Chi lavora in famiglia?
 Tito Boeri Daniela Del Boca

Dar credito alle donne
di Chiara Saraceno

Le ricerche empiriche sulla offerta di lavoro femminile mostrano non solo che le donne che hanno figli sono penalizzate dalla divisione del lavoro familiare, ma che questa penalizzazione è diversa a seconda del livello di istruzione e qualificazione professionale, oltre che di residenza geografica.
Donne che lavorano
Le donne più istruite e con migliore qualificazione professionale, che di solito sono anche sposate con uomini istruiti e con buona qualificazione, riescono a mantenere una continuità di partecipazione al mercato del lavoro di gran lunga superiore a quella delle donne a bassa istruzione: perché fanno lavori più gratificanti e meglio remunerati, che è quindi più costoso – in termini culturali e finanziari – abbandonare per dedicarsi esclusivamente alla famiglia; perché il loro reddito da lavoro, unito a quello del marito, consente loro di acquistare sul mercato la parte di lavoro di cura e di servizi domestici che non effettuano loro direttamente (e che non è quasi mai compensata da una maggiore partecipazione del marito). Nelle coppie ad alta istruzione e con buona qualifica professionale, perciò, è più facile che vi siano due percettori di reddito, mentre nelle coppie a bassa istruzione è più facile che ce ne sia uno solo, e con un reddito basso.
Alla luce di queste evidenze empiriche condivido le obiezioni di Tito Boeri e Daniela Del Boca alla proposta di Alberto Alesina e Andrea Ichino di detassare il lavoro femminile in generale, contestualmente aumentando la tassazione per quello maschile, altrettanto in generale. Il divario tra le coppie ricche, insieme di reddito e di lavoro, e quelle povere sia di reddito che di lavoro aumenterebbe. I costi per il bilancio pubblico della detassazione del reddito da lavoro della insegnante moglie del professionista (con o senza figli) sarebbero pagati dalle tasse più alte dell’operaio metalmeccanico in una coppia monoreddito, magari con figli.
Il problema della offerta di lavoro femminile sta nel combinare responsabilità familiari e partecipazione al mercato del lavoro, una difficoltà più grave (e con minori contropartite sul piano dei vantaggi) per le donne a bassa qualifica e che vivono nel Mezzogiorno. Condivido perciò la proposta di Boeri e Del Boca di utilizzare piuttosto lo strumento del credito di imposta - integrato da una imposta negativa in caso di incapienza - che compensi, alle donne che lavorano, parte delle spese di cura certificate.
Crediti per il lavoro e la pensione
Il credito di imposta è uno strumento in varie forme utilizzato per incentivare al lavoro persone altrimenti a rischio di entrare nel novero dei beneficiari di assistenza sociale. Ma può benissimo essere utilizzato per riconoscere il costo della cura per le lavoratrici, anche se limitatamente a quelle a reddito più basso. Unito all’ampliamento della offerta di servizi per la prima infanzia e a una riduzione del loro costo soprattutto per chi ha un reddito modesto (oggi basta essere occupati in due per pagare la tariffa piena), avrebbe un potente effetto di sostegno alla occupazione delle donne che fanno più fatica, e hanno meno convenienze, a rimanere nel mercato del lavoro.
Certo, la cosa ha un costo. Ma molte ricerche empiriche hanno mostrato che il lavoro femminile aumenta la domanda di lavoro, quindi anche la base imponibile. Inoltre, se ci si muovesse in questa direzione, si potrebbe affrontare anche la questione della età pensionabile delle donne. Come ho avuto modo di scrivere su La Stampa, l’equiparazione della età pensionabile delle donne a quella degli uomini dovrebbe avvenire contestualmente al riconoscimento del lavoro di cura che molte di loro effettuano. Ciò può avvenire con una combinazione di strumenti: crediti di imposta, crediti pensionistici, servizi. È in questo tipo di interventi che dovrebbe essere investito il risparmio derivante dall’innalzamento dell’età pensionistica delle donne.
Sono meno d’accordo, invece, sulla proposta di Boeri e Del Boca di utilizzare il fondo per la non autosufficienza, sia perché è una voce che non si sa se sarà in bilancio anche negli anni prossimi, sia perché la questione della non autosufficienza è altrettanto grave di quella della cura dei più piccoli. Richiederebbe più, non meno, risorse.

da www.lavoce.info

 

                                                                                                         


 
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