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Quale unità a sinistra
Armando Cossutta
Dalle crisi si può sempre imparare qualcosa. Guardo al dibattito apertosi a sinistra in questi giorni. Credo si sia preso atto, e duramente, che la sinistra non è maggioranza: non lo è nel Senato, non lo è nell'Unione. Ma mi domando se si è ugualmente affermata la consapevolezza del pericolo che si è corso e che si corre: una drastica svolta moderata del Paese, svolta che ha motivazioni e radici più profonde che non la congiura dei poteri, indubbiamente forti, intervenuti a più riprese e anche brutalmente nelle vicende politiche italiane.
Forse questa consapevolezza si fa strada, a giudicare dalla qualità e dalla serietà di alcuni interventi. Le riflessioni di Fausto Bertinotti segnalano, per esempio, importanti aperture, e invitano a ragionare a partire da alcuni tratti che dovrebbero essere distintivi per una sinistra che, oltre a precisare la propria fisionomia, intenda anche renderla efficace e produttiva. Questo è il terreno giusto: non lo è, aggiungo testardamente, quello che antepone a tutto la paura di sparire come piccola entità di partito in questi frangenti, e perciò induce ad alternare appelli ripetitivi all'unità e richiami identitari rigidi, semplificatori e molto gridati, quasi a interdire l'articolarsi della visione e del pensiero politico. Ogni travaglio, certo, va trattato con rispetto. Ma che travaglio sia. Che si tratti di Rifondazione, o del Pdci, o dei Verdi, o dei Ds.
Una sinistra ci vuole: quella che non c'è, benché esistano formazioni politiche, movimenti, milioni di donne e di uomini che sono di sinistra. E benché la maggioranza al governo comprenda partiti, gruppi e singoli di sinistra, tutti messi alle corde dall'esito delle proprie divisioni e frammentazioni, e dalla caduta di prestigio che li ha investiti con la crisi di governo. La sinistra non c'è - per citare Bertinotti - in quanto «massa critica», sociale, culturale e politica: ed è questa assenza a ostacolare, tra l'altro, quella compattezza delle decisioni nella maggioranza che sola può tenere aperta la strada per la costruzione del cambiamento da qui ai prossimi anni.
Non c'è una sinistra che parli al popolo. Può apparire un linguaggio desueto, il mio, ma in me la parola popolo evoca una necessità di interlocuzione sociale e culturale molto più ampia e complessa di quanto non dicano altri e nuovi termini in uso. Non sto parlando di un insieme immobile e indistinto. Popolo significa, per esempio, donne oltre che uomini. Significa giovani che studiano, o ci provano, su un terreno formativo minato. Persone al lavoro o a caccia di lavoro, o di frammenti di lavoro. Significa problemi e necessità cruciali a cui rispondere, insieme a aspirazioni, a volte altissime: ideali, principi, scelte etiche. Significa disorientamento quanto rigorosa ricerca intellettuale e artistica. Impegno e scoraggiamento. Debolezza e volontà di riscatto, insieme. E significa, certo, movimenti: tanto più significativi se non li si identifica semplicemente con la «piazza», se li si vede all'opera e in lotta anche in tutte le altre forme che si danno nel loro agire.
Parlare al popolo e col popolo è compito e pregio di una sinistra che voglia essere tale: appunto «massa critica». Il che esclude, con tutta evidenza, la prospettiva di un suo generarsi o rigenerarsi tramite unificazione patteggiata tra gruppi dirigenti i quali tendono a parlare «ai propri cari» e non al popolo, con ciò tentando, a me pare, di sventolare identità storiche come bandiere attorno alle quali serrare deboli e astiose file: comunisti con comunisti, socialisti con socialisti … in maniera quasi speculare al tentativo in atto di serrare le file dei cattolici. Anch'io credo, invece, a un essere «tutti con tutti», così che i legami - naturali - con le rispettive identità non si riducano a sopravvivere in aggettivazioni senza verifica nella concretezza dell'agire ma si misurino in una corrente vitale, energica, efficace, forte del proprio peso e della propria articolazione.
Parlare al popolo, e rappresentarlo: un compito che non si riduce certo alla questione elettorale ma piuttosto la comprende. Il compito della rappresentanza ha da essere coerente con quello della promozione e della costruzione di una «massa critica». Ed è per questo che io credo che un sistema elettorale con sbarramento al 5% sia una buona proposta. Non si tratta di punire le piccole formazioni: si tratta, semmai, di incoraggiarne l'apertura, la disponibilità a mettere in circolo quanto di prezioso detengono in un gioco più ricco e più incisivo. Si tratta di illimpidire il confronto elettorale e di imporre e darsi l'obbligo di dire, in occasione del voto, come credibilmente si intende governare, per che cosa e con chi. Liberando l'appuntamento elettorale anche dalla rassegnata miseria della caccia al voto in più nell'orto del vicino: non è tutto, ma può essere parte di un tutto incamminato verso un cambiamento capace di darsi radici forti. Di sinistra.
da Unita online
Pubblicato il: 10.03.07
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