“Non siamo anacronistici ma siamo e rimaniamo comunisti”

di Giovanni Urracci *

BIRR, Svizzera - Come avete visto tutti il Primo Maggio hanno parlato dei morti sul lavoro, vera cifra caratteristica del modello di sviluppo che il nostro sistema economico pretende essere il migliore possibile. E fra le parole di dirigenti di primissimo livello della nostra Repubblica, dal Presidente Napolitano al Presidente Prodi, dal Presidente della Camera ai ministri ed ai capi dei Sindacati dei lavoratori, ha rifatto capolino la parola "rappresentanza". Il Primo Maggio è davvero luminoso, se riesce a rischiarare anche i discorsi di coloro che, fino ad oggi, hanno speso grandissima parte del loro impegno a convincerci che i lavoratori non esistono più, che quando esistono devono essere flessibili, che quando sono flessibili non hanno bisogno di rappresentanza né di tutele, ma soltanto di privatizzazione dei loro servizi e della loro pensione. Forse i fatti hanno la testa dura, e la storia si incarica sempre di mettere a nudo il re. Bene, si potrebbe dire. E invece, male, molto male!... Perché, passato il rituale, fatto il concerto e tornati a casa i giovani, si torna in fabbrica, ai cui cancelli "si ferma la democrazia" (come diceva Di Vittorio).
Spesso ci sentiamo dire, noi comunisti, di essere anacronistici; quando non si sa opporre un ragionamento e dei dati effettivi si sbatte sul tavolo uno slogan, una frase ad effetto, un leit motiv logoro ma divenuto luogo comune a forza di ripeterlo, e si chiude lì il discorso. Anche oggi, fra le celebrazioni ed il ricordo dei morti, dei sacrifici (in)civili che costano ogni anno ben più delle vittime italiane delle guerre che andiamo facendo in giro per il pianeta, ci si è ben guardati dal dire che la legge sulla rappresentanza sindacale non si fa, che il lavoro è espulso dalle attenzioni del partito democratico, che i lavoratori non siedono più da anni nelle assise istituzionali, che questa civiltà è malata perché fondata sul successo e sull'accaparramento, sul furto in sostanza, anziché sul valore alto e nobile del lavoro.
Ecco, se qualcuno volesse trarre conclusioni coerenti dalle parole del Presidente della Repubblica, dei capi sindacali e dei Presidenti di tutto quello che c'è da presiedere in questo martoriato Paese, saprebbe perché sfidiamo ogni insulto ed ogni ironica definizione (anacronistici, pittoreschi, folkloristici,...) e siamo e rimaniamo comunisti: perché siamo lavoratori e crediamo nel lavoro. Il resto, sono sovrastrutture, direbbe Marx. Noi, con il senno del poi, le chiamiamo mistificazioni. (Giovanni Urracci*-Inform)
* Segretario della Federazione del Partito dei Comunisti Italiani “Enrico Berlinguer” della Svizzera.

 
 
 


 

 

                                                                                                         


 
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