 |
 |
| La legge statutaria |
| di Andrea Pubusa * |
riceviamo e pubblichiamo:
La legge statutaria in discussione nel Consiglio regionale tende ad una “preminenza” del Presidente sulla maggioranza e sul Consiglio regionale, attraverso la mancata previsione della fiducia costruttiva a fronte del potere del presidente di scioglimento in qualunque momento il Consiglio mediante le sue dimissioni; inoltre, attraverso altri meccanismi, di cui poco si parla, mira a concentrare sostanzialmente sul Capo dell’esecutivo anche molta parte della potestà normativa.
Infatti, la mancanza di bilanciamento dei poteri ai danni del Consiglio si manifesta anche nel trasferimento della potestà regolamentare alla Giunta e, dunque, al Presidente. In proposito, l’Assemblea Costituente e la Consulta per la nostra Isola vollero introdurre un modello che spezzasse il classico rapporto fra Assemblee e Governi, affidando tutta la potestà normativa all’Assemblea. Così non solo l’intera potestà legislativa, ma anche quella regolamentare è stata affidata al Consiglio, come recita l’art. 27 Statuto sardo; non è stata prevista nelle Regioni la decretazione d’urgenza né la legislazione delegata.
Ora, nella linea di mortificazione delle prerogative consiliari e nell’esasperato favor verso la Giunta e il suo Presidente, la legge statutaria trasferisce alla Giunta (e, data la sua assoluta preminenza, al Presidente) il potere regolamentare, che, sostanzialmente, è potestà normativa e vincola i cittadini al pari delle leggi.
In questo modo si trasferiscono pezzi importanti della potestà legislativa dal Consiglio all’esecutivo. Si può obiettare che così si snelliscono i lavori dell’Assemblea, riservandole le questioni più rilevanti. Ma questa osservazione non è vera in Sardegna, se si pensa che l’anno scorso il Consiglio ha approvato solo 21 leggi. Che senso ha allora estendere alla Regione il modello statale sui regolamenti se i Consigli regionali non approvano che qualche decina di leggi l’anno?
Che fare per uscire dall’attuale situazione di transizione ampliando gli spazi democratici?
Una indicazione può venire dallo scontro fra il Congresso americano e il Presidente su un tema centrale qual è la guerra in Iraq. Il Presidente è per l’invio di nuove truppe, il Congresso per una revisione dell’intervento. Il Presidente non ha nessuna arma per coartare la volontà del Congresso. I due organi, entrambi di diretta derivazione popolare, stanno in equilibrio. La soluzione della vicenda è rimessa alla capacità di convinzione dell’opinione pubblica, e, dunque, in definitiva ad un giudizio popolare espresso attraverso l’esercizio delle libertà democratiche (stampa, manifestazioni).
Un simile braccio di ferro in Sardegna oggi e ancor più dopo l’approvazione della legge statutaria si risolverebbe a favore del Presidente, data la sua assoluta preminenza sull’Assemblea. Si può trovare un giusto punto di equilibrio, valorizzando insieme le prerogative consiliari e la stabilità dell’esecutivo?
Basterebbe, ad esempio, prevedere la figura del vicepresidente che in caso di dimissioni, di sopravvenuta incapacità o morte del Presidente, lo sostituisca per scongiurare che alla cessazione del primo corrisponda necessariamente lo scioglimento del Consiglio. Una simile previsione renderebbe vana la minaccia di dimissioni del Presidente, non incidendo essa sulla vita dell’Assemblea e trasferirebbe sul piano politico e dell’opinione pubblica la soluzione dello scontro fra Presidente e Consiglio. L’esito più probabile di un simile conflitto è l’accordo in sintonia con gli orientamenti nel frattempo manifestati dall’opinione pubblica attraverso la stampa, le manifestazioni, le associazioni, i sindacati. Un bell’esercizio democratico dunque, anziché i mortificanti diktat presidenziali.
Questo equilibrio dà credibilità a tutti gli altri strumenti di controllo del Consiglio, che nell’impianto attuale della legge sono solo delle ridicole foglie di fico.
Infine, perché impedire ai sardi qualsiasi forma di partecipazione diretta? L’aggravio delle firme per i referendum abrogativi (dagli attuali 10.000 a 50.000) e per l’iniziativa legislativa popolare (da 5.000 a 30.000) è del tutto immotivato, posto che nessuna legge regionale è stata finora abrogata o approvata su iniziativa popolare. Semmai lo strumento andrebbe incentivato, abbassando il numero delle firme necessarie per la richiesta. Insomma, mentre a livello planetario, le forze progressiste sono impegnate a trovare soluzioni in senso partecipativo all’attuale crisi democratica, il centrosinistra sardo va nella direzione opposta, verso l’accentramento dei poteri, in sostanziale sintonia con le posizioni istituzionali dei neocons.
La materia è delicata e su di essa si gioca in gran parte l’evoluzione della democrazia nei prossimi anni. Sarebbe bene, allora, stralciare questa parte dalla legge statutaria per dedicare all’argomento una legge apposita, nella quale inserire una disciplina che ampli queste opportunità di intervento diretto degli elettori nonché una regolamentazione sui partiti, partendo dalla questione del finanziamento regionali dei gruppi consiliari. La rivitalizzazione dei partiti può essere tentata solo democratizzandoli. Come da tante parti si va proponendo, occorrerebbe una legge che preveda un ordinamento interno democratico, con garanzie anche giurisdizionali in caso di violazione. Le primarie per Prodi dimostrano che gli elettori partecipano volentieri se possono decidere.
Insomma, alla soluzione trasfusa nella legge statutaria in discussione in Consiglio, che pensa di risolvere la crisi democratica accentrando i poteri in un solo uomo (soluzione ben nota anche nelle sue conseguenze nefaste!), se ne possono contrapporre tante altre capaci di garantire insieme governabilità, ruolo delle assemblee e partecipazione dei cittadini. Certo, è una strada più difficile, ma la difesa e il rafforzamento degli spazi democratici val bene un lavoro più paziente e partecipato.
* Docente universitario e pubblicista
|
|