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Morti bianche non bastano le leggi. Ripensiamo l’organizzazione del lavoro
di Gianni Pagliarini *
Emergenza infortuni “sotto gli occhi di tutti”, scriveva ieri Ettore Colombo sul Riformista. Anche sotto gli occhi di chi ha fatto finta di non vedere o ha derubricato i drammi quotidiani nelle fabbriche o nei cantieri sotto il rassicurante titolo di “fatalità”. Emergenza “sotto gli occhi di tutti”, a cominciare da quelli del Presidente della Repubblica che è instancabile nella sua opera di denuncia oltre che di stimolo nei confronti del Parlamento. Napolitano ha infatti colto il punto dolente: passare dall’emozione, che tocca l’animo di milioni di cittadini di fronte all’escalation di infortuni mortali, alle “cose da fare” nelle istituzioni come nella società.
A chi si esercita nella più bieca demagogia replicherei volentieri che non va sottaciuto l’impegno del governo riguardo al tema dell’insicurezza nelle fabbriche e nei cantieri. Occorre riconoscere il cambio di passo dall’aprile 2006 ad oggi, derivante da una rinnovata sensibilità e da un’attenzione specifica sul piano politico e culturale. I risultati non sono affatto irrilevanti: ad esempio è stato introdotto l’obbligo a carico degli imprenditori di dotare i lavoratori di tesserino di riconoscimento e di denunciarne la presenza sul luogo di lavoro il giorno prima che prendano servizio. Se si considera che in precedenza quello stesso obbligo poteva essere assolto entro i primi cinque giorni dall’assunzione, significa che ora non è più possibile per un imprenditore – nel caso di notifica di un’irregolarità – sostenere che “casualmente” quel lavoratore era stato assunto proprio lo stesso giorno. Non è cosa da poco, perché l’infortunio spesso risultava avvenire “il primo giorno di lavoro” approfittando di una normativa a maglie troppo larghe. Aggiungo che nel periodo settembre-dicembre 2006, per effetto delle normative introdotte nel “pacchetto sicurezza” (noto come decreto “Bersani”), le ispezioni svolte in particolare nel campo dell’edilizia hanno determinato la chiusura di 500 cantieri a causa di varie irregolarità. Inoltre, 40 mila lavoratori sono stati fatti uscire dal “nero” e regolarizzati.
Al governo Prodi si deve anche la prima riforma di “struttura”, approvata la settimana scorsa dal Consiglio dei ministri, che riguarda il nuovo Testo Unico per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro. I quattro capisaldi del provvedimento vanno dall’inasprimento sanzionatorio ad una maggiore responsabilità delle imprese committenti rispetto alla catena di appalti, fino al pieno coinvolgimento del mondo dell’istruzione per costruire e veicolare competenze in materia di sicurezza e, infine, alla diffusione di “buone prassi” basate sulle esperienze di prevenzione quotidiana.
Guai a noi se ci lasciassimo condizionare ottimisticamente da quanto è stato realizzato. Ma è inevitabile che si parta da quel “cambio di passo” per soffermarsi sulle grandi difficoltà nella gestione del fenomeno-insicurezza. Nonostante gli sforzi, il fenomeno degli infortuni sul lavoro è in drammatica crescita e occorre prenderne atto con amarezza: le nude cifre mettono in luce che nel 2006 le morti bianche sono state 1.280, con un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente. Ciò significa che il mero intervento legislativo e di controllo non è sufficiente e che il Paese sconta un’involuzione delle condizioni di lavoro. I ritmi, gli orari e l’organizzazione del lavoro nel suo complesso sono inadeguate a tutelare la salute e l’integrità di chi al mattino esce per andare a lavorare e la sera avrebbe il diritto di rincasare sano e salvo. Ciò significa che il mondo delle imprese non può continuare a fare finta di nulla: altro che “fatalità”, sarebbe il caso di iniziare ad assumersi alcune responsabilità, riguardo al nesso tra insicurezza e organizzazione dei tempi in una fabbrica o in un cantiere. Aggiungo: quante risorse investono le aziende in sicurezza?
E la dimostrazione che ridurre gli infortuni è possibile deriva da una constatazione: in quei cicli produttivi – ad esempio quelli più ad alto rischio – nei quali l’imprenditore dispone investimenti massicci in sicurezza allo scopo di garantire alti profitti, il dato degli infortuni è bassissimo quando non addirittura azzerato. Riassumendo: nuove normative da un lato e una diversa organizzazione del lavoro dall’altro per affrontare il nodo-sicurezza e fermare l’ecatombe di morti bianche. Ma già nell’immediato occorre investire risorse nell’assunzione di nuovi ispettori del lavoro, costruendo una sinergia tra Asl, enti locali (attraverso le polizie municipali) e ispettori stessi. Con una “rete” messa in condizione di funzionare sarà possibile iniziare a cambiare rotta. Per uscire dal tunnel.
Fonte : il Riformista, 18 aprile 2007
*Nato a Milano nel 1961. Fino a febbraio 2006 è stato dirigente della FP CGIL, sindacato del Pubblico Impiego, ricoprendo il ruolo di Segretario nazionale dal 2000, con responsabilità del comparto Regioni-Autonomie Locali.
La sua attività sindacale ha avuto inizio nel 1983 come delegato nelle lotte del movimento dei consigli. Dopo 10 anni di impegno spesi nelle battaglie per la democrazia sindacale, nel 1993 è stato eletto Segretario della FP CGIL Ticino-Olona, incarico che ha svolto fino al 1995, quando è stato chiamato a ricoprire il ruolo di Segretario Confederale della stessa zona.
Nel 1997 si è trasferito a Roma nella struttura nazionale del sindacato e dopo tre anni è stato eletto nella Segreteria Nazionale.
Ha avuto un ruolo di rilievo nei principali processi di riforma del Pubblico Impiego e nell'attività di contrattazione partecipando attivamente alla stesura, dal 1997 al 2006, dei Contratti Nazionali degli Enti Locali, una realtà che conta seicentomila lavoratrici e lavoratori delle nostre Regioni, Province e Comuni.
MSi è inoltre dedicato al cammino della legge sulla rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro fino all'elezione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie.
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