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Napolitano e la lezione di Berlinguer
Carlo Dore jr.
Nell’editoriale pubblicato su “l’Unità” lo scorso 11 maggio, Antonio Padellaro rilevava come l’ascesa di Napolitano al Quirinale rappresenta il definitivo superamento di quello storico pregiudizio in forza del quale l’attribuzione di un’alta carica istituzionale ad un esponente dell’area postcomunista deve essere intesa come una minaccia per la stabilità della nostra democrazia.
Invero, quei militanti della Casa delle Libertà che, vittime di una faziosità talmente greve da sfociare nella miopia, sono giunti ad accusare di “estremismo” il nuovo Capo dello Stato hanno dimostrato una volta ancora di non conoscere né la sua personale evoluzione politica né tantomeno la storia del partito da cui proviene.
Definito “un laburista italiano” dagli stessi leaders del Labour Party , i quali, già negli anni della Guerra Fredda, ebbero modo di apprezzarne l’equilibrio ed il senso della misura, il neoeletto Presidente della Repubblica ha lasciato intendere di voler favorire il sereno confronto tra gli schieramenti in campo, confermando così quella vocazione al dialogo che ha caratterizzato la sua lunga militanza nel PCI.
Fu proprio questa sua vocazione ad indurlo a manifestare (nel famoso editoriale del 1982) la necessità di un costante confronto tra il suo partito ed i socialisti di Bettino Craxi, mettendo così in rilievo il suo evidente scetticismo verso la questione morale formulata in quei giorni da Berlinguer.
A seguito della pubblicazione dei nominativi degli adepti alla loggia P2, il Segretario denunciò infatti con forza l’irreversibile processo di degenerazione cui erano sottoposti i partiti di governo (lucidamente descritti come vuoti strumenti utili per assecondare le aspirazioni dei tanti centri di potere di cui si componeva il sottobosco della politica italiana), rivendicando per i comunisti una supremazia morale che li rendeva “diversi” rispetto ai sostenitori dei suddetti partiti.
Premesso che Napolitano sostenne le sue posizioni con tanta coerenza da abbandonare il comitato di segreteria, la Storia ha confermato la assoluta fondatezza della questione morale, confermando come DCI e PSI fossero i vertici di un sistema corruttivo talmente radicato nelle istituzioni da divenire l’asse portante della vita politica ed economica del Paese.
Il consenso di cui attualmente gode Berlusconi, figlio prediletto della Milano da bere cresciuto all’ombra di Craxi con la benedizione della già citata loggia P2, rappresenta in questo senso un’ideale linea di continuità tra prima e seconda Repubblica: la classe politica che faceva riferimento al CAF, contro la quale Berlinguer si era strenuamente battuto anche negli ultimi giorni della sua vita, non è stata spazzata via dai tanti scandali di cui è stata oggetto, culminati nel ciclone di Tangentopoli. Essa semmai si è rafforzata, potendo ora contare sulla diretta disponibilità di un incommensurabile potere finanziario e mediatico, reso ancor più inquietante e pericoloso dalle tendenze eversive del soggetto che ne è titolare.
Rappresentando pertanto il Cavaliere una colossale anomalia che inficia il corretto svolgimento della vita democratica, con una simile anomalia Napolitano sarà chiamato a confrontarsi, nella sua opera di pacificazione di un Paese ideologicamente spaccato a metà.
Ma, nel momento in cui prenderà possesso del suo ufficio al Quirinale, non potrà non tenere presente la correttezza delle valutazioni, da lui al tempo non del tutto condivise, che stavano alla base della “questione morale” proposta da Berlinguer: coerenti con i valori della loro tradizione, i postcomunisti devono affermare ancora la loro diversità rispetto a quanti plaudono meccanicamente alle esternazioni del Caimano, anche a costo di screditare apertamente le istituzioni che ora risultano sottratte al loro controllo.
Quelle valutazioni insegnano che, con riferimento a determinate forze politiche, la strada del dialogo non risulta percorribile.