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Chi siamo |Home | Link | pubblicato da Redazione,| Marted́, 13-giu-06
L’AVVELENATA
Di Carlo Dore jr
La più lunga ed estenuante campagna elettorale della storia politica cagliaritana ha avuto oggi l’esito forse più scontato che si potesse attendere: mentre Emilio Floris viene trionfalmente confermato nella carica di Primo Cittadino, l’Unione si avvia verso l’ennesima, bruciante sconfitta. Premesso che la delusione ed il rammarico per l’occasione mancata (rammarico reso ancor più feroce dalle illusioni cullate a seguito dei brillanti risultati ottenuti dal centro-sinistra in occasione delle ultime consultazioni politiche) in questo momento limitano la lucidità del ragionamento di candidati e militanti, questa triste debacle costituisce il presupposto per procedere ad alcune necessarie considerazioni al veleno.
In primo luogo, le elezioni comunali appena concluse hanno fatto riemergere una volta di più l’anima nera che da sempre contraddistingue la città di Cagliari, la cui popolazione, mostrandosi drammaticamente indifferente ai quotidiani problemi della realtà urbana, non ha esitato a rinnovare la fiducia ad un sindaco il quale, lungi dal dedicarsi alla cura degli interessi della collettività, si è limitato nell’ultima consiliatura ad assecondare le esigenze di pochi e ben noti centri di potere.
Di fronte ad un simile status quo, era compito dell’Unione proporre una sfida di rinnovamento: una sfida che si poneva di per sé come ardua e rischiosa, considerate le connessioni esistenti tra il centro destra e quel sostrato provinciale e stucchevolmente piccolo-borghese su cui si fonda il nucleo della società cagliaritana. Tuttavia - forse male interpretando l’antico grido di Che Guevara, in base al quale le battaglie non si perdono ma si vincono sempre -, di fronte alla prospettiva di combattere una battaglia aspra e senza esclusione di colpi, l’Ulivo nostrano ha scelto di deporre preventivamente le armi e di lasciare così all’avversario la possibilità di assicurarsi quasi senza colpo ferire il campo di azione.
In questo senso assume una sua ragion d’essere la candidatura di Gianmario Selis, uomo onesto e politico capace, ma ormai privo del carisma necessario per rappresentare le istanze di tutte le anime della coalizione; in questo senso può inoltre essere individuata la perversa logica che ha ispirato la formazione di una lista unitaria composta (ferma restando qualche fisiologica eccezione) da candidati talmente logori ed abusati da non potere in alcun modo meritare il sostegno di quell’ampia fetta di elettorato la quale, mostrandosi insensibile a ipocrisie e a trasformismi, continua orgogliosamente a professarsi di sinistra.
Ora, mentre questa ennesima sconfitta assume proporzioni sempre più definite, un’altra sfida di rinnovamento deve essere proposta: la sfida diretta costituire una nuova classe dirigente in grado di sostituirsi al ristretto manipolo di druidi della politica che, ormai da vent’anni, governa con alterne sfortune le sorti del centro-sinistra sardo. Volendo infatti ancora una volta parafrasare Che Guevara, sembra logico sostenere che, se non tutte le battaglie possono essere vinte, sicuramente tutte meritano di essere almeno combattute.