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CATUCCI: - Parleremo di democrazia e del suo futuro con Domenico Settembrini, docente di Storia delle Dottrine Politiche alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa e autore di numerosi saggi, tra i quali: Democrazia senza illusioni, edito da Laterza e C’è un futuro per il socialismo? E quale? sempre di Laterza. A giorni uscirà Etica e Democrazia, un volume collettaneo - costituito dagli atti di un convegno che si è svolto qualche tempo fa e pubblicato dagli istituti editoriali e poligrafici internazionali di Pisa – nel quale il professor Settembrini firma il saggio Quale democrazia?
Un’interrogazione critica quella di Domenico Settembrini, della quale mi ha incuriosito - specialmente in relazione all’ultimo scritto - la convinzione che la democrazia sia qualcosa che ancora non riusciamo a dominare concettualmente. Essa presuppone tutta una serie di valori condivisi a garanzia di determinate libertà e, soprattutto, è sempre legata ad una serie di interpretazioni ambigue di concetti fondamentali, quali quello di sovranità popolare, di rappresentanza e del ruolo del Parlamento e dei partiti - concetti tutt’altro che scontati.
Volevo chiederLe, a che punto siamo nella storia della democrazia: in fase di piena maturazione, di crisi o di scelta dei modelli?
SETTEMBRINI: - Bisogna analizzare il rapporto che passa tra il concetto di democrazia e la realtà delle democrazie contemporanee.
Il termine democrazia significa "governo del popolo". E’ un concetto, un’istituzione e una forma politica proveniente dall’antichità classica, per la quale, tra l’altro, popolo aveva un significato limitativo, perché da esso erano esclusi gli schiavi, tutti i non nativi della città e i discendenti di questi ultimi. Si riduceva, quindi, ad una sorta di aristocrazia diffusa che doveva assicurare il governo della città nelle mani dei suoi cittadini.
Nonostante questi limiti, sin dall'inizio si pose un problema che fu alla radice di grosse tensioni in seno alla democrazia. Nella antichità classica il popolo governava in maniera diretta, riunendosi in assemblea e votando le leggi in prima persona. L’assemblea comprendeva, come ad Atene, circa seimila individui ed era impossibile riuscire a dare la parola ad ognuno. Sorse così la questione della differenziazione di una classe politica e in età moderna si venne a delineare più precisamente la sua soluzione: la democrazia rappresentativa o democratico-liberale.
CATUCCI: - Prendiamo in considerazione una democrazia ideale, dove tutti hanno diritto di voto.
SETTEMBRINI: - Già in una democrazia reale come quella greca - all’interno di un’assemblea relativamente ristretta - si rendeva necessaria la presenza di qualcuno "professionalmente" in possesso del diritto di prendere parola e di avanzare delle proposte: su di esse si basava poi il voto dell’assemblea, e nel voto ogni testa era uguale all’altra.
I magistrati erano invece preposti al potere esecutivo. Come diceva Aristotele, l’elezione è aristocratica, è una selezione. Se partiamo dal presupposto che i componenti del popolo sono tutti uguali e che nessun individuo ha maggiore diritto di comandare rispetto ad un altro, l’unica forma squisitamente democratica risulta essere il sorteggio. Le magistrature in Atene venivano infatti sorteggiate adottando criteri di rotazione: chi era stato estratto un anno non poteva essere messo nell’urna l’anno successivo. C’era tuttavia un'eccezione: gli strateghi. Gli strateghi erano indispensabili alla sopravvivenza della democrazia e della città stessa e venivano quindi scelti in base alla loro competenza.
Questo fatto determinò la messa a fuoco di un altro problema: la democrazia dovrebbe portare al sorteggio, ma in un mondo in cui la divisione del lavoro è enorme come, ad esempio, nella società contemporanea, questa pratica risulta improponibile. In età moderna fu riportata in auge da Rousseau, come istanza antimodernista. Egli riteneva che la democrazia fosse praticabile in piccoli agglomerati urbani – ad esempio Ginevra - prendendo come modello le città antiche, e arrivò a condannare la rappresentanza in quanto negazione e degenerazione dell’istituto democratico; affermava che gli inglesi non avrebbero meritato di essere liberi, dal momento che rimettevano la loro libertà nelle mani del potere legislativo, vale a dire di alcuni eletti. C’è da dire che la sua idea di democrazia risultava inapplicabile in tutte quelle situazioni in cui non c’era un’unica piazza ma dove, al contrario, le piazze erano centinaia di migliaia.
Come riuscire a far funzionare un’assemblea di quattrocento persone e più? Unicamente decidendo e votando a maggioranza. Ma cosa si intende con voto a maggioranza? Secondo Rousseau il voto a maggioranza era quello espresso dall’assemblea popolare e indicava non tanto l’imposizione di una certa scelta da parte del maggior numero di individui, quanto il segno esteriore della volontà generale, una volontà retta e conforme al bene comune.
Quando durante la Rivoluzione Francese le idee di Rousseau trovarono finalmente applicazione, il suo pensiero fu sottoposto a quella che egli stesso avrebbe considerato una distorsione inaccettabile: vi venne introdotto il concetto di delega, secondo il quale la sovranità veniva esercitata dagli eletti dal popolo.
CATUCCI: - Questo diagramma storico mette a fuoco soprattutto le ‘tecniche’ della democrazia. Ma con l’identificazione del concetto di maggioranza entriamo nel pieno della lotta politica, che mi pare sia un elemento rimasto sullo sfondo.
SETTEMBRINI: - In effetti nella democrazia di Rousseau non c’era posto per la lotta politica, così come non ci dovevano essere partiti. Il partito era esplicitamente condannato in quanto avrebbe potuto imporre la sua volontà generale sui singoli componenti del gruppo e la sua volontà particolare rispetto agli obiettivi di tutta la comunità. Bisognava invece che ogni cittadino votasse in piena libertà, interrogando la sua coscienza e decidendo se la proposta che gli veniva fatta fosse conforme o no alla volontà generale. Ne seguiva che se un individuo restava in minoranza, doveva riconoscere di essersi sbagliato e di avere in qualche modo peccato, di avere cioè seguito la propria volontà particolare andando contro quella generale. (vedi il centralismo democratico- VAR).
Nel corso della Rivoluzione Francese, le assemblee non funzionarono. Cominciarono a funzionare con la progressiva esclusione della minoranza, quando furono gestite dai capipopolo e dalla folla che le invadeva, i quali imponevano alla maggioranza di votare in un certo modo.
CATUCCI: - Il quadro che Lei sta delineando mi sembra abbia a che fare con dei casi limite, o meglio con i problemi limite della democrazia: minoranze soppresse o parlamenti che possono non funzionare perché la maggioranza trova una via per evitare il dibattito. Anni fa, quando in Italia i governi presentavano di continuo decreti legge coi quali chiedevano voti obbligati e guidavano il Paese attraverso tali decreti - che avevano attuazione immediata e venivano varati esclusivamente dal Governo stesso - si criticava proprio il fatto che fosse sistematicamente aggirato il dibattito in Parlamento e che la minoranza fosse condannata a rimanere fuori dalle risoluzioni legislative. Di fronte a fatti come questi, come reagisce una democrazia contemporanea e che tipo di problemi si pone?
SETTEMBRINI: - Per quanto riguarda il funzionamento delle assemblee, il problema è stato risolto prendendo in prestito dalla tradizione inglese il concetto e lo statuto di opposizione. Nel Parlamento inglese coesistono il capo del Governo di Sua Maestà Britannica e il capo dell’Opposizione di Sua Maestà Britannica. L’opposizione è un elemento fondamentale per il funzionamento dell’assemblea: si ritiene che, nonostante la decisione della maggioranza sia obbligatoria anche per la minoranza, quest’ultima non sia parimenti obbligata a cedere sugli argomenti contrari. Tutt'altro: l'opposizione ha il diritto di contestare la decisione presa dalla maggioranza e di cercare di cambiarla conquistando una parte di quest'ultima.
In altre parole si è capito che il popolo non è un ente sacrale, ma è costituito da persone che variano nel tempo - muoiono, arrivano a maggiore età, votano per la prima volta - e si è arrivati a comprendere che è libero se sono liberi gli individui che lo compongono. E' quindi necessario che ci sia una maggioranza per adottare delle risoluzioni, ma la stessa maggioranza dovrebbe deliberare sul minor numero possibile di questioni e dovrebbe cercare di lasciare alla libera scelta degli individui il grosso delle decisioni. E’ suo dovere garantire sempre un ampio margine di contestazione.
CATUCCI: - Sembra che a questo punto la nozione di bene comune non occupi più una posizione di primo piano nella democrazia, e che abbia ceduto il posto alla nozione di libertà individuale.
SETTEMBRINI: - E' senz’altro vero. La fede nell’esistenza di un bene comune come realtà oggettiva comporta un rischio grandissimo dal punto di vista democratico: qualcuno potrebbe infatti arrogarsi il diritto di decidere quale sia il bene comune in sé e per sé. (vedi il caso di Hitler interprete della "volontà del popolo tedesco - VAR).
CATUCCI: - Al giorno d'oggi per entrare in Europa bisogna seguire i parametri dettati dall'economicismo imperante di Maastricht: anche se non chiamassimo questo stato di cose il bene comune bensì la necessità comune, non saremmo comunque in presenza di una volontà intenta a dettare delle sedicenti regole oggettive?
SETTEMBRINI: - Si tratta in ogni caso di regole stabilite dagli uomini. I parametri di Maastricht sono stati proposti, sono modificabili, ogni singolo paese potrebbe tirarsi indietro e quindi non hanno assolutamente nulla di oggettivo. Potremmo obbiettare che non sono prettamente democratici, nel senso forte della parola. In questo caso, infatti, non è stato possibile applicare la democrazia diretta.
A questo punto bisogna tornare a Rousseau: cosa significa dire che quando l’assemblea vota una proposta deve decidere se è conforme o meno alla volontà generale? Il caso è simile a quello del Conclave: i cardinali non votano il papa che desiderano personalmente ma perché un certo numero di voti indica il candidato dello Spirito Santo: per cui il nuovo eletto non è il papa di un gruppo o di un altro, viene invece inteso come il vicario di Cristo. In alcune occasioni, da quando è stato istituito il Conclave, si sono comunque avuti degli antipapi: le minoranze sconfitte sostenevano che il Conclave non aveva interpretato rettamente lo Spirito Santo e gli contrapponevano un antipapa.
Quando un partito prende il potere con la rivoluzione, l’idea di bene comune del vecchio dirigente ne esce sconfitta e viene metodicamente svalutata dal nuovo leader. La concezione della democrazia possibile, ossia di una democrazia reale, esige che la maggioranza sia in ultima analisi pragmatica: la vita individuale - e a maggior ragione quella collettiva - impone di prendere decisioni; ma qual è il miglior modo per adottare collettivamente delle risoluzioni?
O si contano le teste o si spaccano le teste! La democrazia deve quindi essere trasformata in una democrazia liberale, nonostante le critiche - giustificate - tanto da parte di esponenti di estrema sinistra, quanto di estrema destra: una democrazia liberale è infatti essenzialmente formale e non corrisponde più alla sua etimologia, non indica più il demos kratos, il potere del popolo. Ma se si rispettasse il suo nome, la democrazia risulterebbe impossibile da praticare: l’auto governo del popolo di fatto implica sempre uno sdoppiamento e se veramente dovessimo interpretare il termine alla lettera dovremmo arrivare all'anarchia. Infatti Marx e Lenin avevano ipotizzato che il prodotto finale del processo storico sarebbe stato una società senza classi, senza Stato, senza una parte preposta al comando ed un'altra all'obbedienza: una società che si regge spontaneamente e che costituisce una democrazia nel senso originale del termine.
Ma se c’è un governo, c’è sempre una divisione tra chi governa e chi è governato. Rousseau stesso fu costretto a riconoscere che è contro natura che la maggioranza della popolazione governi e una minoranza sia governata: spetta invece alla seconda il compito di prendere le decisioni.
Cosa resta allora della democrazia nella sua concezione moderna? Per capirlo bisogna riferirsi alla politica.
La politica è l’organizzazione del potere: se si rifiuta una visione utopistica che descriva la convivenza tra gli uomini come naturalmente pacifica e priva di qualsivoglia regola, senza giudici, senza poliziotti, senza prigioni ecc., dobbiamo riconoscere che gli esseri umani hanno bisogno di potere per difendersi gli uni dagli altri. Ma lo stesso potere può rivelarsi pericolosissimo e può comportare il rischio di essere danneggiati da un individuo che abbia capacità e forze superiori rispetto a qualunque altro al nostro livello. Si configura così un problema di limitazione del potere, e lo si cerca di organizzare nella divisione dei poteri: in una democrazia moderna la maggioranza di governo non può volere che la bocca della minoranza sia cucita, né desiderare che i diritti degli individui siano violati.
CATUCCI: - A questo punto tirerei in ballo un intervento di Norberto Bobbio sul tema democrazia, estratto dall’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche,
BOBBIO: - Ritengo che riuscire a dare una descrizione minima di democrazia sia non soltanto possibile, ma addirittura necessario: se veramente vogliamo intenderci su questo argomento, abbiamo bisogno di indicare alcuni suoi caratteri specifici sui quali possiamo essere tutti d’accordo. Penso che per determinare questi elementi minimi della democrazia, la si debba definire in modo semplicemente procedurale, vale a dire come metodo per prendere decisioni collettive. Un gruppo democratico è quindi un insieme di persone presso cui valgono almeno queste due regole fondamentali:
-tutti i cittadini partecipano alla decisione direttamente o indirettamente.
-la decisione viene presa a maggioranza dopo una libera discussione.
Tali norme costituiscono il minimo comun denominatore sul quale mettersi d'accordo quando si parla di democrazia ed individuano la discriminante in base alla quale è possibile distinguerla dalle altre forme di governo. Anche se le decisioni vengono prese da pochi individui o da un sola persona, devono comunque essere adottate in base a queste regole – sebbene in realtà nella maggior parte delle democrazie ciò non sia avvenuto.
Qual è il centro del potere a cui queste regole democratiche dovrebbero essere applicate? La fabbrica.
All’interno della fabbrica non esiste un regime democratico: le decisioni sono unilaterali, e dalla parte dei lavoratori sussiste solo una certa possibilità di controllo.
CATUCCI: - Bobbio ha indicato delle regole esplicite, trasparenti e modificabili per la distribuzione dei poteri, e dopo questa breve definizione procedurale ha avanzato una rivendicazione politica – venata di idealismo – con la quale propone di estendere le norme democratiche là dove non ci sono, per esempio nelle fabbriche. Vorrei un commento da Domenico Settembrini.
SETTEMBRINI: - Per quanto riguarda la prima parte, potrei essere d’accordo con lui: è evidente come Bobbio sottintenda che la maggioranza non può decretare, ad esempio, quale religione dovremmo praticare. Ma la logica della proceduralità dice anche che ci potrebbe essere una democrazia totalitaria: basta che sia stata presa a maggioranza e qualunque decisione sarebbe democratica. Questo implica che alla radice della procedura deve essere custodito un sistema di valori la cui base sia il rispetto dei diritti dell’uomo. Da qui l’esigenza di redigere una Costituzione nella quale sia implicata l’idea di legge – e non di essere umano - come unico potere sovrano. Una Legge delle leggi nella quale si descrivano i diversi poteri, si stabilisca come devono essere ripartiti e costituiti, e si indichino i limiti che non possono varcare.
Constant diceva che ci sono delle cose che la maggioranza non può volere. La Corte Costituzionale stabilisce che una legge votata dalla maggioranza, impeccabile dal punto di vista procedurale, possa non essere varata perché in contraddizione con un diritto che la Costituzione garantisce a tutti, e una volta bocciata la legge è considerata nulla. E’ quindi evidente che "procedurale" nel senso inteso da Bobbio non costituisce un termine valido, perché suggerisce che la maggioranza sia sovrana, mentre la maggioranza non può essere sovrana in una democrazia liberale - anche perché questa caratteristica rischierebbe di renderla inamovibile.
Per altro verso, non concordo con Bobbio riguardo al discorso sulle fabbriche: una cosa è sottolineare il fatto che nelle fabbriche debbano essere fatti valere i diritti costituzionali, e una cosa è dichiarare che chiunque possa prendere parte alla gestione delle stesse, come se le decisioni del direttore d’orchestra fossero di pertinenza degli orchestrali. Ricordo che in proposito avemmo uno scambio di idee in un convegno a Locarno e Bobbio, con la sua onestà intellettuale, riconobbe che l’obiezione era fondata. Egli sosteneva che la democrazia non aveva mantenuto le sue promesse perché aveva eluso la partecipazione globale: nella cosa pubblica governavano in realtà delle minoranze. Gli obbiettai che nella moderna divisione del lavoro una qualsiasi persona che scelga di fare il medico, il musicista o l’atleta non avrebbe tempo da dedicare alla partecipazione politica, dato che viviamo in un mondo in cui le professioni ci assorbono completamente.
La democrazia, intesa come liberale ed individualista, tende a dare riconoscimento a tutte quelle masse che nei regimi non democratici sono tagliate fuori. Prima del suo avvento queste masse erano delle quantità trascurabili e, per poter acquisire poteri decisionali, hanno avuto bisogno degli specialisti della politica.
CATUCCI: - Il primo intervento è quello del professor Biagio De Giovanni, in ascolto da Bruxelles, che saluto e ringrazio per la partecipazione. Professor De Giovanni, Lei cosa pensa del principio della democrazia fondata sulle libertà individuali?
DE GIOVANNI: - Mi pare sia un principio giusto, ma forse porrei un accento diverso sul concetto di bene comune, di cui Settembrini parlava prima. Concordo con l’idea che reputa ormai impossibile parlare del bene comune come di una sorta di assoluto, credo però che la democrazia debba costituire una continua mediazione tra le libertà degli individui e l’insieme di una società, o interesse comune. Questa dialettica si rivela necessaria di fronte al rischio che l’esasperazione delle libertà individuali conducano a forme di atomizzazione tali da mettere in discussione quel tessuto comune della società di cui la democrazia non può non essere espressione. Continuo comunque a non nutrire dubbi sulla centralità del tema della libertà; per altro verso penso che tutta la democrazia contemporanea - dopo una lunga opposizione di principio col liberalismo – gli sia in ultima analisi debitrice, tanto che, non a caso, oggi si parla di liberal-democrazia come del terreno di espansione di una società complessa e sviluppata.
Vorrei fare un’ulteriore osservazione: non dobbiamo dimenticare che la democrazia è stata, tutto sommato, il più vasto terreno di lotta politica del mondo moderno e contemporaneo: proprio fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo assistiamo all’irruzione delle masse negli affari di governo e alla ridefinizione del popolo in termini di soggetto politico. E’ la nascita della democrazia moderna, con il suo carico di problemi e con tutte le sue drammatiche lacerazioni, specialmente nel’900.
CATUCCI: – Quindi, per tornare all’argomento iniziale, quali sono i problemi che a tutt’oggi gravano sul futuro della democrazia? E quali sono i conflitti sul modo di intendere la democrazia?
DE GIOVANNI: - Molte delle opinioni riguardo alla democrazia non possono non essere accettate da tutti quelli che si occupano del tema.
Per quanto concerne il suo futuro, la mia ottimistica impressione è che, nonostante le diverse forme di totalitarismo che hanno attraversato il ventesimo secolo, la democrazia sia tutto sommato in espansione piuttosto che in regresso. Non bisogna però trascurare gli aspetti critici e le difficoltà legate al depauperamento degli stati nazionali e delle forme storiche nelle quali la democrazia si è concretata - non a caso, quando uno stato moderno si è formato all’interno di una certa civiltà politico-giuridica è chiamato Stato di Diritto. La democrazia non vive nel vuoto: nel momento in cui le nazioni deperiscono – come spesso avviene oggi - si pone il problema di provare le capacità di una democrazia sovranazionale, e di quanto quest’ultima possa influire sugli stati che non hanno più sovranità sui propri bilanci.
Senza entrare nel dettaglio del problema, bisognerebbe porre la questione del passaggio da una democrazia che è stata definita all’interno degli stati-nazione ad una democrazia che vada oltre i confini degli stessi, come per esempio il processo di integrazione europea. In questi casi si riscontrano molte difficoltà nel ridefinire le linee di passaggio, perché in una società civile nazionale le mediazioni da parte dei partiti nei confronti delle istituzioni costituiscono processi già avviati, sebbene il lessico della democrazia sia oggi in crisi: sovranità, popolo, maggioranza e perfino decisioni, sono concetti su cui si deve tornare a riflettere.
Il processo di democratizzazione dell’Unione europea procede con estrema difficoltà, e in certi casi le norme stabilite – si faceva l’esempio dei parametri di Maastricht - risultano essere meno "democratiche" di quelle che venivano e vengono varate a livello degli stati nazionali, soprattutto perché non si riesce a definire il complesso sistema di mediazioni di cui ho fatto cenno, che sposterebbe l’accento dalla dimensione nazionale a quella sovranazionale. Credo che questa sia una questione storica di enorme importanza e costituirà il problema degli anni a venire.
CATUCCI: - A questo punto comincerei a dare voce agli ascoltatori.
ASCOLTATORE: - Sono d’accordo con il professor Settembrini - e con Aristotele – nel definire la democrazia in termini di ‘selezione aristocratica’. Ma la differenza storica tra le due forme di governo è data dal fatto che mentre le aristocrazie tradizionali si sono affermate ed hanno mantenuto il potere con la forza, la democrazia dovrebbe generare un’aristocrazia meritocratica. Mi sembra quindi che il problema consista soprattutto nell’assicurare delle regole di funzionamento che facciano emergere, dall’interno della popolazione, il gruppo dirigente più adatto a conseguire il raggiungimento del bene comune. Penso però che al riguardo sorgano tre difficoltà:
le democrazie finiscono spesso col divenire delle plutocrazie, dove il potere è in mano ad un’élite economica - basti pensare al nostro paese, nel quale quasi tutta la stampa è di proprietà di pochi gruppi industriali.
molte volte i partiti generano delle liste di deputati che sono espressione delle segreterie piuttosto che della base - la cosiddetta partitocrazia, ampiamente presente in Italia.
anche se il suffragio universale è sicuramente stato un’importante conquista, la mancanza di una reale cultura politica nelle fasce di età più basse potrebbe rendere necessario l’innalzamento dell’età per il diritto di voto.
CATUCCI: - Grazie molte.
Professor Settembrini, mi pare che il nostro ascoltatore abbia messo in luce alcuni dei paradossi della democrazia, anche se penso che Lei sia propenso ad indicare in queste contraddizioni dei fattori importanti proprio per la sopravvivenza della stessa.
SETTEMBRINI: - Sono d’accordo con l’ascoltatore nel riconoscere che in Italia plutocrazia e partitocrazia presentano soprattutto il loro lato degenere, il mio dissenso verte però sul fatto che si possa fare a meno dei partiti. Gaetano Mosca ha ben descritto l’impossibilità tecnica del popolo di governare direttamente: governare significa organizzarsi, per organizzarsi bisogna conoscersi e per conoscersi bisogna essere in pochi; se in un paese grande come l’Italia l’elettore dovesse votare solamente per le persone che conosce, lo stesso voto andrebbe disperso. Quindi non sta al popolo scegliere i deputati, sono i partiti che glieli devono proporre. Ma allora il popolo non conta nulla? In realtà, perché ci sia democrazia i partiti devono essere perlomeno due e devono rivaleggiare tra loro; arbitro della lotta è proprio il popolo, che si ritrova in qualche modo a scegliere il ‘male minore’, ciò che ritiene essere una adeguata mediazione tra le sue idee e le proposte dei candidati.
CATUCCI: - La parola ad un altro ascoltare.
ASCOLTATORE: - Buonasera. Se intendessimo le forme di governo da un punto di vista naturale e i sistemi politici in chiave evoluzionistica, non potremmo definire l’aristocrazia come la ‘metafisica’ di un popolo, o meglio, come il superamento del popolo da parte di sé stesso? Appartiene sì alla cultura, ma è anche paragonabile a ciò che succede in un branco di animali dal quale, ad un certo punto, deve necessariamente emergere un capo, riconosciuto tale in quanto migliore degli altri.
CATUCCI: – Lei intende dire che l’aristocrazia potrebbe essere ricondotta ad una necessità evolutiva?
ASCOLTATORE: - Esattamente. La democrazia potrebbe semmai rappresentare un momento di regresso per un popolo, uno stadio da superare.
SETTEMBRINI: - Come abbiamo già sottolineato, l’elezione è in effetti un strumento aristocratico; all’interno di essa deve comunque rimanere ben chiaro che non si può - in base a criteri personali - contestare la scelta del popolo, arrivando a dire che esso ha preferito i candidati peggiori. In realtà il suo voto cade proprio su quelli che ritiene - nel limite delle possibilità - i migliori. Sindacare sulla scelta del popolo non appartiene a nessuna tradizione politica, se non radicalmente antidemocratica e antiliberale.
CATUCCI: - Abbiamo in linea un altro ascoltatore, il professor Sergio Cotta.
ASCOLTATORE: - Dal punto di vista storico sono d’accordo con Settembrini e sono d’accordo con Bobbio quando si parla di meccanismo procedurale. Penso però che - per non correre il rischio di banalizzare l’argomentazione - il discorso vada affrontato in maniera concettuale, sulla base di categorie interpretative della condizione umana, la quale, a mio avviso, rappresenta una situazione di perfetta uguaglianza strutturale tra ogni individuo: un’essere identici che non ha nulla a che vedere con opinioni, gusti o ricchezza. E’ il rispetto nei confronti di questa condizione strutturale degli esseri umani, a rendere la democrazia il solo sistema politico applicabile. Non dobbiamo concentrarci tanto sul kratos, sul potere, quanto sul demos, sul popolo. Il mio uso del termine democrazia potrebbe quindi essere improprio, ma oltre a questa interpretazione c’è solo ciò che Montesquieu considerava dispotismo, ovvero l’antecedente del totalitarismo. Ne segue che l’unico sistema politico vicino alla condizione umana di uguaglianza risulta essere la democrazia.
Il professor Settembrini afferma la democrazia diretta non è applicabile: ma perché? Perché, dice lui, è praticabile solo nell’ambiente ristretto del villaggio, per cui è da scartare in tutte le realtà più ampie. Rimarrebbe quindi il plebiscito, che però rivela la sua insufficienza, dal momento che non può essere sempre presente e dato che corre il rischio di essere sopraffatto dal potere dispotico: plebisciti sfociati nel totalitarismo sono occorsi in Italia, in Unione Sovietica, in Germania ecc. Non restano che due forme di democrazia: quella parlamentare e quella presidenziale. L’una e l’altra sono accettabili nella misura in cui vi vige la separazione dei poteri, ma in Italia non abbiamo una reale separazione dei poteri: il rapporto tra magistratura e politica, ad esempio, risulta estremamente equivoco.
Dovremmo elaborare le forme di governo tenendo conto della struttura dell’uomo e del concetto di uguaglianza, analizzando i problemi nella loro concretezza.
SETTEMBRINI: - Il Suo contributo ha messo in evidenza che concentrarsi sull’aspetto strutturale dovrebbe impedire persino di pensare che si possa uscire dalla democrazia. Potrebbe anche accadere che alcune democrazie – o lo stesso istituto democratico – degenerino, ma è impossibile pensare a un futuro civile che non sia un futuro democratico, proprio perché questa forma di governo è l’unico modo che abbiamo a disposizione per rispettare l’intima uguaglianza tra tutti gli individui. Sono anche d’accordo sulla sua opinione riguardo alla divisione dei poteri, che senz’altro rappresenta un elemento di fondamentale importanza.
CATUCCI:- Un ultimo ascoltatore.
ASCOLTATORE: - In vista delle conquiste della tecnologia - penso ad Internet - è oggi possibile una democrazia che si avvicini a quella diretta? Leggevo recentemente che, in un piccolo stato caraibico, Internet è stato usato come mezzo di votazione durante le ultime elezioni, proprio perché può dare al popolo la possibilità di esprimersi con più facilità.
SETTEMBRINI: - Mi sembra una domanda molto interessante. Apparentemente Internet – offrendo una possibilità di risposta immediata – potrebbe fornirci i mezzi per tornare alla democrazia diretta, ma al riguardo non si tiene conto di una cosa: governare è scegliere, fare compromessi. Chi dovrebbe porre le domande in rete? Ovviamente la scelta cadrebbe su qualcuno che è "più uguale degli altri". E se si chiedesse on line: volete pagare questa tassa? Tutti risponderebbero di no; oppure: vorreste che nel quartiere si costruisca una nuova scuola? Tutti risponderebbero di sì. Ma chi eseguirebbe ordini così contraddittori? E’ un’illusione pensare che quello della democrazia diretta che sia un problema tecnologico.
CATUCCI: - Professor De Giovanni, vuole darci un parere su questo ultimo punto?
DE GIOVANNI: - Neanche io credo nella possibilità che la democrazia possa diventare qualcosa da gestire dall’interno della propria casa, semplicemente premendo un tasto per esprimere una qualsiasi decisione.
Un’ultima osservazione: la democrazia è poliarchia, cioè molteplicità di valori, e la molteplicità dei valori rischia di portare ciascuna corporazione a rappresentare esaustivamente l’insieme. La politica – vale a dire i partiti, con tutte le loro mediazioni – risulta essere decisiva per la sopravvivenza della democrazia.
CATUCCI: - Ringrazio il professor De Giovanni, il professor Domenico Settembrini e tutti gli ascoltatori. A presto.
Biografia di Domenico Settembrini
Trasmissioni sul tema I problemi della politica
I giovani e la politica di Pietro Ingrao
Che cos'è la politica? di Gennaro Sasso
Etica e politica di Giacomo Marramao
La politica e l'interesse collettivo di Enzo Bianco
La democrazia come rischio di Biagio De Giovanni
Pensare la rivoluzione di François Furet
Questioni di Filosofia (25/1/1998)
Fonte: Enciclopedia Multimediale delle scienze filosofiche ; rai.it
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