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Italia tradita…(?)
Vincenzo A. Romano
Erano i primi anni del 1970 quando mi capitò fra le mani un grosso volume delle edizioni Mursia di cui mi colpirono il nome dell’autore ed il titolo; il binomio Ruggero Zangrandi e “Italia tradita – 1943: 25 luglio, 8 settembre”. Allora su Zangrandi avevo idee alquanto confuse. Sapevo che era stato amico di uno dei figli di Mussolini, Vittorio mi pare e che, illustrate dal pittore Mario Sironi, aveva
pubblicato alcune riviste per esplicito incarico del Duce . Sapevo, peraltro ancora confusamente, che era stato internato in Germania, Alexanderplatz o Charlottenburg –credo- perché fondatore di un partito sovversivo (era il Partito Socialista Rivoluzionario), che era stato comunista e giornalista per l’Unità e La Rinascita.
Allora non sapevo del suicidio avvenuto a Roma da pochi anni, ma ero incuriosito ed affascinato dalla sua vita.
Non mi interessa, a questo punto, raccontare del libro o del suo autore quanto rilevare alcune analogie che rimugino da qualche tempo sulla immutabilità della concezione tutta italiana della politica.
Come “cicli vichiani” riviviamo, in tempi e condizioni diverse e molte volte opposte, i riti gattopardeschi così bene descritti da Tomasi di Lampedusa.
Il rimuginare parte dalle prime notizie, enfaticamente televisive, del nostro sbarco in Libano.
Immutate le buone intenzioni: “ci hanno chiamati libanesi ed israeliani” (a mo’ di garzoni da bottega, insomma) “Bush apprezza il nostro intervento. Riconquistiamo credibilità internazionale”.
Il tarlo, tuttavia, rode perché fu così in Crimea con Lamarmora, a Solferino con Napoleone, terzo naturalmente, ai Dardanelli e via via sino ai fatti raccontati da Zangrandi massimamente nella parte che mi colpì e mi è rimasta impressa a fuoco : nel 1940, con una flotta che era la regina dei mari, per tonnellaggio ed armamento, entrammo in guerra con una riserva strategica di carburante navale di 400mila tonnellate. Roba da non muovere la flotta che infatti fu quasi tutta distrutta alla fonda.
Ed oggi?
Traggo i dati, principalmente dal sito del ministero della Difesa, e da conoscenze personali e quindi ci sarà poco spazio all’immaginazione.
Quinta (ora sesta) potenza industriale col più grande debito pubblico europeo, ci rimettiamo, dolorosamente, da cinque anni di allegra finanza e ci scanniamo su tagli, o no, di pensioni e stipendi, ma scialacquiamo in “missioni di pace” dove altri non vogliono andare. “Boots”- scarpe e non “Boats”-navi ha detto il nostro ministro Parisi, ma come stanno, veramente, le cose?
Intanto il ministero ci dice che siamo impegnati in 27 missioni internazionali (con circa 8.000 uomini che diventeranno undicimila una volta conseguito il dispiegamento in Libano), quindi le scarpe ci
sono per davvero. E le navi? Purtroppo ci sono anche quelle e sono tante. Almeno 3 semiportaerei ( i trattati di pace non ci consentono le portaerei vere) con veicoli costosissimi a decollo verticale –il consumo aumenta esponenzialmente rispetto a quello orizzontale- che nei teatri di “pace” libanesi avranno poche chances essendo soprattutto cacciabombardieri inadatti a disarmare Hezbollah, cosa peraltro che non dovremo fare nella maniera più assoluta, ma ottimi per far saltare bunker e casematte che però non ci sono dal momento che Olmert ha già operato il suo puntiglioso repulisti.
Poi i caccia, i trasporti ed i mezzi da sbarco. Una parata televisiva, diciamolo chiaro, perché il compito non era sbarcare sulle spiagge, come in Normandia o Guadalcanal, per attaccare “crauti” e “musi gialli” ma portare in Libano un onesto contingente di poche pretese, ma di alta efficienza.
Ergo dei bei “cargo” da trasporto che costano, per il nolo, un decimo di quanto consumi una seppur piccola portaerei, sarebbero stati sufficienti. Diciamolo chiaro. Andiamo a portare aiuti, macchinari, forze d’interposizione e mezzi di comunicazione: non a fare la guerra. E a chi poi?
Di respingere eventuali alzate di testa di Israele non se ne parla nemmeno, sia per motivi storici sia perché ha la più potente macchina da guerra della zona. Di stanare gli Hezbollah, resistenti o guerriglieri che siano, manco a pensarci dal momento che hanno resistito e tenuto in scacco il suddetto potentissimo esercito israeliano.
Conclusioni? Abbiamo organizzato una parata guerresca quando andiamo a cercare di mettere pace e, dice D’Alema che se ne intende, una pace per cui potremmo impiegare anche dieci anni (ma senza certezze).
Un marchingegno costosissimo, c’è da aggiungere lo staff di generali e militari a New York, per il quale sono incerte le spese.
Andando tutto bene, solo per l’usura dei mezzi nella sabbia del deserto ci vorranno delle cifre impressionanti e con una paga, seppur accorta perché stanno rimuginando come tagliare le “missioni”, dei 3500 militari, c’è da prevedere che la “finanziaria” debba essere salata e non spalmata come la Nutella: si calcola per ora 1 milione di euro al mese.
Nessuno lo dice, ma come si fa a ridurre la spesa quando si va a cercare un prodotto costosissimo oltre che inadatto?
E vediamoli questi mezzi che stiamo mandando fra le agguerritissime truppe verso le quali dovremmo fare azione di deterrenza.
Il sito della Difesa, questa volta: marina Militare, ce li descrive (fra l’altro in pessimo italiano). Il primo della lista è il : VCC-1 che viene mostrato in “azione sul bagnasciuga” invece che sulla più appropriata battima o battigia, ma tant’ è anche Mussolini voleva inchiodare gli inglesi sul bagnasciuga; immagine che mi fa sempre sorridere perché penso a decine di fanti inchiodati alle fiancate di una nave.
Ora il VCC-1 che i fanti di marina chiamano, come lo stesso ministero, affettuosamente “camillino” è una scatola cingolata di circa 5 metri per tre che il generale Angioni usava in Libano 24 anni or sono, che abbiamo usato in Somalia, sempre fonti della marina militare, e che quindi è più vecchio di molti fucilieri di marina che lo useranno.
Ha poi un difetto eclatante per un mezzo da perlustrazione e controllo del territorio: una buona mitragliera lo buca ed anche rinforzato con placche d’acciaio non ama i colpi di bazooka che lo aprono come una scatoletta di sardine.
Il ministero non lo dice, i politici nemmeno, ma pare che i francesi
abbiano mandato carri armati della classe Leclerc, bestioni che con 60 tonnellate sulla groppa filano che è una bellezza ed incassano bene i colpi e sarebbero capaci di battere un tank israeliano (al bisogno). Non si vuole sostenere che si debba andare a sparare, ma Prodi, D’Alema e Parisi sbraitano che la missione sarà lunga e pericolosa e noi mandiamo –stimando di stare lì dieci anni- mezzi che ne hanno già trenta; li vogliamo rottamare in mediooriente?
Se a Nassiriya ci sono stati dei morti per le schegge di una bomba esplosa “accanto” ad un mezzo similare, che garanzia diamo ai ragazzi in Libano verso i “famigerati Hezbollah”, ammesso che ci sparino addosso loro soltanto e non anche Tazhal?
Italia tradita? Forse questa volta no, ma certamente Italia televisivamente ingannata. Sprechi di denaro pubblico per parate con ammiragli in bianco, spalline oro e mezzi da sbarco costosissimi, ne valeva la pena?
Per non dimenticare l’Afghanistan.
Dice Rutelli: “Ritiro dall’ Afghanistan? Manco a parlarne, sono impegni internazionali”. Ma è vero?
A quasi trecento chilometri a sud ovest di Herat, a Fārha, siamo in zona di guerra talebana, non in missione Isaf, con i generali americani che chiedono uomini e mezzi perché hanno perso metà del territorio, che mai era stato loro, e non ce la fanno a tenere il resto. Ma Rutelli vuole che i nostri ragazzi rimangano.
Una volta, ed è storia, politici e grandi famiglie mandavano i figli in prima linea; i Kennedy, i Kerry ne sono un esempio recente; poi venne il vezzo “armiamoci e partite” ed è piaciuto tanto che ci si è molto affezionati.
Restiamo in Afghanistan, caro Rutelli, significa “restate” in Afghanistan e non veniteci a parlare di impegni d’onore o di visibilità internazionale. Occorre l’esempio e se non lo si vuole dare si stia zitti.
Comportamento cui dovrebbe attenersi anche il ministro della difesa.
“E’ una missione pericolosa, ma siamo decisi a combattere il terrorismo” dice sulla presenza in sud-Afghanistan e si fa permaloso quando gli si fa notare che le nostre forze speciali sono in zona di guerra (dopo la svolta data dagli USA alla primitiva missione Isaf ora nelle mani della Nato e comandate dal sir David Richards che considera zona Isaf l’87% del Paese).
“Risponderemo con tutti i mezzi a nostra disposizione” ribadisce a Nicola Lombardozzi de La Repubblica.
Ma quali sono questi mezzi? I soliti VCC-1, Agusta-Bell AB-212 e Agusta Sikorsky della marina militare con i meno “antichi” M-106 (semovente che ha interessato anche altre forze armate ma che ha fatto il suo tempo). Non molto per quelle montagne che hanno fermato l’URSS e gli USA e che pullulano dei resti di insediamenti macedoni e financo romani.
Mezzi che forse il ministro non conosce o ha visto lustrati alle parate, ma che i generali sanno impotenti di fronte a una guerriglia che usa il “panzerfaust” tedesco rivisitato dalla tecnologia grezza ma indistruttibile del russo Rpg che in quei posti anche i ragazzini usano.
Il fatto è che un semovente con un cannone da 105 mm è si in grado di “bucare” un grosso carro armato, ma i talebani non usano questi costosi mezzi e si avvicinano ai carri veri sino a 100 metri, ed anche meno, con i lanciagranate a carica cava. Ed allora?
Chiamano “sinistra radicale” chi fa ragionamenti di buon senso.
Non ci vogliono in Iraq, non ci vogliono in Afghanistan e fingono di volerci a Tiro, ma Onu o Nato o “guerra preventiva” siamo sempre stranieri in suolo non amico. Non solo: calpestiamo le sacre orme di Allah.
In Afghanistan, come in Iraq abbiamo chiuso.
Se ne sono accorti gli Usa che volevano i nostri cacciabombardieri; se ne sono resi conto gli Inglesi che chiedono più forze nonostante i diciottomila uomini (in origini dovevano bastare seimila).
Talebani e non commerciano ancora meglio in oppio e raffinano eroina –cosa che prima non facevano-, hanno un immenso arsenale: parte regalato dagli USA, parte rapinato durante la fuga dell’Urss, controllano sempre maggiori fette di territorio.
E le televisioni, questa volta dalla nostra parte, ci mostrano donne “ancora” tutte in “burqa”. Ma come si fa a sostenere che siamo lì per la pace e la democrazia?
Ormai la frittata libanese è fatta. Cerchiamo almeno di risparmiare il resto delle uova.
Quasi 2 milioni di euro ci costerà questa missione nei prossimi due mesi. Lesiniamo in pensioni, assistenza, welfare e quant’altro riporti gli italiani ad un livello di dignità interna, di vita reale, plausibili. Perché allora non trasferire quelle truppe, in questa avventura?
Gli uomini avrebbero un po’ di riposo e ne hanno bisogno se il sito ufficiale dei Lagunari di Bergamo scrive testualmente “Nel medio-lungo periodo i reiterati impieghi esterni avranno sicuramente ripercussioni negative anche sulle condizioni di vita personali e familiari dei militari in servizio, sempre più spesso chiamati a lunghi periodi di assenza dai luoghi di residenza.
L’impossibilità di effettuare un’adeguata pianificazione degli impieghi ed un’accettabile turnazione dei reparti non può che aggravare ulteriormente l’operatività dei reparti, nuocendo al morale ed alle motivazioni dei singoli e riducendo le già scarse vocazioni alla vita militare.
L’accoppiata “stipendio basso – indennità di missione alta” può risultare attraente nel breve periodo, ma poi si rivela fatalmente controproducente”.
Ma forse i politici sono a mille miglia dalla vita reale, forse non leggono o i lacchè non li informano.
Dobbiamo spedire 3000 uomini in Libano e riportarne, contemporaneamente, 1550 dall’Iraq. Speriamo che, per amor di Patria, non si organzizi uno sbarco (di ritorno) ad Anzio.
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