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USA: potenza imperiale, ma borderline

Vincenzo A. Romano

Che siano altri seimila ufficiali o seimila guardie nazionali non è il punto. Bush e, presumibilmente la sua amministrazione, mentre guardano a Teheran e tifano per Israele contro Libano e Siria, sono concordi ad aprire un altro fronte di guerra. Quella contro i “campesinos” messicani. Roba da Davy Crockett contro il generale Santana se la volontà  di riscatto (o vendetta) americana non fosse ridicola con quel che bolle in pentola. Possono dar fastidio 12 milioni di immigrati in USA, ma quanti sopperiscono al deficit scientifico di questa nazione che va impoverendosi nelle sue teste pensanti? Italiani, indiani, cinesi e sudcoreani forniscono, assieme a giapponesi e polacchi l’ humus dell’intellighentia e della ricerca in quel paese. E si tratta di allarmanti dati ufficiali delle maggiori università e colleges; l’America è in debito di teste pensanti. Certo non di manovalanza visto il limite cui sono salite tanto la povertà quanto la disoccupazione interna. L’ Iraq era un nemico e nemici erano i Talebani che dopo anni di guerra santa continuano a dominare i loro paesi e a produrre: oppio  gli afghani, in quantità sempre maggiori (se le agenzie di internazionali danno il fratello del presidente come maggiore produttore-esportatore di eroina) e morti l’Iraq:più di quanti gli americani non ne avessero perduti quel disgraziato 11 settembre. Nemico diventano l’Iran, Cinesi ed Indiani (non i pellerossa etnicamente estinti) che  sono alle porte.
Sono molti i punti messi in pentola e varrà la pena di esaminarli un poco in dettaglio, quanto lo permette un articolo, per cercare di comprendere due cose fondamentali: perché gli U.S.A. si sentano sotto assedio (o solo la loro alta classe dirigente, mentre i suoi intellettuali non si chiedono più se sia una potenza imperiale quanto piuttosto:che tipo di potenza imperiale stia diventando) e perché l’Occidente –e con questo la stampa europea ed italiana soprattutto- non vogliano raccontarci la Verità.
Otto Rank nel suo “The Mith of the Birth of the Hero: Psichological Interpretation of Mithology”, (N.Y.:Robert Brunner, 1952) esamina il mito della nascita dell’eroe con i comuni parametri della nobile nascita, l’abbandono in una cesta (Mosè, Romolo e Remo), il ritrovamento e la scoperta, da adulto, di potenza e ricchezza. Il tratto è comune a tutte le mitologie, ma l’eroe americano, sia esso Superman o Batman (che sono buoni e combattono per la giustizia) sono spinti da un’ulteriore motivazione: la vendetta. L’eroe americano, proiezione dell’ americano medio, è vendicativo. E non è un caso che altri uomini –questa volta reali- come Jesse James ed i banditi dell’epopea di fine ottocento siano stati, in fondo e per la popolazione, degli eroi proprio perché “angeli vendicativi” prima che  grassatori di banche e treni. Senza generalizzare, in questi eroi americani la spinta propulsiva è la vendetta in sé quando nel mito greco era la “ubrys”, la tracotanza dell’aristocrazia, a spingere alla rivendicazione del proprio lignaggio (vendetta d’onore).
Non diversa appare la posizione del “patriota” americano.  Un ricercatore di storia militare, Anatol Lieven, in  “America right or wrong”, (America a torto o ragione) definisce il  patriottismo americano come “una fede civica basata sulla Costituzione, le leggi e la libertà individuale, che cela un mostro: una nazione militarista e messianica che si reputa investita della missione di sconfiggere il male”. Visione manichea, senza mezzi toni che reagisce all’offesa con l’unica arma che ha imparato a conoscere: la vendetta. Vendetta spropositata ed a qualunque costo che ebbe la sua codificazione nella dottrina Roosvelt della “resa incondizionata ed a qualunque costo, del nemico”, sin dal 1941-42. America come “fortezza Bastiani” in attesa sempre di un nemico che la ha portata all’ingerenza (ed al rovesciamento) in governi ritenuti sospetti sin dagli anni 90 di due secoli fa. Cuba, Haway, Iran (governo Mossadeq  nel 1953),  Guatemala (con Guzman  nel 1954),   Cile (di Allende nel 1973). Sempre senza una giusta causa, ma per ragione di potere, di espansione, controllo estremo dei confini , rame, petrolio, ricerca di mercati (soprattutto per le armi). Gli USA imperiali 1 (come Roma o piuttosto Sparta –secondo recenti autori statunitensi- che appunto non si chiedono più se il loro Paese sia “imperialista”, ma a che tipo di imperialismo si ispiri).
Mentre scriviamo queste note (unilaterali forse) è uscito, sul Corriere della Sera, un articolo di Ennio Carretto che affronta il problema che ci interessa (che avevamo premesso nell’articolo in nota) e del quale vediamo alcune frasi “Julia Sweig, del Council of foreign affairs, ha ripreso questo tema in Friendly fire, fuoco amico - il sottotitolo è «come perdere amici e farsi dei nemici» - demolendo il mito della «eccezionalità americana». Stando alla Sweig, la superpotenza rivendica da sempre «una nobiltà d'intenti e una aderenza ai valori universali che la porrebbe al di sopra del diritto internazionale e della sovranità di ogni altro Stato», Il presidente Bush ha esasperato tale tendenza, commenta, uccidendo il multilateralismo. Andrew Kohut è il direttore del celebre Centro dì ricerca Pew di Filadelfia e un critico di Bush. Il suo America against the world, l'America contro il mondo, tuttavia, discolpa in parte il presidente. Dagli anni Cinquanta, ricorda Kohut, l'antiamericanismo è cresciuto per questioni non solo politiche, a esempio il Vietnam, ma anche di affari, il petrolio appunto, e culturali, come il cinema. La Guerra fredda ne limitò le conseguenze perché gli Stati uniti garantirono la sicurezza di molti Paesi contro l'Urss. Ma la scomparsa dei blocchi e i continui conflitti Usa, Golfo Persico, Bosnia, Kosovo, Afghanistan e Iraq, «hanno liberato l'astio latente» contro l'impero: mentre in passato gli stranieri distinguevano tra il nostro popolo e la nostra amministrazione, commenta Kohut, «oggi non distinguono più, anzi li considerano un tutt'uno». Remoto è ormai il ricordo degli americani come liberatori dell'Europa.”
Anche Carretto individua le due anime “americane”, critica l’una –superato l’11 settembre-; giustificazionista la seconda. Secondo noi in un’oscillante posizione che conduce il comportamento degli USA e dell’americano medio ad una posizione borderline che Pahalaniuk descriveva nei suoi primi lavori (ricordiamo Fight Club) come tendente alla schizofrenia (per questo anche l’oscuramento dei suoi lavori dopo un boom fra la popolazione giovanile di fine anni 90).  L’America, come la descriveva de Tocqueville e poi il presidente Clinton, è egoista, culturalmente poco attrezzata, calvinista nel suo bisogno di guadagno, intollerante ed autosufficiente, ma nello stesso tempo vi alberga una “sottocultura” religiosa che permette, a due supermiliardari, di “buttare” 90 miliardi di dollari in un’iniziativa di dichiarato scopo benefico per la esplicita e credibile concezione secondo cui, raggiunto il massimo, Dio pretende che tu doni il superfluo.Il secolo XXI, sostenevano sino a poco fa molti intellettuali americani, tra cui non pochi democratici, sarà un altro secolo americano, come già lo è stato il XX, e la comunità internazionale guarderà all’ America come al “fermo” Paese guida: faro di libertà e democrazia. Oggi, un’altra scuola di pensiero si interroga in un altro modo. Dato per certo che gli U.S.A. sono uno stato imperiale ( solo Farina, Ferrara e Sofri pare la pensino in maniera diversa) si domandano se sia del tipo Romano o ricalchi la truculenza espansionista di Sparta.

E che si dibatta di questo, noi abituati all’ imperialismo tout court, possiamo sperare.

 

 

 

 

 

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