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Crisi dell’Ulivo. Quanto ci costa il Partito democratico?
Vincenzo A. Romano
“La verità è che i partiti a Cagliari non esistono, così come non esiste una linea politica -sostiene Marisa Depau - i dirigenti regionali li vediamo solo quando ci sono da fare le liste, quindi da spartire poltrone o da inseguire vendette…”.(Il Sardegna del 7 gennaio 2007)
E’ la fotografia, questa constatazione della Depau, di una situazione diffusa a tutti i livelli dell’Unione e non riesci a trovarci astio, delusione o cattiveria. Solo la descrizione puntuale di un quadro che sta davanti agli occhi di tutti.
La stampa di questi giorni ci mostra un Ulivo, e di conseguenza una Unione, inerti
ed incantati come i pastori che, nel presepe, attendono l’ Evento.
E poiché si pensa che l’evento, bene o male, avverrà –ma nessuno se ne vuole assumere il pesante fardello- si vegeta in attesa di partire alla caccia. Dei resti alcuni, alla conquista del potere gli altri. Nel frattempo la Giunta comunale eletta, ma senza opposizione politica riprende coraggio e torna agli antichi riti.
E’ questo il prezzo da pagare per il partito democratico?
E’ opinione inconfessata che si farà, magari più in là, magari dopo un fidanzamento (la convivenza già esiste) di prova, ma molti temono che potrebbe non farsi ed allora occorre disfare la scacchiera già pronta e ridistribuire i pezzi. Nessuno lo confessa e parla invece, dentro questa rifondazione bipolare, di rifondare, per intanto, la sinistra: nessuno eccetto la Depau che è l’unica a proclamare che il re è nudo.
Il lato peggiore di questa attesa messianica sta nel fatto che mentre l’Ulivo (che esiste) si vuole trasformare in PD (che non esiste), entra in crisi anche l’Unione di centrosinistra e Sardista che ha perso la sostanza e conserva solo la pomposità dell’antico nome.
Avere raddoppiato i voti elettorali dà un certo orgoglio, ma avere un misero consigliere comunale non dà forza per cui ci rimane solo la riflessione.
E la riflessione porta i Comunisti italiani a dire che i motivi della crisi non sono né ignoti e nemmeno sarebbero stati insanabili.
La Depau, con la sua analisi, ci porta al centro del problema.
La crisi nasce, almeno sull’Isola, a livello regionale. E nasce, per continuare con la consigliera, quando i vertici si occupano, prevalentemente, di liste, poltrone e vendette.
Nessuno è immune e ne possiamo parlare ampiamente.
Già con la candidatura di Renato Soru, monstrum estraneo alla classe politica e sospetto in quanto imprenditore, si era scatenata la ridda: prima dei veti, poi dei corteggiamenti. In campo elettorale –si sa- conta la disponibilità di voti (una volta erano le tessere e forse lo sono ancora) per cui i due grossi partiti del centrosinistra dopo qualche pudica verginale resistenza si diedero anima e corpo al vincituro che nel frattempo –adescata una parte del movimentismo- si creava una propria coorte che, quanto a cervelli, primeggiava e quanto a cooptazioni luminose non era seconda a nessuno.
Il carro era robusto, i cavalli forti ed il cocchio del centro destra fece la fine di quello di Messalla al Circo.
Ed i cespugli? Spontaneamente od obtorto collo entrarono nella grande
coalizione con la speranza di contare e condizionare (è un antico vizio della sinistra quando non è forte) “liberali e socialdemocratici” che invece si impossessarono -come è costumanza- delle migliori spoglie lasciando ai frombolieri ed ai triari il poco rimasto.
In questi due anni e mezzo la cosiddetta triade dei vincitori, pur scontrandosi e non delicatamente, con Renato Soru ha mantenuto una compattezza tetragona ad ogni intrusione dei cespugli che per non perire, e questo è umano, pur nelle variopinte proteste hanno avallato gli atti di governo.
Ma non di questo si tratta, dal momento che molto è stato fatto ed anche bene, il punto sta –e qui torno all’ottima interpretazione della Depau- che mentre il Governatore faceva politica, nei partiti ci si occupava molto di potere, liste e –magari- di qualche vendetta.
Varie volte quelli di minor peso hanno tentato, ed i Comunisti italiani non sono stati secondi ad alcuno, di avallare una sorta di federazione (con Verdi, Rifondazione, IDV, Sardisti ed altri) che, elaborata una politica condivisa, si ponesse non come ago della bilancia, ma come forza di rinnovamento nel governo regionale, stimolo per DS, Margherita e Progetto Sardegna per attuare una politica in favore dei cittadini, per la gente, per coloro che ci avevano mandato al governo.
Nessuno ha voluto abbandonare il proprio orticello di cavoli e rape e “gli altri”
hanno continuato a veleggiare per traghettare, essi soli naturalmente, l’Ulivo e l’Ulivastro nel grande mare. In pratica fra le pericolose punte di Scilla e Cariddi che ingoieranno il Partito democratico alla stessa stregua dei barconi di Ulisse.
E dal momento che navigare in quel mare succhia ogni energia, di politica non se ne è vista più.
Naturalmente la politica di cui parliamo è fatta di welfare, progetti industriali, fonti energetiche ed energie alternative; lotta al lavoro nero ed al precariato, creazione di posti di lavoro “stabili” (come li chiamano ora anche quei DS che hanno scordato l’allocuzione “a tempo indeterminato); riqualificazione di agricoltura e pastorizia, risanamento dell’ambiente. Ma questo non è stato.
Da qualche giorno i segretari regionali, quelli almeno che parlano, riconoscono e denunciano la realtà. Ma con una sorta di protervia. Affermano e dichiarano che tutto va male, che tutto è da rifare come se in questi due anni e passa fossero altrove.
E infatti non c’erano. Stavano appollaiati su un aquilone di canne e carta velina chiamato: Partito democratico.
E la base? A terra naturalmente a fare i conti di quanto c’è costato e continua a costarci l’aquilone.
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Per un commento su questo articolo, postato da Vinicio Garau*, vai al FORUM del "Centro Culturale Giovanni De Murtas >>>>
*Vinicio Garau insegna Filosofia e Storia al Liceo "A.Pacinotti" di Cagliari, è stato segretario della Federazione di Cagliari ed è membro del Comitato regionale e del Comitato Centrale del PdCI.
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