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FRA SALVEMINI E LYSENKO
(OVVERO: CI SONO LIMITI AL "DIRITTO ALL'IGNORANZA"?)
di Giorgio Bini
Esiste un diritto all'ignoranza? Certamente esiste l'ignoranza, e sembra espandersi e trionfare in tutti gli strati del popolo, come se un simile diritto fosse sancito. Del resto quel diritto, che per quel che risulta allo scrivente non è proclamato in termini ufficiali (come potrebbe?) fu enunciato da Gaetano Salvemini in un discorso molto serio, che forse non è inutile richiamare.
Il diritto all'ignoranza
Salvemini parlò di questo diritto in una conferenza del 1914 non, s'intende, per esaltare l'insipienza ma come argomento contro l'enciclopedismo, il nozionismo, lo specialismo della scuola di allora, a favore di un apprendimento ben fondato, ben organizzato. Come storico e insegnante universitario, confessava di conoscere, e neppur completamente, solo tre o quattro gruppi di fatti storici; sapeva però di non sapere, era capace di studiare e considerava la cultura una raffinata educazione dello spirito che rendesse capaci d'apprendere, un'abitudine allo sforzo, un bisogno d'idee logiche e chiare, il gusto dell'iniziativa personale e critica. Si aveva diritto a non possedere un'istruzione nozionistica, ma l'ignoranza di cui Salvemini proclamava la legittimità doveva spingere a un costante sforzo per apprendere. La scuola riconoscesse dunque quel diritto, desse la coscienza dell'ignoranza e suscitasse il desiderio di vincerla.1
La questione di quanto si sa, quanto si ha il dovere di conoscere, quanto si ha il diritto d'ignorare riguarda tutti i cittadini e le cittadine per il principio democratico, naturalmente poco apprezzato e condiviso, che tutti e tutte dovrebbero apprendere "dalla scuola e dalla vita" quel tanto di conoscenze, competenze e abilità che sono necessarie per comprendere la situazione del proprio tempo ed essere cittadini e cittadine consapevoli. Riguarda poi in modo speciale quei viri e mulieres docti, doctae e docendi periti e peritae che, con un po' di citazioni implicite, possiamo dire che dovrebbero essere gli uomini e le donne di scuola.
E Lysenko?
Qualche mese fa mi accadde di nominare Lysenko parlando con due brave abilitande di una Ssis, una laureata in scienze naturali e l'altra in biologia, e di suscitare il loro incuriosito stupore: Lysenko? Chi era costui? Qualche giorno dopo chiesi se ne sapevano qualcosa a qualche decina di altri laureati e laureate provenienti dalle facoltà di lettere, lingue, scienze, e nessuno l'aveva mai sentito nominare. Per il caso che uno o due dei tre o quattro lettori e lettrici di questo scritto condividessero quella(legittima) ignoranza, ecco qualche notizia, qui fornita da un non biologo, che oltre cinquant'anni fa, quando il "caso Lysenko" esplose ed ebbe grande risonanza anche in "Occidente", cercò di capirci qualcosa sebbene con le conoscenze che allora, prima della descrizione del Dna (1953), avevano i non specialisti fosse piuttosto difficile.
Questo Trofim. D. Lysenko era un agronomo sovietico che aveva riportato qualche successo nel campo degl'innesti e della coltivazione di ibridi quando, dopo una scalata non breve e non sempre facile a un successo più generale, basandosi sopra un'ignoranza presuntuosa («fanatico ciarlatano» lo dice M. Lerner) e sull'appoggio delle autorità politiche, s'improvvisò biologo, attribuì a una scelta teorica di tipo lamarckista (trasmissibilità dei caratteri acquisiti) i risultati ottenuti e quelli gabellati. A questo punto, con l'aiuto di uno dei personaggi più odiosi in cui potevano imbattersi nell'Urss le persone di vera o presunta cultura, il filosofo Prezent, denunciò ufficialmente come metafisica, borghese, e ovviamente falsa la genetica "mendeliano-morganiana-weismanniana", insomma la genetica che si veniva sviluppando per opera dei seguaci di Mendel, al cui centro sta il concetto che vengono trasmessi in eredità il patrimonio genetico risultato dalla fusione dei gameti dei due genitori e le mutazioni, (che sono casuali) avvenute in questo patrimonio per varie cause, anche "esterne". Con l'appoggio, come s'è detto, del potere politico (di Stalin e dei suoi successori, Chruscëv compreso), Lysenko, i suoi sostenitori e seguaci imperversarono per oltre un quindicennio dopo che il lysenkismo fu proclamato nel 1948 la dottrina biologica ufficiale, eliminarono quasi del tutto la genetica russa e sovietica e perseguitarono i biologi "sospetti", il più illustre dei quali, l'accademico Vavilov, morì in detenzione.
Non pochi studiosi hanno trovato nelle enunciazioni teoriche di Lysenko elementi di vitalismo e volontarismo. Certe sue enunciazioni appaiono idealistiche o, peggio, come l'affermazione che, nella lotta per cacciare "il caso" dalla biologia, la casualità dev'essere trasformata in necessità, in una regolarità conforme a leggi, che è una specie di affermazione dell'Uomo legislatore della natura quasi in senso non semplicemente conoscitivo ma ontologico.2
Una controversia tra marxisti
Nei primi decenni del secolo XX si affermò nel movimento comunista, e durò per gran parte del secolo, specialmente ma non solo nei Paesi "dell'Est", una versione engelsiano-leninista del marxismo, detta materialismo dialettico, dignitosa in alcune sue espressioni, a partire dal Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin (1909) fino all'opera di Geymonat e alcuni suoi allievi (Bellone, Giorello, Tagliagambe), Attualità del materialismo dialettico (Editori Riuniti, Roma 1974), ma per lo più fatta di prodotti di scarto elaborati da filosofi sovietici e dei Paesi a controllo sovietico o, peggio, di funzionari di partito formati sugli scritti di Stalin (come il micidiale Materialismo storico e materialismo dialettico) e degl'imitatori di Stalin.3 Inizialmente il materialismo dialettico si sforzava di dare risposta a problemi di carattere ontologico e metafisico, oltre che epistemologico, di collocare in una prospettiva moderna il problema del rapporto fra scienza e filosofia. Ma poi la cultura sovietica tutta intera fu chiamata a discutere sul rapporto di questa dottrina con le conquiste più avanzate della scienza moderna - la genetica, come s'è visto, e, soprattutto, la fisica - e a fare del materialismo dialettico una filosofia onnicomprensiva che avrebbe finito con il "dare ordini" alle scienze, in una confusione di ruoli e di linguaggi che non poteva produrre altro che oscurità logica e crisi culturale.
Questa problematica, specie per la parte di carattere biologico, interessò tutti i partiti comunisti e gl'intellettuali marxisti. In Italia le teorie sovietiche fecero danni non troppo rilevanti. I biologi di sinistra nel complesso reagirono bene, salvo qualche incertezza iniziale. Lo sviluppo della biologia e, al suo interno, della genetica era abbastanza avanzato perché tutti potessero rendersi conto che, sebbene venissero dall'Urss, un Paese che a quei tempi esercitava un grande fascino sui lavoratori anche intellettuali, quelle idee erano sbagliate e inaccettabili. Se ne discusse fra l'altro alla Fondazione Gramsci, con una relazione di Massimo Aloisi, e la rivista "Società" pubblicò insieme con la relazione dell'importante biologo comunista anche alcuni scritti di altri studiosi e ricercatori (Marcel Prenant, famoso scienziato comunista francese, ne diede notizia qualche anno dopo, in un certo senso presentando quelle di Aloisi come posizioni esemplari). A dire il vero, non mancarono gli spunti polemici; per esempio, Montalenti rimproverò ad Aloisi un certo ritardo e pose il problema fondamentale (era già stato posto da altri, segnatamente da Huxley): «se sia lecito che organi statali, o persone o gruppi di persone incompetenti in una data specialità, si arroghino - in nome di una dottrina politica o di un credo religioso o di una teoria filosofica, di cui si ritengono i soli interpreti infallibili - il diritto di legiferare sulla validità di una dottrina scientifica» (cfr. "Società", n° 3,1955)4. Il tema fu ripreso dallo stesso Aloisi in polemica con Roderigo-Togliatti, in "Rinascita", n° 9,1957, dove fra l'altro rilevò che l'affare Lysenko fu «scandalo e tragedia» perché i suoi esperimenti furono sostenuti da un organo politico importante come il Comitato centrale del Pcus e perché «a quella presa di posizione seguì l'ostracismo verso tutti quegli scienziati sovietici che non condividevano (…) le posizioni divenute "ufficiali"».
L'autonomia della ricerca scientifica
In questo suo sviluppo degenerato, il materialismo dialettico, divenuto filosofia ufficiale e obbligatoria dell'Urss, portò alle estreme conseguenze la teoria leninista, di per sé densa di pericoli, della "partiticità" della cultura: la scienza, come la filosofia e ogni altra manifestazione culturale, doveva avere un carattere "bolscevico" e rispettare i canoni del materialismo dialettico, che naturalmente erano fissati dal partito comunista, ossia da Stalin e da pochi fidati collaboratori (fra questi si distinse Andrei Zdanov, il cui nome è associato alla descrizione di un atteggiamento totalitario nel campo della cultura. In Italia, con maggior finezza, Emilio Sereni, alla fine degli anni quaranta responsabile della cultura del Pci, sostenne posizioni simili, spingendosi a una qualche giustificazione del totalitarismo culturale).5
C'importa di Lysenko?
Quella "vertenza tra comunisti" può benissimo non importarci, specie ora che di comunisti ne sono rimasti piuttosto pochi e una parte dei più fieramente combattivi tra loro sono emigrati altrove e ci spiegano la democrazia e il liberalismo con lo stesso presuntuoso sussiego con cui ci spiegavano la rivoluzione. Ma quella "vertenza fra comunisti" c'interessa tutti perché a tutti pone il problema dell'autonomia della scienza - del suo concreto operare, del modo come organizza il suo linguaggio, i suoi metodi, i suoi concetti - da ogni altro aspetto della vita culturale. Distinzione che, naturalmente, non significa assenza di contatti e di rapporti anche stretti. E, prima ancora, distinzione assoluta dal potere politico, non solo nel senso ovvio che quel potere non ha nessun titolo per interferire con il lavoro degli scienziati, ma nel senso più generale che la scienza - le sue ricerche, i suoi risultati, la sua organizzazione - devono godere della massima autonomia possibile. S'intende che, anche se fra noi non c'è uno Zdanov o un Lysenko, nessuno può credere o fingere di credere che questa autonomia dalle nostre parti sia garantita6.
E Lysenko? E Salvemini?
Lysenko è stato un pretesto per accennare proprio a questo problema culturale e politico fondamentale: in che cosa consiste e come difendere l'autonomia e la libertà della scienza e della ricerca, laicamente, dal potere politico, dai tentativi ideologici, filosofici e religiosi di porle limitazioni e impacci, di assoggetarla ad "altri" fini.
Possiamo ignorare Lysenko? Le studentesse e gli studenti di materie biologiche non dovrebbero essere messi in condizione di apprendere quel tanto di storia della biologia in generale e della genetica in particolare che servono per leggere e comprendere un fenomeno come quello e come altri simili e ricavarne una comprensione ben fondata della questione generale che concerne, come s'è detto, la libertà e l'autonomia della scienza? Ma la questione è più generale, riguarda le persone il cui difficile e insostituibile mestiere consiste nell'aiutare la gioventù a "leggere" e comprendere il mondo. Il "diritto all'ignoranza" per queste persone è più problematico. Detto sbrigativamente: ci sono aspetti generali della realtà, qualunque sia il linguaggio in cui vengono descritti, nei cui confronti altre categorie di lavoratori intellettuali possono concedersi l'ignoranza e chi insegna non può. Chi deve orientare i giovani, per restare al nostro esempio, sulla libertà della scienza e sui suoi nemici, forse non ha il diritto d'ignorare il "caso Lysenko", così esemplare e così abbondantemente documentato. E questo qualunque sia il tipo di insegnamento a cui si dedica - unico, insuperabile limite dovrebbe essere la comprensibilità per gli alunni - e indipendentemente dal grado di conoscenze "tecniche" di cui dispone. Lo stesso può dirsi per numerosi altri aspetti della nostra cultura, scientifici, storici, giuridici. Forse se ci riflettessimo con una qualche attenzione riusciremmo a redigere, per così dire, un canone delle conoscenze indispensabili a chi insegna per il fatto che insegna.
Per intanto possiamo provare a formulare una specie di assioma culturale-professionale: chi esercita la professione d 'insegnante non ha il diritto di ignorare gli aspetti della nostra cultura la cui conoscenza è indispensabile per formare nei giovani la capacità di (provare a) comprendere la realtà personale, sociale, naturale.
Note bibliografiche
- G.Salvemini, Che cos'è la cultura, in Scritti sulla scuola, Feltrinelli, Milano 1966.
- Alcuni testi su Lysenko e i problemi biologici: A.N.Bacarev, Miciurin grande trasformatore della natura, Universale Economica, Milano 1953; F.Belardelli, Il "caso Lysenko" nel quadro dei rapporti tra il marxismo e le scienze naturali, in "Scientia", 1977; J. Huxley, La genetica sovietica e la scienza, Longanesi, Milano 1977; M. Lerner, Eredità evoluzione società, Mondadori, Milano 1972; R. Lewontin, R. Levins, Il problema del lysenkismo, in H. Rose, S. Rose (a c. di), Ideologia delle scienze naturali, Feltrinelli, Milano 1977; T. D. Lysenko, Nuove vie alla biologia, Macchia, Firenze 1949; A. Molodcikov, Miciurin Lysenko Burbank trasformatori della Natura, Macchia, Firenze 1949; G. Montalenti, L'evoluzione, Einaudi, Torino 1965; Prezent: gli avversari teorici come "nemici del popolo", in L. Tagliagambe (a c. di), Materialismo dialettico nella filosofia sovietica, Loescher, Torino 1972; J. Segal, Miciurin Lysenko e il problema dell'eredità, Universale Economica, Milano 1952; S. Tagliagambe, La controversia sulla genetica e sulla selezione, in id., Scienza e marxismo, Loescher, Torino 1979.
- Cfr. in particolare, il vol VI della Storia del pensiero filosofico e scientifico di L. Geymonat, Garzanti, Milano 1972, specialmente i capp. IV, XII, XIV, XVI, XXI; l' Intervista filosofica, Laterza, Roma-Bari 1974, Tra marxismo e no, Laterza, Roma-Bari 1979 e Tramonto dell'ideologia, Laterza, Roma-Bari 1980 di L. Colletti; S. Timpanaro, Sul materialismo, Nistri Lischi, Pisa 1976; id. Il verde e il rosso, Odradek, Parma 2001 e, soprattutto, U. Cerroni, Materialismo storico e scienza, Milella, Lecce 1976. In generale: A. Bogdanov, La scienza, l'arte e la classe operaia, Mazzotta, Milano 1978; D. Buican, L'eterno ritorno di Lysenko, Armando, Roma 1983; L. Gruppi, Il pensiero di Lenin, Editori Riuniti, Roma 1971; R. Havemann, Dialettica senza dogma, Einaudi, Torino 1961; D. Lecourt, Lenin e la crisi delle scienze, Editori Riuniti, Roma 1974; id., Il caso Lysenko, Editori Riuniti, Roma 1977; Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, Editori Riuniti, Roma 1970; id., Quaderni filosofici, Feltrinelli, Milano 1958; AA.VV., L'interpretazione materalistica della meccanica quantistica, Feltrinelli, Milano 1972; L. Lvov, Materialismo e idealismo nella fisica moderna, in "Rassegna della stampa sovietica", n. 3, 1949; Sul marxismo e le scienze, quaderno n. 6 di "Critica marxista", 1972; S. Tagliagambe, Scienza e marxismo in Urss, Loescher, Torino 1979;id., Materialismo e dialettica nella filosofia sovietica, Loescher, Torino 1979.
- N. Ajello, Intellettuali e Pci 1944/1958, Laterza, Roma, Bari 1979; F. Graziosi, La discussione sulla genetica nell'Urss, in "Società", n. 1,1949; M. Aloisi, La situazione delle scienze biologiche, in "Società", n. 6, 1954; id., Lysenko e la ereditarietà dei caratteri acquisiti, lettera a "Rinascita", n. 9, 1957; G. Procacci, Discutendo con Althusser, in "Rinascita", n. 25, 1976; M. Prenant, Les problèmes biologiques. Una mise au point, in "La pensée", n. 72, 1957; Roderigo, A ciascuno il suo, in "Rinascita", n. 7/8,1957; La situazione nelle scienze biologiche, in "Società", n. 3,4, 1955.
- E.Sereni, Scienza marxismo cultura, Le Edizioni Sociali, Roma 1949; A. Zdanov, Politica e ideologia, ed. Rinascita, Roma 1949.
- Cfr. AA.VV., L'ape e l'architetto, Feltrinelli, Milano 1976; M. A. Bonfantini, M. Macciò, La neutralità impossibile, Mazzotta, Milano 1977; Mondadori, Milano 1970; AA.VV., Scienza e potere, Feltrinelli, Milano 1975.
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