PER BERLINGUER
un ritratto di Carlo Dore jr.
Scrivo quest'articolo per ricordare Enrico Berlinguer,
dalla cui morte sono trascorsi ormai vent'anni.
Da quella triste sera del giugno del 1984, in cui il Segretario del Partito Comunista si accasciò, colpito da un malore fatale, sul palco allestito per il suo comizio in Piazza della Frutta a Padova, si sono verificati numerosi eventi che hanno inciso in maniera determinante sull'evoluzione politica ed ideologica del principale partito della sinistra italiana. Tuttavia, anche dopo il crollo del muro di Berlino e la conseguente fine della guerra fredda, anche dopo la frantumazione del PCI in una molteplicità di differenti soggetti politici, la figura di Berlinger continua a mantenere una posizione di centralità assoluta nel dibattito relativo all'identità che il centro-sinistra deve attualmente assumere.
Asceso alla segreteria all'inizio degli anni'70, lo statista sassarese raccolse un partito la cui base, assuefatta al legame assoluto con il mito dell'Unione Sovietica, era rimasta sconvolta dai tragici fatti che avevano caratterizzato la Primavera di Praga del 1968, e che per questo invocava un nuovo progetto politico in cui credere, una nuova via da seguire, un nuovo leader in cui identificarsi. Berlinguer seppe interpretare al meglio questo ruolo, individuando nell'eurocomunismo, nella progettazione di un partito capace di farsi portatore degli ideali del socialismo pure nell'ambito di un paese facente parte della Nato, il percorso da compiere per trasformare il PCI da movimento di lotta a realtà di governo, secondo un ideale itinerario che procedeva dagli Sputnik al centro-sinistra. I principali momenti di attuazione di tale programma vennero individuati tanto nell'affrancazione del partito dal giogo del Cremlino (obiettivo perseguito anche attraverso la stretta cooperazione con altre importanti componenti della sinistra mondiale, prima fra tutte l'Unidad Popular di Salvador Allende) quanto nel raggiungimento del “compromesso storico” con l'ala progressista della Democrazia Cristiana, facente capo ad Aldo Moro, che portò per la prima volta i comunisti fuori dall'opposizione.
Tale piano, di autentica rottura degli equilibri internazionali al tempo vigenti, ebbe un effetto dirompente tanto a Mosca, posto che Breznev individuava nel PCI sorta di cellula impazzita capace di minare la rigida gerarchia su cui si basava l'Internazionale, quanto presso la Withe House, i cui dirigenti tremavano al solo pensiero che un'orda di moderni cosacchi potesse invadere Piazza San Pietro. L'aperta ostilità delle due superpotenze indubbiamente favorì (o forse addirittura finì col determinare in via esclusiva) l'imperversare del terrorismo brigatista, i cui militanti, rifiutando di confluire in un partito che aveva ormai abbandonato il ruolo monotematico di antagonista dei poteri forti, aprirono quella spirale di sangue ed orrore che trovò nel sequestro e nel brutale omicidio di Moro il suo momento culminante. La morte del presidente della DC rappresentò anche la fine della strategia del compromesso, venendo meno l'unico credibile interlocutore su cui il segretario comunista poteva contare a Piazza del Gesù. Come noto infatti, l'avvento del CAF confinò di nuovo il PCI all'opposizione,rifiutando Berlinguer ogni sorta di dialogo con quella “banda di masnadieri” che si era impadronita del PSI. Proprio l'apertura di quella stagione politica lo portò a riproporre con forza la “questione morale”, ad individuare cioè nel suo partito una reale alternativa a quel sistema che, come già da allora si poteva intuire, aveva nella corruzione sfrenata il suo vero motore trainante. Quest'ultimo, fragile disegno fu spezzato a
Padova in quella notte di vent'anni fa, dissolvendosi nell'espressione di intenso dolore scolpita sul volto del Segretario che il mega-schermo alle sue spalle offriva impietoso agli occhi della folla attonita e sgomenta.Le decine di migliaia di persone che invasero Roma in occasione dei funerali svoltisi tre giorni dopo testimoniarono al meglio il rispetto che un popolo intero nutriva nei confronti di un leader che aveva saputo fornire un contributo reale in termini di innovazione alla causa della sinistra italiana. Quel contributo deve costituire un punto di riferimento costante anche per il presente: in un epoca caratterizzata dall'incedere di una destra arrogante e forcaiola, la prospettiva di un partito forte, espressione di tutte le anime socialiste, che sappia porsi a capo di una coalizione anche delle componenti riconducibili al riformismo moderato può davvero costituire la nuova frontiera cui i progressisti devono mirare.
© Carlo Dore Jr - http://pdcicagliari.altervista.org
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