Michael Moore: «La sanità italiana è invidiabile»
da “Il Messaggero”
(con interviste e trailers in lingua originale)
NEW YORK (20 giugno) - O è vero che al peggio non c'è mai fine, oppure che ogni situazione deve essere comparata con altre e allora può non rivelarsi la peggiore. E' di questo avviso il regista americano Michael Moore che assolve a pieni voti la sanità italiana, anzi la mette al secondo posto dopo quella francese come capacità assistenziale.
Ad essere messo sotto accusa è il sistema sanitario americano che il cineasta di Farhenheit 911 passa sotto la lente della sua cinepresa inchiodandolo come un sistema che una classe politica corrotta ha consegnato negli anni Settanta alla lobby delle assicurazioni e del farmaco.
E così altro che malasanità in Italia: morti in ospedale per tubi collegati male? Attese lunghe mesi per fare le analisi? Infezioni in corsia e posti letto che mancano? Roba da ragazzi per il regista Moore che elogia invece la filosofia della solidarietà pubblica delle strutture europee.
Il suo nuovo documentario "Sicko" racconta la storia drammatica di americani a cui sono stati negate dalle assicurazioni e dagli ospedali cure salva-vita perchè non potevano permettersi di pagare, mostrando come contrappunto il lieto fine di analoghe vicende in Gran Bretagna, Canada, Francia e perfino a Cuba.
Dopo esser stato mostrato in anteprima a Cannes e piratato lo scorso fine settimana su YouTube («Un lavoro da insider, di chi ha interesse a far fallire la prima», ha detto il regista), Sicko uscirà nelle sale Usa il 29 giugno con un assaggio già oggi in un solo cinema di New York e poi in altre città da San Francisco a Boston, da Los Angeles a Filadelfia.
Alla vigilia del debutto la controffensiva è scattata a tutto campo: «Moore è pazzo, offre la ricetta sbagliata», ha bocciato il film il New York Post ricordando che il sistema francese tanto decantato da Sicko non ha evitato a 15 mila anziani di morire nell'estate torrida del 2003 perchè negli ospedali non c'era aria condizionata.
«Bisogna far capire agli americani che il modello europeo non è la soluzione alla crisi», ha protestato Sally Pipes del Pacific Research Institute.
«Quella di Moore è una visione di parte, assolutamente forzata», ha protestato Ken Johnson, vice-presidente della Pharmaceutical Research and Manifacturers of America mentre grosse industrie del farmaco hanno aperto le casse per finanziare gruppi di ricerca conservatori come il Manhattan Institute che ha messo a disposizione i suoi esperti per dare alla stampa americana una visione alternativa del sistema sanitario nazionale rispetto alla catastrofe descritta dal film di Moore.
L'industria farmaceutica e delle assicurazioni erano del resto sul chi vive da tempo: fin da quando si era sparsa la voce che Moore aveva messo loro gli occhi addosso i dipendenti erano stati avvisati a stare in guardia nel caso fossero stati avvicinati dal monumentale regista e dalla sua troupe.
Quanto a Moore, che nel frattempo si è messo a dieta («perchè girando Sicko mi sono accorto che siamo tutti responsabili della nostra salute in prima persona»), si è detto pronto a far fronte agli attacchi: «Me li aspetto, ma spero che questo film riesca a raggiungere gente che in America la pensa diversamente da me, che faccia riflettere sul fatto che siamo tutti americani e che prima o poi tutti faremo i conti con i guasti del sistema».


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