
L'ultima notte di Sylvia Plath, l'undici febbraio 1963. Sylvia ha trent' anni, due figli piccoli (Nicholas, che non ha ancora un anno e Frieda, che ne ha solo tre) che non faranno in tempo a conoscere la madre, un marito dal quale si è appena separata perché la tradiva. A Londra, dove si è trasferita, sta vivendo l'inverno più freddo degli ultimi 150 anni. Prende degli antidepressivi. Ha scritto alla madre: "Adesso vedo com'è tutto definitivo, ed essere catapultata dalla felicità mucchesca della maternità nella solitudine e nei problemi non è certo allegro". I pochi amici che la vengono a trovare e il dottor Horder, che la segue assiduamente, sono molto preoccupati per le sue evidenti condizioni di esaurimento psico-fisico,
tanto da cercare di organizzare un ricovero in ospedale. Hanno letto i suoi scritti e le sue poesie, sanno che per lei "...non ci sono sconti al male di vivere. L'opera non redime. Il male è nella materia: il male è nella cosa.
Il male è nella creazione."
Quella mattina, Sylvia lascia la colazione (pane e latte) accanto ai lettini dei suoi bimbi. Spalanca la finestra della loro camera e sigilla le fessure della porta con nastro adesivo ed un asciugamano. Va in cucina, anche qui sigilla tutte le fessure, poi infila la testa dentro il forno e accende il gas. Ha lasciato solo un breve messaggio, scritto su un foglietto appuntato sulla carrozzina del figlio: "Per favore, chiamate il dottor Horder", che è stata l'ultima persona a vederla viva, insieme ad un vicino di casa al quale a tarda sera ha chiesto un francobollo per una lettera di cui non si capiva l'urgenza.
Eppure la sua incapacità di tollerare lo strazio della vita quotidiana non
le ha impedito di scrivere per i suoi bimbi, in previsione di quando
sarebbero stati in grado di leggere o di ascoltare, una filastrocca tenera e
buffa, piena di giochi di parole, e due favole che trasudano ansia di
serenità familiare. Nella prima favola "Folletti in cucina", Silvia Plath
racconta in modo lieve e spiritoso una ribellione nella cucina della signora
Mirtilla Maggiolina: ciascun elettrodomestico è consapevole di svolgere il
proprio lavoro in modo soddisfacente, però ognuno desidera cambiare e fare
il lavoro di un altro. «Non è che non mi piaccia sbattere le uova - spiegò
il Frullino - ma se guardo le delicate piegoline e le sottili nervature così
ben spianate da Ferrodastiro sulle camicette bianche, sento che anch'io
saprei farne di altrettanto precise e deliziose.». E così anche Lavatrice,
Forno, Caffettiera, Freezer, tutti vogliono cambiare mestiere per prendere
il posto di un amico. Per un incantesimo, finalmente i desideri degli
smaniosi elettrodomestici vengono esauditi e ognuno si appropria del lavoro
di un altro. Il risultato è una catastrofe, la cucina impazzisce e tutto va
all'aria, fino a quando ognuno grida disperato: «Restituitemi il mio antico
lavoro!» e le cose tornano a marciare come si deve. «Per imparare qualcosa
non c'è niente di meglio dell'esperienza, ma ciò che si impara è che non
possiamo fare qualsiasi cosa ci passi per la mente, perché ognuno di noi ha
una vocazione, un talento e dei limiti. Tostapane non può ghiacciare cubetti
d'acqua, Lavatrice non può cuocere le torte."
E proprio nella preparazione di una torta (la Weichselcreme Torte, secondo
la ricetta della nonna austriaca), nello spazio rassicurante e protettivo
della cucina, noi vediamo impegnata Sylvia, nel corso della sua ultima
notte. Ha fatto addormentare Nicholas e Frieda con una "nursery rhyme", ha
piegato con cura i loro vestitini e vuole che al risveglio trovino due fette
di quella torta della nonna che a loro piace tanto. Mentre è intenta a
frullare le uova per la crema, lascia che si spalanchino davanti ai suoi
occhi i troppi buchi neri che la ossessionano da sempre, tira fuori cose che
ha chiuse dentro da anni: l'ombra che esce dallo specchio e divora il corpo,
l'incubo del primo elettro-shock ("Che cosa terribile avevo mai fatto, mi
chiesi."), i tre squilli allucinati del telefono che le riportano la voce
camuffata dell'amante del marito ("Parla, parla! Chi è?/ Sprizzano dalla
cornetta bucherellata, cercano un ascoltatore."), e che la spingeranno a
scrivere "...Come da una stella, vidi, in modo freddo e sobrio, la
separazione di ogni cosa [.] L'esperienza di fusione meravigliosa con le
cose di questo mondo era finita". Solo la morte le consentirà di rientrare
nel mondo della purezza e della luce. Così all'alba, "in quell'ora azzurra,
silenziosa, quasi eterna che precede il canto del gallo, il grido del
bambino, la musica tintinnante del lattaio che posa le bottiglie", mette in
atto il suo proposito. E qui ci siamo permessi di non riproporre il rituale
del forno acceso, con la testa appoggiata ad un asciugamano, ma di
riportarla al suo primo tentativo di suicidio, quello della legnaia in cui
si è chiusa per tre giorni, mantenuta in vita soltanto dal vomito provocato
dai troppi barbiturici che aveva ingurgitato; come "Aida" nel sepolcro,
sembra implorare "Pace, pace" dopo il brutto sogno della vita.