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L’autoetichetta di Rutelli: tracotante “riformista”
Vincenzo A. Romano
Inorridiscono perfino le ceneri, di Norberto Bobbio, nell’ascolto putrefatto del “manifesto” che Francesco Rutelli offre al popolo del futuro Partito Democratico.
L’ignaro filosofo nel momento in cui dava alle stampe il suo “Dizionario di Politica” faticosamente, amorevolmente e scientificamente creato con Nicola Matteucci, non pensava che la voce “Riformismo” -affidata alle amorevoli e dotte cure di Domenico Settembrini- sarebbe stata riscritta, e con giudizi favorevoli da destra, nella canicola di un lontano 2007 proprio da quel Francesco Rutelli che lui ricordava avere visto “spinellare” giulivo, dalle pagine dei settimanali del tempo, con un ancor giovane Marco e quella sbarazzina che il presidente Pertini chiamava la monella del parlamento.
Non poteva pensarlo per il semplice motivo che il riformismo di Rutelli, rispetto al “riformismo” della Storia non ha niente a che spartire.
“Il socialismo riformista si definisce in rapporto al socialismo rivoluzionario…” apriva Settembrini la voce: “Riformismo” e da lì per sette colonne fitte fitte a raccontarci un riformismo che è l’opposto di quello rutelliano. (vedi anche R. Rossanda in C. Preve)
Si perché se proprio vogliamo mantenere -alle tesi sedicenti-rutelliane- la definizione di riformiste dobbiamo aggiungere subito: di destra; trattandosi , l’impianto di Cicciobello, della codificazione della rivoluzione di destra portata avanti dai governi Berlusconi vale a dire, fra le altre porcherie: l’inevitabilità del lavoro flessibile, la disoccupazione come colpa, una assoluta indifferenza rispetto alla distribuzione del reddito, una durissima riduzione dei diritti sociali, la trasformazione dello stato sociale in beneficenza pubblica con particolare attenzione al mondo confindustriale, la piena e totale assoluzione delle rendite, il mercato come ottimo regolatore e così via, ma sempre con un obiettivo: la sconfitta del mondo del lavoro (e dei suoi rappresentanti) e un' attenzione amorevole per quello più pagante del capitale.
Il corollario di tutto: poiché io sono riformista, la sinistra è conservatrice e l’estrema sinistra è poi zavorra da eliminare.
Queste le basi del futuro PD secondo Rutelli e i suoi fratelli –giovani o vecchi che siano- ma coi soliti nomi che per ora -soli appalesati- sono Dini e Montezemolo.
Ne viene fuori che i peggiori nemici del governo Prodi non risultano essere più il Cavaliere e la sua combriccola che ormai sta ferma in attesa del crollo, ma coloro che dovevano essere i più leali alleati del Presidente.
Cosa muove Rutelli? Non è dato dirlo. Lo si può ipotizzare: mania di grandezza? Come nel 2001 quando si volle candidato ? Gelosia per Veltroni? Semplice corsa al potere in un suicida? Cupio dissolvi?
E poi colpisce il fatto dell’attacco al sindacato (quasi una corporazione od un gruppo lobbistico), della concezione di uno stato dell’assistenza invece che del welfare sociale (in questo in consonanza con Veltroni) .
Posizioni che hanno destato le ire di Parisi : «Di coraggioso, diciamo coraggioso, al momento ci vedo soprattutto il coraggio, diciamo coraggio, di chiedere il ritorno al passato mentre si dà ad intendere di parlare di programmi al futuro »
Ma quello che preoccupa più di tutto è il considerare “inefficiente” il sistema democratico. Un pensiero ed un giudizio sciagurati che portarono negli anni trenta alla concezione dello stato autoritario. Quello di Carl Schmitt, tanto per intenderci.
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