Due popoli ?
 
riceviamo e pubblichiamo
La Palestina alla luce delle ultime drammatiche vicende. La posizione del Partito dei Comunisti Italiani.
Quanto sta accadendo in Palestina impone una rinnovata analisi sulle vicende di quella parte del mondo.
La pace, infatti, sembra allontanarsi ulteriormente e anche una semplice ricomposizione parziale del conflitto con Israele è oggi un obiettivo difficilissimo.
In questo contesto le parole d'ordine che hanno guidato il nostro agire politico in questi anni vanno riviste, aggiornandole alle vicende di queste settimane.
Per affermare il diritto è necessario riconoscere agli interlocutori pari dignità. Ciò oggi non è dato che è negata la possibilità di considerare Israele uno Stato "normale". Questa normalità oggi è negata dagli israeliani e da molti loro cattivi "amici" che criminalizzano - lo abbiamo vissuto in questi anni pesantemente anche sulla nostra pelle - ogni forma di dissenso richiamando di continuo la memoria dell'Olocausto ebraico come elemento di legittimazione e giustificazione di ogni azione di Israele.
Noi abbiamo deciso da tempo di rompere questa forma terribile di strumentalizzazione del passato che consente di giustificare i crimini del presente. Per noi Israele è uno Stato come tutti gli altri e come gli altri ha diritto alla propria esistenza, alla propria sicurezza, al proprio futuro. Vorremmo che per tutti così fosse. Uno Stato da amare o da detestare, che porta avanti politiche condivisibili o deprecabili. Uno stato all'interno della legalità internazionale visto che proprio da questa - unico al mondo - è nato.
Bisogna infatti ricordare che Israele nasce da una risoluzione dell'ONU che proclama e legittima la nascita contestuale di due nuovi stati Israele e la Palestina.
"Due popoli per due stati", resta sicuramente un obiettivo da perseguire ma non possiamo nasconderci come questi anni di stallo delle trattative e di guerra aperta sul terreno hanno cambiato le condizioni concrete su cui costruire una possibile pace.
Oggi fra i palestinesi di Gaza e Cisgiordania ben pochi sostengono questa opzione, preferendo la più utopistica ipotesi di ricomposizione unitaria del vecchio mandato palestinese.
Israele rischia così di perdere la grande opportunità che derivava da quella generosa concessione dei palestinesi di voler costruire il loro stato su solo il 22 per cento del vecchio mandato inglese. Accettando uno stato di Palestina su Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est, si sarebbe sancito la nascita del secondo stato, quello israeliano esiste da decenni, e con questo la possibilità per entrambi di vivere in sicurezza all'interno di confini condivisi e accettati dalla quasi totalità degli stati arabi. La risoluzione 242 dell'Onu, che prevede uno stato palestinese su Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est, non poteva e non doveva essere ulteriormente mediata e limata, se non ha vantaggio della parte più debole, i palestinesi. Ma così non è accaduto, e su questo - oltre sul sistematico disattendere gli impegni firmati - è fallito il processo iniziato con gli accordi di Oslo. Il fallimento della stagione inaugurata con Oslo ha portato ad una più ampia sconfitta di qualsiasi opzione politica del conflitto israelo-palestinese favorendo in entrambi gli schieramenti le parti più radicali e estremiste.
La formula "due popoli – due stati" rischia quindi di perdere significato quando non solo uno stato (quello palestinese) viene negato ma la stessa esistenza di un popolo palestinese viene messa in discussione dalla guerra, dall'occupazione, dall'isolamento, dalla trasformazione di un popolo in una massa di profughi e disperati.
L'ostinata e fiera costruzione di una identità nazionale palestinese attorno alla lotta di liberazione che è stato il capolavoro politico di Arafat rischia di venir travolta per dare spazio ad uno scontro non più politico ma di natura religiosa. Veder ammainare della bandiera palesatine a Gaza per vederla sostituita con quella verde islamista è l'ultimo, estremo segnale di una disperazione che può produrre il suicidio politico collettivo di un popolo prigioniero. Abbiamo di fronte un duro colpo alla causa palestinese ed a quella di coloro che voglio veder crescere nel mondo arabo posizioni laiche e progressiste.
In questo è stata colpevole complice anche l'Europa che con i suoi silenzi - a partire da quello sulla costruzione del muro per finire sulla sistematica violazione dei diritti umani da parte di Israele e di molti Paesi arabi in mano a vere e proprie oligarchie, che vengono chiamati "moderati" e considerati amici solo per la loro fedeltà agli interessi Occidentali - e con l'incapacità di esercitare nella regione una politica coerente con i propri interessi ha delegato agli Stati uniti l'intera influenza sulla regione.
Da queste considerazioni, che si sommano ad un logoramento della classe dirigente di Fatah, specie dopo la morte di Arafat, si deve partire per capire le ragione della vittoria di Hamas alle ultime elezioni. Elezioni, è bene non dimenticarlo, volute e praticamente imposte dalla comunità internazionale. Hamas ha potuto giovarsi nei territori occupati da Israele di una serie infinita di elementi favorevoli: crisi del vecchio gruppo dirigente dell'Olp, corruzione e distacco dalla base dei dirigenti di Fatah, isolamento internazionale dei territori amministrati dall'Anp, blocco dei finanziamenti, un dilagare dell'islam politico e in ultimo il prevalere delle politiche unilaterali messe in atto da Israele sotto Sharon. Condizioni, queste, che hanno portato il partito di ispirazione islamica a prevalere nelle elezioni. A quel punto, con una disinvoltura allarmante, la comunità internazionale, dopo aver voluto il voto (considerato dagli osservatori fra le più democratiche mai avute nell'intera area
mediorientale) ha negato ai palestinesi il risultato, iniziando un durissimo embargo contro l'Anp e il suo governo. Embargo che ha costretto alla fame le centinaia di migliaia di palestinesi già duramente provate da una occupazione immorale e durissima.
Si può discutere oggi se l'aver accettato le elezioni per i palestinesi sia stato un errore o no, o se un popolo senza stato possa affrontare una dialettica elettorale che ha in se insite divisioni e lacerazioni, ma il risultato di quel voto resta, e non può non pesare come un macigno. E una cosa è certa Hamas quelle elezioni le ha vinte, Fatah ha perso il suo monopolio politico sulla società palestinese e le forze laiche e progressiste si sono dimostrate del tutto ininfluenti a causa delle divisioni e della loro litigiosità.
Noi Comunisti italiani ci siamo opposti fin dai giorni successivi a quel voto ad ogni forma di embargo preferendo il dialogo e la ricostruzione di una opzione laica in grado di fronteggiare il montare dell'islamismo. Lo abbiamo fatto tanto in Italia quanto in occasione degli incontri internazionali ai quali abbiamo partecipato.
La bussola della nostra iniziativa è stata la ricerca di un dialogo con le forze laiche e la pressione verso Israele affinché scelga la via della pace, unica via che veramente può assicurare al paese ebraico la sicurezza. Una pace che non può prescindere dalla fine dell'occupazione e dalla restituzione dei territori che da oltre quarant'anni sono sotto l'esercito israeliano. Golan, Territori palestinesi e fattorie di Sheeba devono essere restituiti.
La Siria ha manifestato la volontà di firmare una pace con Israele in cambio dei suoi territori occupati. Questo passo, positivo, se all'interno di un rilancio del dialogo e del protagonismo europeo può avere una valenza estremamente positiva per l'intera regione, altrimenti i rischi di una pace costruita tutta sulle spalle dei palestinesi, come nel caso di Camp David, sono molti. Quindi nonostante le difficoltà continuiamo a credere nella pace e a questo proposito abbiamo individuato nella figura simbolica di Marwan Barghouti, rinchiuso nelle carceri israeliane del 2002, il solo leader palestinese in grado di tenere unito il proprio popolo e di rilanciare con una visione laica il dialogo con Israele. Per questo ne abbiamo chiesto in ogni occasione la liberazione, insieme alle migliaia di prigionieri politici oggi rinchiusi all'interno delle prigioni israeliane, a partire dal convegno che abbiamo tenuto a Roma in occasione del 40? anniversario della guerra dei Sei Giorni. Del resto il leader palestinese in questi mesi ha più volte dimostrato di saper parlare sia alla componente di Fatah di cui fa parte che a quella di Hamas. Per questo rinnoviamo al nostro governo, e al ministro D'alema che in questi mesi ha ben operato nello scenario mediorientale, una immediata azione verso Israele affinché Barghouti venga immediatamente liberato.
Ma i nostri sono stati appelli inascoltati. Inascoltati dal nostro governo che in questa direzione avrebbe dovuto e potuto fare di più.
Inascoltati dentro Israele, dove fra spaccature e lacerazioni alcune forze politiche hanno soffiato sul fuoco delle divisioni tra i palestinesi senza riuscire a vederne i rischi per la stessa sicurezza di Israele.
Oggi probabilmente il tempo è scaduto.
Eppure riteniamo testardamente che la liberazione di Marwan Barghouti può rappresentare l'ultimo disperato tentativo di far prevalere una opzione laica e nazionale sul fronte palestinese e soprattutto può porre fine al conflitto interno fra Hamas e Fatah che in queste settimane ha provocato morte, distruzione e ulteriore miseria fra la popolazione palestinese.
A questo proposito chiediamo, e ci opereremo in tutti i luoghi idonei, un impegno affinché venga immediatamente costituito un corridoio umanitario con le popolazioni di Gaza. A questo fine non escludiamo l'impegno di un contingente internazionale, sul modello di quello presente in Libano, che di concerto fra i contendenti, possa rappresentare un elemento di dissuasione e di interposizione.
Rilanciare un negoziato fra palestinesi e israeliani per tutte le ragioni che sinteticamente abbiamo provato ad elencare in questo breve documento è una necessità non più rinviabile. Non possiamo continuare ad assistere silenziosi allo sterminio di una intera popolazione a causa di una occupazione illegale e foriera di destabilizzazioni e insicurezza per gli stessi occupanti.
E' nel nostro interesse, è nell'interesse del mondo. Un negoziato basato sui principi della legalità internazionale, questa stessa legalità che nel 1947 ha sancito la nascita di Israele.
Iacopo Venier, Responsabile Esteri del PdCI
Maurizio Musolino, Responsabile per il Medio Oriente del PdCI
pdci@iacopovenier.it
_______________________________________________________________
Inviato da:
URL : http://www.pdcicagliari.altervista.org
Stampa pagina
Scrivi un commento 
|