Un processo confederale

Intervista al segretario del Prc, Franco Giordano

La disponibilità di Franco Giordano a rilasciare una intervista al nostro settimanale è totale, segno, anche questo, che il clima a sinistra in queste settimane è davvero cambiato. Giordano è in Sicilia per le ultime giornate di una difficile campagna elettorale ma accetta di tornare sul tema dell’unità a sinistra e sul rapporto fra i due partiti che oggi insieme a quanti hanno deciso di non aderire al Partito democratico compongono l’ossatura di una futura alleanza.

Una intervista questa che appena qualche settimana fa sembrava impossibile, ma serviva proprio l’accelerazione verso il Partito democratico per convincere anche i più scettici della necessità di un processo di unità a sinistra?
Credo che sia sbagliato evocare le stesse forme che hanno determinato la nascita del partito democratico, perché quella è stata una fusione a freddo mentre noi dobbiamo investire su una soggettività calda. Quando parlo di una unificazione calda, penso alle aree politiche, sociali, alle aree di movimento, alle soggettività aggregative. Insomma una aggregazione che sappia rispondere al grande quesito della crisi della politica e che sappia contrastarla in maniera sempre di più determinata. Per questa ragione penso che l’elemento di novità importante sul terreno della politica determinato dal non ingresso della Sinistra democratica nel Pd sia un fatto di grandissimo rilievo, in grado di determinare un impulso, anche da un punto di vista concreto, alla costruzione di una soggettività unitaria.

Quindi avanti insieme per costruire un processo unitario?
Il Prc è determinatissima nella costruzione di questa soggettività unitaria, e penso che questo possa avvenire anche con un meccanismo che superi i problemi attuali e che dia una risposta in tempo reale. Propongo, e mi sembra di capire che anche da parte dei Comunisti italiani ci sia un giudizio positivo, un patto di consultazione, immediato, perché dobbiamo cominciare rapidamente a dare segnali e a lavorare insieme. Abbiamo davanti scadenze importantissime: c’è da gestire e finalizzare socialmente l’extragettito, c’è la questione che riguarda le pensioni, la lotta alle precarietà, la partita dei rinnovi contrattuali. Insomma dobbiamo fare in modo che questo nuovo soggetto possa essere percepito come utile socialmente e quindi con dei punti di riferimento certi, a partire dalla rappresentanza del lavoro.

Qualche rimpianto per non aver saputo mettere in campo proposte unitarie durante il voto sull’Afghanistan?
Non dobbiamo fare confusione. Il patto di consultazione deve incrociare dinamiche sociali concrete. Voglio sottolineare come al rinnovo contrattuale vanno circa 10milioni di lavoratori, e le organizzazioni sindacali hanno bisogno anche di una rappresentanza politica dei temi del lavoro. Il patto di consultazione però non può e non deve sostituirsi alle dinamiche sociali, semmai, in qualche misura deve essere spinto da esse. Si deve fare attenzione, ad esempio, ad evitare che proprio il programma dell’Unione diventi appannaggio di una parte e magari visto che nel Partito democratico si è determinata una maggiore permeabilità agli interessi di Confindustria, come è del tutto evidente, si determini per questa via un certo snaturamento dei rapporti di forza effettivi e dei contenuti concreti.

Bene il patto di consultazione, ma poi?
Il patto di consultazione non vuole assolutamente essere un diversivo rispetto ad un soggetto politico. E’ il trovare immediatamente le modalità di incontro e il terreno sul quale costruire una soggettività unitaria. Di fronte ad una domanda enorme di unità che viene avanti nella società come sul terreno della politica, penso che noi dovremmo rispondere cercando una dimensione di utilità sociale. Se poi qualcuno mi chiede quale dovrebbe essere il modello attraverso cui riaggregare le forze della sinistra, che per me debbono essere pacifiste e anti-liberiste, e produrre una grande innovazione politico-culturale, io penso che un sistema confederato - che metta insieme realtà politiche, associazionismo, esperienze di conflitto sociale, realtà del mondo sindacale - sia la soluzione migliore. Ognuno con le proprie identità, ma tutti insieme verso una comune elaborazione, perché la sfida culturale è decisiva.
Che giudizio dai su quanto successo in Francia?
Il voto francese mi colpisce, e credo che su questo dovremmo riflettere tutti, perché in quel Paese la sinistra sembra non incrociare più le domande di rinnovamento della società. E’ una sinistra che nella migliore ipotesi conserva. Da una parte c’è una sinistra maggioritaria che sembra staccarsi dai progetti sociali concreti e innova solo dal punto di vista mediatico, accompagnando in questo modo un processo di crisi della politica. Dall’altra c’è una sinistra, chiamiamola di alternativa, che rischia di essere oltre che frammentata fortemente ancorata a vecchie visioni identitarie. Tutte e due però sono sinistre che conservano. E così sono perdenti rispetto ad un linguaggio crudo che rivendica pulsioni securitarie, le governa in maniera del tutto autoritario, ma contemporaneamente parla a soggetti sociali in carne e ossa. Contro questa destra non vincerà mai né una sinistra elitaria e tecnocratica né una sinistra identitaria.

Abbiamo parlato della centralità dei temi sociali, quale posto debbono invece avere i temi della democrazia e dei diritti civili? Non credi ad esempio che sul conflitto d’interessi ci sia stata troppa prudenza anche in alcuni settori della sinistra?
Ci sono alcuni temi come i diritti civili e come la democrazia, di cui il conflitto di interessi è un pezzo importante, senza dei quali è impossibile declinare un soggetto a sinistra. Guai a quella sinistra che dice: prima la giustizia sociale e poi i diritti civili e democratici. Determinando così una gerarchia.

In questi anni si è andata affermando anche a sinistra la convinzione che insieme alla necessità di declinare i temi del lavoro e della radicalità sia necessario preservare il valore dell’alleanza delle forze democratiche di centrosinistra. Una alleanza, quella di cui facciamo parte, che però ci impone, a volte, il dover mandare giù bocconi amari.
La massa critica di cui parlava Fausto Bertinotti serve anche ad evitare di dover inghiottire bocconi amari. Noi oggi abbiamo un governo di coalizione, abbiamo un mandato elettorale e abbiamo un programma, bisogna evitare però che la costruzione del Partito democratico determini delle gerarchie: da una parte una cabina di comando e dall’altra l’intendenza che segue. Ho sentito dire, sia nel congresso dei Ds che in quello della Margherita, che loro sono alla guida della coalizione, e gli ho scherzosamente risposto: “ma chi vi ha dato la patente?”. In termini classici quella che dobbiamo costruire è una sinistra pacifista e antiliberista. Una sinistra che oggi vede le condizioni per stare al governo ma non è che l’idea del governo debba essere connaturata con essa a priori.

In questi anni mentre i vertici non riuscivano a parlarsi la base manifestava spesso insieme. Credi che a volte abbiano prevalso visioni personalistiche nei rapporti a sinistra?
Non credo che ci siano state questioni personalistiche. Si è sempre trattato di cultura politica. Lo devo dire con grande sincerità.

Ma questo sembrava non valere per i militanti di base...
Vero. Ma non dimentichiamoci che noi abbiamo introdotto una innovazione della cultura politica da Genova in poi e proprio in quella occasione fra noi e voi si è determinata una diversità di giudizio sull’impatto di quella esperienza. Non voglio tornare ad antiche polemiche, lo dico solo perché quelle cose vanno superate. Il problema in questi anni è stato di cultura politica. Tu puoi anche stare nello stesso movimento ma il punto è che giudizio e che valore ne dai e soprattutto come ci stai.

“Sinistra riformista” e “sinistra radicale”, in quale ti riconosci?
Se per sinistra riformista si intende il tentativo di riunire i socialisti, dico che la cosa merita senz’altro attenzione, ma anche che noi abbiamo ben poco a che vederci. Certo insieme condividiamo un concetto di laicità, ma è vero anche che fra loro ci sono forze che rivendicano una storia identitaria che si richiama ad una riorganizzazione capitalistica avviata negli anni di Craxi.

Quindi ti senti “radicale”?
Se si allude all’ipotesi di una sinistra estremista non mi ci sento affatto, se invece si intende una sinistra che cerca soluzioni ai problemi reali delle persone, allora sì, sono radicale.
Maurizio Musolino

da "La Rinascita della Sinistra" Martedi, 22 Maggio 2007

                                                                                                         


 
  - Stampa pagina - Scrivi un commento