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WORLD TRADE CENTER
“…contro il terrorismo sempre, con Bush mai…”
Carlo Dore jr.
Nella giornata di oggi, il Mondo intero si fermerà per ricordare le vittime degli attentati che, in quel pomeriggio di cinque anni fa, colpirono al cuore gli Stati Uniti d’America. Ogni singolo istante che scandì l’evolversi di quegli eventi è indelebilmente impresso nella memoria di tutti i nostri contemporanei, come i frammenti degli incubi più terribili, che ritornano alla mente dopo il risveglio malgrado gli sforzi compiuti per dimenticarli.
Ma quel giorno l’incubo non svanì con i primi raggi del sole, facendo prepotentemente irruzione nella realtà sotto forma di aerei impazziti scagliati con precisione distruttiva contro il World Trade Center, simbolo per antonomasia della più importante potenza occidentale. E mentre le edizioni straordinarie dei telegiornali trasmettevano in diretta le raccapriccianti immagini delle persone che cercavano invano salvezza lanciandosi nel vuoto prima del crollo delle due Torri, allo sgomento e alla costernazione cagionata da quegli eventi si affiancavano i timori per gli scenari di politica internazionale celati sotto le macerie di Ground Zero.
Tuttavia, i suddetti scenari avevano iniziato
a delinearsi dal momento in cui quello che Michael Moore coraggiosamente definì (secondo una traduzione a dir poco libera) “l’imbelle delfino di un Presidente guerrafondaio” completò la sua ascesa alla Casa Bianca.
Ideatore di una strategia di potere diretta a collocare sotto il diretto controllo statunitense una serie di “Stati canaglia” , Gorge W. Bush ha utilizzato l’argomento della lotta al terrorismo per riaffermare una concezione degli equilibri mondiali sostanzialmente coincidente con quella che aveva caratterizzato gli anni della guerra fredda. Seminando il panico in una popolazione ferita, egli di fatto ha invocato uno sorta di scontro tra civiltà, attribuendo all’Occidente il compito di imporre il vangelo della democrazia ai fanatici infedeli.
Anche grazie ad una congiuntura politica favorevole che rendeva la comunità internazionale quasi integralmente asservita ai voleri di Washington, il petroliere texano ha così scagliato un offensiva militare senza precedenti nei confronti di alcuni dei paesi
oggetto della suddetta strategia, quali l’Afghanistan e l’Iraq. Tutti coloro i quali tentavano di opporsi ad un simile status quo, rilevando come i valori democratici non possono essere imposti ad un popolo attraverso l’uso delle bombe, venivano puntualmente additati come disfattisti e come fiancheggiatori di Al Quaeda, e di conseguenza travolti dalla cieca ostinazione con cui i governi di Spagna, Inghilterra ed Italia sostenevano la nuova crociata americana.
Ma l’infelice esito del conflitto iracheno ha fatto esplodere in tutta la sua evidenza la macroscopica contraddizione che stava alla base del disegno strategico perseguito dalla Withe House: la guerra (intesa come fenomeno convenzionale di contrapposizione militare tra Stati) non può costituire lo strumento utile per fronteggiare un nemico senza nome né volto, e capace per giunta di colpire il suo avversario all’improvviso in contesti del tutto estranei al terreno di scontro.
E così, mentre Bin Laden rimane un fantasma inafferrabile ed Al Quaeda dimostra quotidianamente la sua immutata pericolosità, le guerre di Bush continuano a mietere vittime tra civili inermi e militari il più delle volte spinti a partecipare a pericolose
operazioni militari non da elevati ideali patriottici ma dalla semplice e comprensibile prospettiva di alleviare il disagio che caratterizza la loro condizione nel paese d’origine.
Di fronte al crescente numero di morti cagionati dai conflitti attualmente in atto, agli orrori verificatisi nelle segrete di Abu Grahib e nel campo di prigionia di Guantanamo, ai proclami razzisti scagliati a reti unificate da uno scalcinato tribuno sciaguratamente investito di un incarico ministeriale, alle sporche logiche a cui troppo spesso la politica si adegua, sorge spontanea l’osservazione secondo cui, a cinque anni di distanza da quel maledetto 11 settembre, questa dimensione dell’Occidente democratico non rende onore ai caduti delle Torri Gemelle.
La loro memoria trova la giusta celebrazione in una realtà ben diversa: nella realtà del popolo della pace, disposto a riversarsi nelle strade e nelle piazze per dimostrare, attraverso un gesto semplice come l’esposizione di una bandiera arcobaleno, la propria contrarietà ad una politica radicalmente inidonea ad assicurare la diffusione della democrazia. La riaffermazione del valore della pace in confronto di tutte le strategie di potere basate su autentiche guerre di aggressione costituisce infatti il modo più efficace per ricordare quanti persero la vita in nome della libertà.
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