22 anni fa...
di Giovanni Morsillo
22 anni fa, l'11 giugno del 1984, moriva Enrico Berlinguer. Molto è stato
scritto, detto, non sempre in buona fede né con rigore storiografico sulla
sua figura che tutti, soprattutto i suoi detrattori, si affannano ancora a
illustrare come mitica. Abbiamo il dubbio che lo facciano proprio per
disumanizzarlo, per allontanare dal quotidiano della bassa clientela
politica la sua imbarazzante testimonianza che la politica stessa può essere
fatta (deve essere fatta) su basi completamente diverse: di umanità, di
rettitudine, di etica sociale. La funzione della politica, del partito,
della classe assume con Enrico Berlinguer il suo volto naturale, quello di
organizzare per trasformare, nella tutela delle acquisizioni per consentire
il loro superamento attraverso nuove conquiste.
Noi siamo gente semplice, piccoli militanti periferici, non avvezzi alle
alte speculazioni teoriche, ma siamo convinti che quello stile, quel modo di
intendere la passione e l'azione politica, il fertile connubio fra ricerca e
tradizione, sia quanto si aspetta dalla sua organizzazione chi decide di
impegnarsi nella società. Non è rimasto molto - al di là della retorica di
maniera che fa finta di rimpiangerlo - dell'insegnamento di Berlinguer nei
comportamenti ma anche negli obiettivi di molta parte dei gruppi dirigenti,
di sinistra in primis. Tuttavia, come sanno bene i marxisti, la realtà ha la
testa dura, e prima o poi i fragili castelli di opportunismo e di menzogna
costruiti dai mestieranti della politica si incrinano e crollano
rovinosamente.
Enrico Berlinguer appartiene ad una generazione di comunisti che ha
insegnato a leggere la realtà e ad avere fiducia nell'utopia. Erano i
comunisti di fronte ai quali, secondo la celebre frase di Mauro Scoccimarro,
quando passavano per strada la gente si toglieva il cappello, e diceva: "sta
passando un galantuomo".