornando al grande progetto della Sinistra varato nel 2005, ma che ci caratterizza da tempo- a riempire il vuoto che si creerà con la nascita del Partito democratico. Occorre avere, sin da ora, un grande progetto capace di non lasciare alla sinistra DS o al PRC l’occupazione totale di quello spazio che io credo non abbiamo la presunzione di monopolizzare, ma nel quale dobbiamo avere una posizione di preminenza non fosse altro che per la coerenza che i Comunisti Italiani hanno avuto, in questi  anni, nel difendere, mantenere vivo e rendere attuale un programma di sinistra. Nella politica internazionale, nello sforzo verso la pace, nelle lotte per i lavoratori, nell’aspirazione ad un’economia pulita  con un mercato guidato da regole, con le battaglie per la Costituzione, la scuola pubblica, uno Stato laico, la protezione delle famiglie e delle coppie comunque formatesi, un sistema sanitario equo e diritti eguali e diffusi.
Stiamo operando in questo senso, almeno una parte di noi lo fa, ma ci troviamo talvolta come un legno roso da un tarlo. Sei la gamba di un mobile importante, sei teso nel tenere in piedi quel colosso che ti sovrasta, sei bello, tornito, sembri solido. Ma dentro il tarlo scava le sue gallerie. Non lo vedi perché lavora in profondità e ti indebolisce.
Il tarlo, raccontavano i vecchi falegnami, fa casa nel legno buono che spalmavano di trementina e petrolio, lo esponevano a quei vapori  sino  quando lui, il tarlo, non crepava negli anfratti sotterranei. Ed allora il falegname andava giù di stucco colorato ed impregnato di petrolio, rilucidava il legno, lo portava a nuova vita.
Questo aspiriamo a fare e siamo molti; in assoluto la maggioranza e riusciremo a centrare l’obiettivo. Nell’ ultima tornata elettorale, le elezioni comunali perse –a Cagliari- alla grande da un centrosinistra timoroso e pavido, siamo l’unico partito che ha raddoppiato i consensi.  Abbiamo inoltre e per il grande lavoro fatto, avuto grossi successi in tutta l’Isola ed il conforto di avere -nella zona che identifichiamo per comodità nella federazione di Cagliari- circa quindici compagni nelle Istituzioni.
Un altro fattore che ci conforta è l’avere candidato donne ed uomini seri che hanno accettato in piena coscienza le candidature e si sono spesi per il partito che, e torniamo a Cagliari, ora viaggia alla pari col PRC che prima ci batteva. Queste donne e questi uomini, giovani per la maggior parte, hanno creduto nei Comunisti Italiani, si sono iscritti e premono per creare nuove sezioni. E’ un fatto che deve rincuorarci e che dà ragione alla citazione in testa a queste righe. Usciamo dal settarismo, entriamo nella kermesse popolana e riconquistiamo quanto abbiamo perduto.
Fa specie, ma è una realtà, che molti operai, lavoratori dipendenti  e disoccupati abbiano votato per il centro destra e soprattutto per la destra. Questo significa non che  ci abbiano tradito –come frettolosamente solonizza qualcuno- ma che “li” abbiamo traditi. Significa che non abbiamo intercettato i loro bisogni e le loro aspirazioni. Non abbiamo loro dato la speranza di migliorare.  Solo un anno fa, il segretario nazionale stigmatizzava, in un comitato centrale talune irricevibili posizioni “C’è un paradosso. Noi abbiamo un partito che vince, che acquista autorevolezza, che conta, che è diventato protagonista, nel suo piccolo, della scena politica italiana. Ma, paradossalmente, all’interno ci sono conflitti, fibrillazioni, un clima pesante. Un clima nel quale accade anche che i compagni non si salutino. Non è così ovunque, naturalmente. In molte regioni, e sono la maggioranza, il partito è sereno. Ma ci sono situazioni dove il tempo, che andrebbe investito tutto nella politica, viene utilizzato per tutt’altre cose: per i litigi, per le beghe, per le trame. E’ tempo sottratto alla iniziativa politica ed è l’alibi spesso per non fare iniziativa politica. (Oliviero Diliberto; Comitato Centrale: Roma 16 e 17 luglio 2005)”.
Possiamo dirla un’analisi sbagliata? Possiamo dirlo qui nell’Isola quando a noi riferendosi il Segretario diceva “perché lì c’è la paura del nuovo. Questa cosa va stroncata, compagni, lo dico ai segretari regionali, ai segretari federali ed alla stessa segreteria nazionale. Non possiamo essere una piccola nave ancorata nel porto che cerca di difendersi da tutto il resto per mantenere un mediocre potere sul nulla. Questa non è cultura comunista. Chi oggi difende identitariamente un piccolo nucleo non ha niente a che fare con la cultura del Partito comunista italiano, che era esattamente l’opposto. Il Partito comunista è diventato grande quando è diventato il partito nuovo. (Oliviero Diliberto; Conclusioni al Comitato Centrale 23-24 ottobre 2004)” .
Quei tempi sono passati, il Partito è cresciuto in quantità e qualità di compagne e compagni ed è per questo che andiamo avanti. Senza volere scalzare o mettere in ombra alcuno. E’ il Partito il nostro scopo, non la lotta fratricida.
E’ vero un fatto. Può accadere, talvolta, che taluni di noi guardino più al Partito come “Idea” invece che al Partito come “accesso al potere”. Da taluni può essere non accettato, ma non ci deve essere paura. Per due ordini di motivi:
i). Chi di noi “pensa”, educa, fornisce ai meno dotati –culturalmente si badi, non intellettualmente- materia di pensiero, riflessione, ragionamento; non è nemico del partito. Fornisce quell’ importantissimo servizio che gramsci attribuiva all’intelletuale-educatore. Un servizio ripeto e non una presa di potere. Vorrei che i compagni riflettessero su di un punto: oggi, in qualunque Stato moderno solo il binomio Militari-Chiesa ha capito Gramsci e la funzione dell’intellettuale organico. Una funzione che non è nata nel 1900 ma che è la grande intuizione dello stato-guerriero ab origine. Questo intellettuale organico a Stato e Chiesa è il “cappellano militare”, funzione che svolgeva Tiresia nell’Iliade e auguri ed aruspici in Roma. Pietro l’Eremita nelle Crociate.
ii). Chi pensa, studia, scrive, organizza manifestazioni, partecipa a riunioni e vi dibatte, ed alla sera è tanto stanco che non trama per il potere; piuttosto o continua a leggere e scrivere o cerca di dormire.
Tutto qua.
Ma… ha pur sempre il tempo di fare delle analisi ed accorgersi di quel che succede intorno.

 

 

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