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Ricordo di Enrico Berlinguer

 

di Giovanni Berlinguer


"Esprimo la mia gratitudine per questo incontro, ma sento anche un disagio nell’intervenire perché fino a ieri non avevo mai discusso pubblicamente di Enrico. Faccio conto però di essere in qualche modo in un’ampia famiglia, e limiterò il mio contributo a tre punti. Il primo è costituito dalla mia (e sua) testimonianza del primo periodo dell’attività politica di Enrico, gli anni 1943-1944, quando compì la sua scelta di vita. Il secondo, scavalcando quasi quattro decenni travagliati e operosi, consiste in qualche osservazione sulle sue idee nell’ultimo periodo, la sua reazione alla “svolta epocale” che fu avviata nel mondo e in Italia alla fine degli anni settanta. Infine dirò qualcosa sulle nuove dimensioni della questione morale oggi. Non mi è facile evocare lo scenario della Sardegna negli anni ’43-’44, dinanzi a voi che avete subito le tragedie della guerra e contribuito magnificamente, fino alla resa dell’esercito tedesco nelle mani dei partigiani, fino alla liberazione dell’Italia. La Sardegna infatti ha avuto un destino molto diverso dalle altre regioni italiane. La guerra guerreggiata praticamente non c’è stata, anche se la città di Cagliari ha subito terribili bombardamenti aerei. L’8 settembre del 1943 c’era nell’isola una sola divisione tedesca, molto sparsa nel territorio. Malgrado i tentativi degli antifascisti e di alcuni ufficiali coraggiosi di ottenere dalle forze armate le armi per isolarla, disarmarla e metterla nell’impossibilità di nuocere altrove, fu lasciata allontanare pacificamente verso la Corsica e da lì si trasferì nel continente. Contemporaneamente le forze alleate sbarcarono nel sud dell’isola e la liberarono. Enrico e io abbiamo avuto la fortuna di nascere in una famiglia democratica e antifascista. Nostro nonno Enrico era stato un esponente dei sardi repubblicani. Nostro padre Mario era stato eletto alla Camera dei Deputati nelle ultime elezioni semilibere, quelle del 1924, e faceva parte del gruppo guidato da Giovanni Amendola (democratico-costituzionale). Enrico ebbe contatti con comunisti della vecchia guardia verso la fine del ’42. Nel 1943 aderì al partito e fondò la Sezione giovanile, costituita da giovani lavoratori, sottoproletari e studenti. Quando entrarono in Sardegna le forze alleate, a differenza delle altre parti liberate dell’Italia del Sud fu instaurato sotto la vigilanza angloamericana un regime nel quale il potere restava saldamente nelle mani del comando dell’esercito italiano profondamente reazionario, nel quale i questori, i prefetti, i funzionari pubblici e spesso i magistrati continuavano a essere fascisti e nel quale ogni organizzazione politica (particolarmente i comunisti) era guardata con sospetto. C’era molta povertà e c’era perfino la fame. All’inizio del 1944 scoppiò una sommossa popolare che i cronisti chiamarono poi “la rivolta del pane”. Con ragione, perché il popolo esasperato per la penuria di cibo (neppure la magra razione delle tessere annonarie veniva sempre distribuita) invase le strade e le piazze, saccheggiò i forni, occupò la prefettura. Il movimento fu del tutto spontaneo, durò un’intera giornata, e molti della sezione giovanile comunista vi parteciparono. Nei giorni immediatamente successivi il questore e il prefetto di Sassari attribuirono la rivolta a un complotto ordito dai comunisti.. Enrico e una trentina di giovani (tra cui alcuni adolescenti) furono arrestati con incredibili accuse, alcune delle quali implicavano la pena di morte: insurrezione armata contro i poteri dello stato, saccheggio al fine di impadronirsi del potere, disfattismo politico, propaganda sovversiva, detenzione di armi di guerra. Inventarono anche che i manifestanti volevano buttare giù il Prefetto dalle finestre del Palazzo di Governo. I pericolosi sovversivi furono posti in stretto isolamento nel carcere di San Sebastiano. Ricordo che all’epoca dinanzi al carcere c’era un vasto piazzale, dove fin da ragazzi giocavamo a palla con i figli dei secondini e qualche volta del direttore del carcere (ogni tanto la palla cadeva oltre le mura, e c’era sempre il problema di riaverla), e sul lato opposto c’era l’edificio che ospitava lo “Studio legale Mario e Aldo Berlinguer”. Il regime di isolamento nel carcere era molto rigoroso, ma nostro padre era di casa a San Sebastiano, per due ragioni. Perché quando arrivava Mussolini o altri gerarconi lo prendevano e lo segregavano per ragioni di sicurezza, e soprattutto perché come avvocato penalista ci entrava quasi tutti i giorni per parlare con i suoi patrocinati. Egli aveva uno stretto rapporto con i secondini e molti di questi simpatizzavano, o per l’antifascismo o per lui. Erano comunque indignati per quel che era successo ai giovani reclusi, e perciò gli davano volentieri un a mano. Quasi ogni giorno perciò qualcuno di loro trasmetteva a noi lettere o biglietti clandestini di Enrico, scritte a matita su carta di fortuna, e a lui le lettere di ritorno. Questo strano e spontaneo epistolario è interessante perché fa capire quando e perché, proprio nell’isolamento del carcere, decidere di interrompere l’Università alla soglia della laurea (stava elaborando la tesi in filosofia del diritto) e di dedicarsi completamente all’impegno politico. Dopo un mese di reclusione scrive al padre, che è anche il suo avvocato: “La tua linea di condotta trova la mia piena approvazione. Non voglio che la mia libertà mi sia restituita come elemosina…In fondo, star qui ancora una o due settimane (sebbene io creda si tratti di più) non mi da per niente il sentimento di essere eroico. Coloro che associano il proprio destino a quello di un partito avanzato devono essere pronti a passare in prigione un certo periodo di tempo. E’ una cosa normalissima e non voglio che si facciano grandi montature...La maggior parte delle giornate trascorre in letture, soprattutto studio, il Capitale e la lingua inglese, talvolta mi prende certo il desiderio per la libertà ma si tratta di qualcosa di nostalgico e di pacato che non procura dolore morale alcuno, anzi talvolta due, tre, quattro ore di lettura mi danno come un senso di riposo”. Oltre che rassicurare noi sulle sue condizioni, in molte lettere chiede libri, libri e libri: Poe, Baudelaire, Lamartine, De Ruggiero, Croce, Sorel, Labriola, Schopenhauer, Tocqueville. In altre, espone le sue considerazioni sul regime carcerario: “Farò qualche osservazione sui danni molto più gravi non solo per l’individuo e per la società intera che patisce la moralità in carcere. Davvero che qui suonano aspra derisione al buon senso e alla dura realtà delle cose le belle teorie –ancora in voga – sulle pene come redenzione del reo e riadattamento alla vita in società…mi sembra che, invece che luoghi di prevenzione, le prigioni non siano che un’immensa fabbrica che invece di prevenire aumenta e alimenta il delitto”. Durante i quattro mesi di reclusione, dal gennaio all’aprile 1944, nostro padre si staccò da Enrico solo per pochi giorni, per partecipare a Bari al primo Congresso dei partiti antifascisti, che vi manifestarono la loro forza e la loro influenza sul clima di libertà che si andava sviluppando (e che consentì finalmente la chiusura del processo a Enrico e ai suoi ‘complici’, e la loro liberazione), e al tempo stesso le loro difficoltà, perché i partiti decisero di subordinare la loro collaborazione al governo Badoglio alla soluzione della “questione istituzionale”, cioè alla messa in mora della monarchia (l’impasse fu superata solo quando in aprile Togliatti sbarcò a Napoli e propose un compromesso politico: creare un governo di unità nazionale, che avesse come primo obiettivo l’impegno di partecipazione dell’Italia alla liberazione del paese, a fianco degli alleati, con l’accordo per affrontare subito dopo il dilemma fra monarchia e repubblica). Fra le lettere carcerarie c’è una lunga “relazione” di nostro padre sul Congresso di Bari, e molte altre in cui tra padre e figlio si scambiano informazioni ed esperienze politiche. Vi sono infine alcune lettere nelle quali Enrico parla, anche diffusamente, della maturazione delle sue idee: “Mi sono occupato soprattutto di filosofia e sociologia. Il mio pensiero ha subito un’evoluzione e non una rivoluzione. Il carcere – fortunatamente – non ha prodotto in me nessuna crisi spirituale. Nonostante un’apparente buona volontà, non mi è ancora riuscito di superare il kantismo, né per mezzo di Hegel né per mezzo di Croce. Da quando ho letto la Critica della Ragion pura –or è più di un anno- mi dibatto ancora nei suoi problemi e riesco a resistere a ogni attacco di ogni forma, sia dell’idealismo assoluto sia del naturalismo. D’altra parte, è ancora e forse più forte in me l’influsso di uno scetticismo integrale. Infine nonostante sia marxista e materialista storico quasi alla maniera di Marx, non è scemata la repulsione per il materialismo metafisico…E basta con la mia vita interiore. Vedo già il sudore della noia colare dalle vostre guance, ma siete voi che l’avete voluto chiedendomi di parlare della mia vita interiore”. Non riusciva a liberarsi di Kant. Credo che, fortunatamente, non se ne liberò mai del tutto. Due dei temi dell’ultimo periodo, la questione morale e il governo mondiale, hanno certamente qualche radice kantiana. Giungo così alla seconda parte: le idee e le intuizioni di Enrico a cavallo tra gli anni settanta e ottanta. Proprio oggi Il Foglio, parlando di quella fase, cita il libro Per passione, scritto dall’attuale segretario dei DS per rilanciare lo stereotipo della chiusura e dell’isolamento: “deriva identitaria e solipsistica di un partito che –di fronte alle difficoltà del presente- non sa opporsi alle sirene del passato”. Mi sia permesso di dire che forse un po’ più di identità nella sinistra oggi non guasterebbe, visti anche i danni ormai riconosciuti, ma non ancora corretti, dell’aver “subito il fascino del neoliberismo” (D’Alema), e visto soprattutto che da quasi quindici anni perdura un’assenza di valori e di progetti che non può essere sostituita da architetture mutevoli ed effimere, da vuoti progetti di nuovi partiti e da decisioni di vertice. Quanto al solipsismo, ne ha già parlato Francesco Barbagallo nella sua splendida relazione, che ha dimostrato come anche nei momenti di maggior tensione la sua attenzione era rivolta agli altri partiti, all’allargamento dei rapporti, alle questioni politiche concrete. Cioè agli sbocchi da dare a una crisi che ormai incombeva, e che doveva esplodere negli anni successivi creando un vuoto. Sappiamo, purtroppo, come si tenta di colmarlo. Quel che è certo e giusto è che Enrico percepiva e soffriva sicuramente le difficoltà di quel presente. Parliamo della crisi dei partiti e della democrazia italiana, ma spesso dimentichiamo il quadro internazionale di quegli anni. L’esaurimento del modello sovietico era già palese, come pure la perdita di slancio del sistema dei paesi “non allineati”, e per contro alla fine dei settanta si manifestò un’ondata, anzi, un maremoto che è sbagliato definire neo-conservatore. Fu al tempo stesso reazionario e rivoluzionario dal punto di vista del capitalismo. Si espresse, sul piano elettorale, con la vittoria di Margaret Thatcher in Inghilterra nel 1978 e con la vittoria di Ronald Reagan negli Stati Uniti. Fu il trionfo del capitalismo selvaggio e aggressivo, e mostrò al tempo stesso la sua capacità di interpretare, cavalcare e sviluppare due processi storici fondamentali: i nuovi saperi della terza rivoluzione tecnico scientifica e la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e d’informazione. Enrico ne era cosciente. Per reagire alle difficoltà del presente non evocava però le sirene del passato, delineava nuovi scenari. Questo è stato il suo lavoro fondamentale negli ultimi anni, e non ho nulla da aggiungere a ciò che hanno detto qui molte documentate relazioni: la questione femminile, il tema dei consumi e dell’ambiente, l’attenzione alle future generazioni, i rapporti Nord-Sud, la riforma della politica. Per questa riforma, necessaria allora e ancor più oggi, io vorrei invocare una fecondazione eterologa. La politica in senso stretto, infatti, stava diventando in quegli anni ipofertile, e oggi molto stesso rischia di diventare del tutto sterile, sebbene l’Italia sia teatro di straordinari movimenti di popolo e sia caratterizzata dall’emergere di nuove generazioni, ciò che non accadeva da decenni. La dura realtà, le nuove possibilità e i movimenti portano alla ribalta, con tutte le revisioni, le correzioni e gli aggiornamenti che sono necessari, l’agenda e i temi di allora. Il vero problema che abbiamo è come collegarli alla concretezza, al realismo, ai problemi e ai sentimenti della vita quotidiana. Sul rinnovamento della politica e sulla questione morale Pietro Folena e altri hanno presentato analisi e proposte di grande interesse. Oggi la questione morale, che negli anni settanta e ottanta emergeva soprattutto in Italia e coinvolgeva soprattutto i partiti, presenta due grandi novità: è divenuta un tema globale, e riguarda al tempo stesso l’economia e la politica. I fatti sono sotto i nostri occhi, e farò solo qualche cenno al problema. I rapporti tra finanza internazionale, violazione delle regole, imbrogli e politica sono stati analizzati da Guido Rossi, già presidente della CONSOB (l’istituto che dovrebbe controllare la borsa italiana) in un libro intitolato Il conflitto epidemico: non più una malattia occasionale, quindi, ma un morbo diffuso nel mondo. Il maestro della scuola neoliberista di Chicago, Milton Friedman, premio Nobel per l’economia (per oltre venti anni tutti i Nobel sono andati a una sola corrente: poi sono venuti Amartya Sen nel 1998 e Stiglitz nel 2002: due segni di nuovi tempi) aveva sempre sostenuto, respingendo ogni intromissione della moralità nei calcoli produttivi e finanziari, che “l’etica degli affari consiste nel crescere i profitti”. La giustificazione era che i vantaggi si sarebbero diffusi gradualmente a tutti, poiché “quando la marea sale, tutte le barche galleggiano”. Ma l’applicazione di questo principio, cioè l’uso di ogni mezzo per aumentare i profitti, pur se in molti casi ha prodotto una rapida crescita economica, ha avuto disastrose conseguenze: aumento delle disuguaglianze, guerre e fame, crisi a volte devastanti, immoralità spaventose. Qualche giorno fa, per esempio, è stata resa pubblica la classifica degli stipendi che hanno i dirigenti delle società finanziarie e delle industrie italiane (quelli americani sono almeno dieci volte più alti). In testa alla graduatoria sta un signore che prende 16 milioni di euro all’anno, ciò che significa circa 32 miliardi di lire. Se togliamo le domeniche, questo signore guadagna cento milioni al giorno. Mi domando cosa fa per meritare ogni giorno questa somma, perché probabilmente è un grande finanziere e un grande manager, e ogni tanto gli può capitare di avere invenzioni produttive o trovate speculative che fanno guadagnare alla sua impresa cento e anche mille milioni; ma non credo che possa farlo tutti i giorni. Per citare una cifra che mostra come è cambiata la ripartizione delle risorse, si può ricordare che nelle aziende tra la retribuzione minima e quella massima c’era un rapporto di uno a trenta, , che venti anni fa era inforno all’1 a 30, ora supera l’uno a trecento e giunge anche a uno a tremila. Oltre all’aggravamento delle ingiustizie ci sono le distorsioni del libero mercato. Altro che opporsi al libero mercato! Bisogna invece spingere a rispettarne e rinnovarne le regole, questo è uno dei punti fondamentali. L’intreccio perverso tra banche, aziende corrotte e politica ha portato in Italia, recentemente, alla rovina dei risparmi di molte famiglie, a frenare lo sviluppo, alla maggiore difficoltà di attrarre investimenti stranieri perché non ci si fida di una legalità precaria. A questo si aggiunge una penetrazione sempre più profonda della criminalità organizzata nel campo degli affari, del riciclaggio dei denari sporchi, degli appalti e delle opere pubbliche, spesso in accordo con politici corrotti. E’ stata perfino suggerita l’idea (enunciata da un ministro della Repubblica) che con la mafia si debba convivere. L’esigenza di affrontare la questione morale e i rapporti fra etica, politica ed economia è sempre più urgente, e purtroppo non mi pare sia oggetto di diffusa attenzione. Vorrei concludere riferendomi a una conferenza su Enrico, fatta tre giorni fa a Roma dallo storico a Pietro Scoppola. Egli ha parlato del rapporto tra Enrico e Aldo Moro, dicendo che erano persone che si stimavano molto, che l’uno aveva fiducia nell’altro, che era nata una proficua collaborazione, interrotta purtroppo dal sequestro e dall’assassinio di Moro. Ha anche sostenuto essi rappresentavano due linee molto diverse sul piano della strategia, anche se c’era una convergenza sul piano delle politiche: Moro pensava a una società come quella esistente, per cambiarla con gradualità, ed Enrico pensava ad un'altra società. E’ vero solo in parte, perché quando Enrico parlava di introdurre “elementi di socialismo” e quando proponeva politiche concrete aveva sempre di mira, come programma e come soggetti della trasformazione, le esigenze presenti insieme a quelle future. Nella conclusione della sua conferenza, Scoppola ha richiamato un’affermazione di Norberto Bobbio che deve far riflettere ancora oggi: il comunismo è crollato, ma tutte le ragioni che l’hanno fatto nascere, tutte le ingiustizie che il comunismo voleva sanare e che non è riuscito a fare, sussistono tuttora in gran parte del mondo. "

 

 

 

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