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Qui le 47 strofe conosciute

dell' Inno del patriota sardo contro i baroni

1. Procurade e moderare,
Barones, sa tirannia,
Chi si no, pro vida mia,
Torrades a pe' in terra!
Declarada est già sa gherra
Contra de sa prepotenzia,
E cominzat sa passienzia
ln su pobulu a mancare

1 Cercate di frenare,
Baroni, la tirannia,
Se no, per vita mia,hj
Ruzzolerete a terra!
Dichiarata è la guerra
Contro la prepotenza
E sta la pazienza
Nel popolo per mancare

1 Cercate di moderare,
Baroni, la tirannide,
altrimenti, per la mia vita!,
Tornate a piedi a terra!
Dichiarata è la guerra
contro la prepotenza,
e comincia la pazienza
nel popolo a venir meno

2. Mirade ch'est azzendende
Contra de ois su fogu;
Mirade chi non est giogu
Chi sa cosa andat a veras;
Mirade chi sas aeras
Minettana temporale;
Zente cunsizzada male,
Iscultade sa 'oghe mia.

2 Badate! contro voi
Sta divampando il foco;
Tutto ciò non è gioco
Ma gli è fatto ben vero;
Pensate che il ciel nero
Minaccia temporale;
Gente spinta a far male,
Senti la voce mia

2 Badate che si sta levando
contro di voi l’incendio;
badate che non è un gioco,
che la cosa diventa realtà;
badate che non è un gioco,
la minaccia di un temporale;
gente mal consigliata,
ascoltate la mia voce.

3. No apprettedas s 'isprone
A su poveru ronzinu,
Si no in mesu caminu
S'arrempellat appuradu;
Mizzi ch'es tantu cansadu
E non 'nde podet piusu;
Finalmente a fundu in susu
S'imbastu 'nd 'hat a bettare.

3 Non date più di sprone
Nel povero ronzino,
O in mezzo del cammino
Si fermerà impuntito;
Gli è tanto stremenzito
Da non poterne più,
E finalmente giù
Dovrà il basto gittare

3 Smettete di usare lo sprone
col povero ronzino,
altrimenti a metà strada
s’inalbera imbizzarrito;
badate che è stanco e magro
e non ne può più,
alla fine gambe all’aria
getterà basto e cavaliere.

4. Su pobulu chi in profundu
Letargu fit sepultadu
Finalmente despertadu
S'abbizzat ch 'est in cadena,
Ch'istat suffrende sa pena
De s'indolenzia antiga:
Feudu, legge inimiga
A bona filosofia!

4 Il popolo, da profondo
Letargo ottenebrato,
Sente al fin disperato,
Sente le sue catene,
Sa di patir le pene
Dell'indolenza antica.
Feudo, legge nemica
A tutte buone cose!

4 Il popolo che in un profondo
letargo era sepolto,
finalmente si è destato
e si accorge di essere incatenato,
di pagare le conseguenze
della sua antica indolenza:
feudo, legge nemica
di ogni buona filosofia.

5. Che ch'esseret una inza,
Una tanca, unu cunzadu,
Sas biddas hana donadu
De regalu o a bendissione;
Comente unu cumone
De bestias berveghinas
Sos homines et feminas
Han bendidu cun sa cria

5 Quasi fosse una vigna
O un oliveto o un chiuso,
Borghi e terre han profuso...
Li han dati e barattati
Come branchi malnati
Di capi pecorini;
Gli uomini ed i bambini
Venduto han colle spose

5 Come se si trattasse di una vigna
o di una tanca, un campo,
anno ceduto i villaggi,
gratis o a buon mercato,
come un gregge
di pecore
uomini e donne
coi loro figli hanno venduto.

6. Pro pagas mizzas de liras,
Et tale olta pro niente,
Isclavas eternamente
Tantas pobulassiones,
E migliares de persones
Servint a unu tirannu.
Poveru genere humanu,
Povera sarda zenia!

6 Per poche lire han reso,
E talvolta per niente,
Schiava eternamente
La popolazione;
Mille e mille persone
Curvansi ad un sovrano.
Gramo genere umano,
Grama sarda genia!

6 Per poche migliaia di lire
e talvolta per niente,
eternamente schiave
tante popolazioni,
e migliaia di persone
sono schiave del tiranno.
povero genere umano,
povero popolo sardo!

7. Deghe o doighi familias
S'han partidu sa Sardigna,
De una menera indigna
Si 'nde sunt fattas pobiddas;
Divididu s'han sas biddas
In sa zega antichidade,
Però sa presente edade
Lu pensat rimediare.

7 Si hanno poche famiglie
Partito la Sardegna.
In maniera non degna
Furono fatte ancelle
Le nostre terre belle
Nell'empia antichità;
Or questa nostra età
Vuol ciò rimediare

7 Dieci o dodici famiglie
hanno spartito fra loro la Sardegna,
in modo indegno
se ne sono impossessate;
hanno diviso i villaggi
nella buia e cieca antichità:
però attualmente
si pensa di porvi rimedio.

8. Naschet su Sardu soggettu
A milli cumandamentos,
Tributos e pagamentos
Chi faghet a su segnore,
In bestiamen et laore
In dinari e in natura,
E pagat pro sa pastura,
E pagat pro laorare.

8 Nasce il Sardo, soggetto
A rei comandamenti;
Tributi e pagamenti
Deve dare al sovrano
In bestiame ed in grano
In moneta e in natura;
Paga per la pastura,
Paga per seminare.

8 Il sardo nasce assoggettato
a mille obblighi;
tributi e tasse
che versa al signore,
in bestiame e grano,
in danaro e in natura,
e paga per il pascolo,
e paga per lavorare la terra.

9. Meda innantis de sos feudos
Esistiana sas biddas,
Et issas fìni pobiddas
De saltos e biddattones.
Comente a bois, Barones,
Sa cosa anzena est passada?
Cuddu chi bos l'hat dada
Non bos la podiat dare.

9 Già, pria che i feudi fossero,
Fiorian i borghi lieti'
Di campi e di vigneti,
Di pigne e di covoni;
Or come a voi, Baroni,
Tutto questo è passato?
Colui che ve l'ha dato
Non vel potea dare.

9 Molto prima dei feudi
esistevano i villaggi,
ed erano loro a possedere
boschi e campi.
Com’è che a voi, Baroni,
è passata l’altrui proprietà?
Colui che ve l’ha data
non ve la poteva dare.

10. No est mai presumibile
Chi voluntariamente
Hapat sa povera zente
Zedidu a tale derettu;
Su titulu ergo est infettu
De s'infeudassione
E i sas biddas reione
Tenene de l'impugnare

10 Nè alcun potrà presumere
Che volontariamente
Tanta povera gente
Innanzi a voi si prostri;
Questi titoli vostri
San d'infeudazione
Le ville hanno ben ragione
Di volerli impugnare.

10 Non è pensabile
che deliberatamente
la povera gente abbia
rinunciato alle sue proprietà;
il titolo ergo è sinonimo
di irregolare appropriazione,
e i villaggi hanno ben ragione
di impugnarlo.

11. Sas tassas in su prinzipiu
Esigiazis limitadas,
Dae pustis sunt istadas
Ogni die aumentende,
A misura chi creschende
Sezis andados in fastu,
A misura chi in su gastu
Lassezis s 'economia.

11 I balzelli che prima
Sembravan men penosi,
Più forti e più dannosi
A noi voi li rendeste
Man mano che cresceste
In lusso ed in pretese,
Scordando tra le spese
La buona economia.

11 Inizialmente le tasse
almeno esigevate limitate,
poi esse sono andate
aumentando giorno per giorno,
in modo che con la loro crescita
siete diventati ricchissimi,
in modo che nello sperpero
abbandonavate ogni economia.

12. Non bos balet allegare
S'antiga possessione
Cun minettas de presone,
Cun gastigos e cun penas,
Cun zippos e cun cadenas
Sos poveros ignorantes
Derettos esorbitantes
Hazis forzadu a pagare

12 Nè vi giova accampare
Possession avita.
Con minacce di vita,
Con castighi e con pene,
Con ceppi e con catene
Dai poveri ignoranti
Imposte esorbitanti
Voi sapeste spillare.

12 E’ inutile che parliate
di proprietà di antica data;
minacciando la galera,
punizione e pene,
ceppi e catene,
i poveri ignoranti,
diritti esorbitanti
avete costretto a pagare.

13. A su mancu s 'impleerent
In mantenner sa giustissia
Castighende sa malissia
De sos malos de su logu,
A su mancu disaogu
Sos bonos poterant tenner,
Poterant andare e benner
Seguros per i sa via.

13 E almeno si spendesse
In prò della Giustizia
Per punir la nequizia
Degli sparsi predoni,
E potessero i buoni
Di salute fruire
Ed andare e venire
Sicuri per la via!

13 Almeno impiegaste le sostanze
per mantenere la giustizia,
castigando la malvagità
dei delinquenti locali;
almeno così un po’ di sollievo
gli onesti avrebbero avuto,
avrebbero potuto andare e venire
sicuri, per la strada.

14. Est cussu s'unicu fine
De dogni tassa e derettu,
Chi seguru et chi chiettu
Sutta sa legge si vivat,
De custu fine nos privat
Su barone pro avarissia;
In sos gastos de giustissia
Faghet solu economia

14 A ciò solo servire
Dovrian pesi e diritti,
A guardar da' delitti
Chi nella legge viva.
Ma di tal ben ci priva
Del Baron l'avarizia
Che in spese di giustizia
Fa solo economia

14 Questo è l’unico fine
delle tasse e dei diritti,
che sicuri e tranquilli
si viva sotto la legge,
ma di ciò ci priva
il barone per avarizia
nelle spese per la giustizia,
solo lì fa economia.

15. Su primu chi si presenta
Si nominat offissiale,
Fattat bene o fattat male
Bastat non chirchet salariu,
Procuradore o notariu,
O camareri o lacaju,
Siat murru o siat baju,
Est bonu pro guvernare.

15 Chi sa meglio brigare
Vien fatto uffiziale.
Faccia egli bene o male,
Ma non chiegga denaro;
Leguleio o notaro,
Servidore o lacchè
Sia bigio o sia tamè
Nato è per governare

15 Il primo che si presenta
si nomina ufficiale,
faccia bene o male,
purchè non chieda salario:
procuratore o notaio,
cameriere o lacchè,
bianco o nero,
è adatto per governare.

16. Bastat chi prestet sa manu
Pro fagher crescher sa rènta,
Bastat si fetat cuntenta
Sa buscia de su Segnore;
Chi aggiuet a su fattore
A crobare prontamente
Missu o attera zante
Chi l'iscat esecutare

16 Basta che faccia in modo
Di render più opulenta
L'entrata e più contenta
La borsa del signore,
Ed aiuti il fattore
A trovar, prestamente
O messo od altra gente
Scaltra nel pignorare.

16 Basta che si adoperi
per incrementare la rendita,
basta che soddisfi
la borsa del Signore;
che aiuti il fattore
a riscuotere velocemente,
e se vi è qualche renitente,
che lo sappia pignorare.

17. A boltas, de podattariu,
Guvernat su cappellanu,
Sas biddas cun una manu
Cun s'attera sa dispensa.
Feudatariu, pensa, pensa
Chi sos vassallos non tenes
Solu pro crescher sos benes,
Solu pro los iscorzare.

17 Talvolta da Barone
Suol fare il cappellano;
Le ville ha in una mano
Nell'altra ha la dispensa.
Feudatario, deh! pensa
Che schiavi non ci tieni
Per accrescerti i beni,
Poterci scorticare.

17 Come se fosse il Feudatario
talvolta governa il cappellano
i villaggi con una mano
e con l’altra la dispensa.
feudatario, pensa
che non hai i vassalli
solo per aumentare i tuoi beni,
solo per scorticarli.

18. Su patrimoniu, sa vida
Pro difender su villanu
Cun sas armas a sa manu
Cheret ch 'istet notte e die;
Già ch 'hat a esser gasie
Proite tantu tributu?
Si non si nd'hat haer fruttu
Est locura su pagare.

18 Tu vuoi che per difenderti
Il povero villano
Vegli con l'arme in mano
L'intera notte e il dì;
Se deve esser così
E se nulla godiamo
Di ciò a te paghiamo,
E' da stolti il pagare.

18 Il patrimonio e la vita
per difenderli, il paesano,
con la armi in mano
occorre che stia notte e giorno;
data che deve essere così,
perchè tanti tributi?
Se essi non danno alcun frutto
è una pazzia pagarli.

19. Si su barone non faghet
S'obbligassione sua,
Vassallu, de parte tua
A nudda ses obbligadu;
Sos derettos ch'hat crobadu
In tantos annos passodos
Sunu dinaris furados
Et ti los devet torrare.

19 E se il Barone gli impegni
Non tien da parte sua,
Villan, per parte tua
A nulla se' obbligato;
I soldi che succhiato
Ei ti ha negli anni andati,
Son danari rubati
E te li de' ridare.

19 Se il Barone non fa
il suo dovere,
vassallo, da parte tua
non hai obblighi alcuni;
i diritti che ti ha sottratto
in tanti anni passati,
sono denari rubati
e te li deve restituire.

20. Sas rèntas servini solu
Pro mantenner cicisbeas,
Pro carrozzas e livreas,
Pro inutiles servissios,
Pro alimentare sos vissios,
Pro giogare a sa bassetta,
E pro poder sa braghetta
Fora de domo isfogare,

20 Giovan solo le rendite
A procacciar brillanti,
Livree, carrozze e amanti,
A creare servizi
Vani, a crescer vizi.
A scacciar la noia
E a poter ogni foia
fuori casa sfogare,

20 Le rendite servono soltanto
per mantenere amanti,
per carrozze e livree,
per servizi inutili,
per alimentare i vizi,
per giocare a bassetta,
e poter gli istinti sessuali
sfogare fuori di casa.

21. Pro poder tenner piattos
Bindighi e vinti in sa mesa,
Pro chi potat sa marchesa
Sempre andare in portantina;
S'iscarpa istrinta mischina,
La faghet andare a toppu,
Sas pedras punghene troppu
E non podet camminare

21 Ad avere dieci o venti
Portate a mensa ognora,
Per poter la signora:
Cullare in portantina;
La scarpetta (o meschina!)
Le sbuccia il bel piedino,
Lo punge un sassolino
E non può camminare

21 Per poter avere piatti
quindici e venti a tavola,
affinché possa la marchesa
andare sempre in portantina,
la scarpa stretta, poverina,
la fa zoppicare,
le pietre pungono troppo
e non può camminare.

22. Pro una littera solu
Su vassallu, poverinu,
Faghet dies de caminu
A pe', senz 'esser pagadu,
Mesu iscurzu e ispozzadu
Espostu a dogni inclemenzia;
Eppuru tenet passienzia,
Eppuru devet cagliare.

22 Per portare un messaggio
Il vassallo, tapino!,
Fa giorni di cammino
A piedi, non pagato,
Va scalzo, sbrendolato,
Esposto a ogn'inclemenza
E pur con pazienza
Soffre e non de' parlare.

22 Solo per una lettera
il vassallo, poveretto,
fa giorni di strada
a piedi, senza compenso,
mezzo scalzo e nudo,
esposto alle intemperie,
eppure ha pazienza,
eppure deve tacere.

23. Ecco comente s 'impleat
De su poveru su suore!
Comente, Eternu Segnore,
Suffrides tanta ingiustissia?
Bois, Divina Giustissia,
Remediade sas cosas,
Bois, da ispinas, rosas
Solu podides bogare.

23 Così si sparge il vivo
Sangue del nostro cuore!
Or come tu, Signore,
Soffri tanta ingiustizia?
Tu, Divina Giustizia,
Rimedia queste cose,
Tu sol puoi far le rose
Dai tronchi germogliare.

23 Ecco come si impiega
il sudore dei poveri!
Come, Eterno Signore,
sopportate tanta ingiustizia?
Voi, divina Giustizia,
ponete rimedio alle cose,
voi rose dalle spine,
solo Voi potete far nascere.

24. Trabagliade trabagliade
O poveros de sas biddas,
Pro mantenner' in zittade
Tantos caddos de istalla,
A bois lassant sa palla
Issos regoglin' su ranu,
Et pensant sero e manzanu
Solamente a ingrassare.

24 O miseri villani,
Sfiniti dal lavoro
Per mantener costoro
Come tanti stalloni!
Per lor sono i covoni,
A voi dan la pagliata,
E sbarcan la giornata
Pensando ad ingrassare.

24 O poveri dei villaggi,
lavorate, lavorate,
per mantenere in città
tanti stalloni,
a voi lasciano la paglia,
loro prendono il grano,
e pensano mattina e sera
soltanto ad ingrassare.

25. Su segnor feudatariu
A sas undighi si pesat.
Dae su lettu a sa mesa,
Dae sa mesa a su giogu.
Et pastis pro disaogu
Andat a cicisbeare;
Giompidu a iscurigare
Teatru, ballu, allegria

25 Sorge tardi dal letto
Il feudatario, e pensa
Tosto a mettersi a mensa,
Va dalla mensa al gioco;
Per poi svagarsi un poco
Si reca a donneare;
Più tardi, all'annottare,
Scene. danze, allegria.

25 Il Signor Feudatario
si alza alle undici:
dal letto alla tavola,
dalla tavola al gioco;
e dopo, per svago,
va a cicisbeare
fino al tramonto
teatro, balli, allegria
.

26. Cantu differentemente,
su vassallu passat s'ora!
Innantis de s'aurora
Già est bessidu in campagna;
Bentu o nie in sa muntagna.
In su paris sole ardente.
Oh! poverittu, comente
Lu podet agguantare!.

26 Quanto diversamente
Volge al vassallo l'ora!
Già prima dell'aurora
Egli è nella campagna;
Brezze e nevi in montagna,
Al piano sole ardente;
Ahi! come può il paziente
Tal vita tollerare!

26 Quanto diversamente
passa il tempo il vassallo!
Prima dell’aurora
è già in campagna,
vento o neve nella montagna,
sole ardente in pianura,
o poveretto, come
può resistere tanto?

27. Cun su zappu e cun s'aradu
Penat tota sa die,
A ora de mesudie
Si zibat de solu pane.
Mezzus paschidu est su cane
De su Barone, in zittade,
S'est de cudda calidade
Chi in falda solent portare.

27 Con la vanga e l'aratro
Geme l'intero giorno;
Biascica a mezzo giorno
Un sol tozzo di pane.
Meglio, assai meglio il cane
Si pasce del signore.
Quel can che a tutte l'ore
Suol dietro a sè portare.

27 Con la zappa e con l’aratro
lotta tutto il giorno,
verso mezzogiorno
si ciba solo di pane,
viene trattato meglio il cane
del Barone, in città,
se è di quella razza
che solitamente portano in tasca.

28. Timende chi si reforment
Disordines tantu mannos,
Cun manizzos et ingannos
Sas Cortes han impedidu;
Et isperdere han cherfidu
Sos patrizios pius zelantes,
Nende chi fint petulantes
Et contra sa monarchia

28 Le Cortes osteggiarono
Con raggiri e soprusi
Perchè codesti abusi
Non dovesser cessare;
Cercaron di fugare
I patriotti migliori
Dicendoli fautori
D'odio alla monarchia.

28 Temendo che si ricreino
disordini tanto grandi,
con intrighi e inganni
le Corti hanno impedito;
e hanno disperso
i patrizi più zelanti,
dicendo che erano petulanti
e contrari alla Monarchia.

29. Ai cuddos ch’in favore
De sa patria han peroradu,
Chi s’ispada hana ogadu
Pro sa causa comune,
O a su tuju sa fune
Cheriant ponner meschinos.
O comente a Giacobinos
Los cheriant massacrare.

29 A chi levò la voce
Per la natia contrada
A chi strasse la spada
Per la causa comune
Volean cinger di fune
Il collo: od i meschini
Siccome Giacobini
Volevan massacrare.

29 A coloro che in favore
della patria hanno lottato,
che hanno impugnato la spada
per la causa comune,
o una fune al collo,
meschini, volevano mettere,
o come Giacobini
li volevano massacrare.

30. Però su chelu hat difesu
Sos bonos visibilmente,
Atterradu bat su potente,
Ei s’umile esaltadu,
Deus, chi s’est declaradu
Pro custa patria nostra,
De ogn’insidia bostra
Isse nos hat a salvare.

30 Ma il cielo, il ciel i giusti
Guardò veracemente;
Atterrato ha il possente
E ha l'umile esaltato
Iddio s'è dichiarato
Per questa terra nostra,
Ed ogni insidia vostra
Egli dovrà sfatare.

30 Però il cielo ha difeso
i buoni in modo evidente
ha atterrato il potente,
ed esaltato gli umili.
Iddio, che si è dichiarato
in favore della nostra patria,
da ogni vostra minaccia
egli ci salverà.

31. Perfidu feudatariu!
Pro interesse privadu
Protettore declaradu
Ses de su piemontesu.
Cun issu ti fist intesu
Cun meda fazilidade:
Isse papada in zittade
E tue in bidda a porfia.

31 Per far tue mire prave,
Feudatario inumano,
Chiaramente la mano
Distendi al Piemontese
E con lui sulle intese
Stai per far le tue voglie
I borghi tu, egli toglie
Le cittadi a pelare.

31 Perfido feudatario!
Per interesse personale
Un protettore dichiarato
Sei dei piemontesi:
con loro ti accordasti
con molta facilità,
lui mangia in città,
e tu in paese, a gara.

32. Fit pro sos piemontesos
Sa Sardigna una cucagna;
Che in sas Indias s 'Ispagna
Issos s 'incontrant inoghe;
Nos alzaiat sa oghe
Finzas unu camareri,
O plebeu o cavaglieri
Si deviat umiliare...

32 Fu per Piemontese l'isola
Nostra una gran cuccagna;
Come l'Indie la Spagna
Egli ci mette in croce;
Non mai levò la voce
Un vil cameriere,
Che servo o cavaliere
Non si dovean piegare

32 Era per i piemontesi
una cuccagna, la Sardegna:
come la Spagna nelle Indie
essi si trovavano qui;
ci alzava la voce
perfino un cameriere;
o plebeo o cavaliere,
il sardo si doveva umiliare.

33. Issos dae custa terra
Ch’hana ogadu migliones,
Beniant senza calzones
E si nd’handaiant gallonados;
Mai ch’esserent istados
Chi ch’hana postu su fogu
Malaittu cuddu logu
Chi criat tale zenìa

33 Essi da questa terra
han tratto milioni.
Giungean senza calzoni
E partian gallonati
Non ci fossero mai stati
Per cacciarci in tal fuoco.
Sia maledetto il loco
Che cresce tal genia.

33 Loro dalla nostra terra
hanno portato via milioni,
venivano senza pantaloni
e ripartivano gallonati.
Mai fossero venuti
che ci hanno bruciato tutto!
Maledetto il paese
Che crea una simile razza.

34. Issos inoghe incontràna
Vantaggiosos imeneos,
Pro issos fint sos impleos,
Pro issos sint sos onores,
Sas dignidades mazores
De cheia, toga e ispada:
Et a su sardu restada
Una fune a s’impiccare!

34 Essi trovano tra noi
Splendidi maritaggi
A lor gli appannaggi,
A lor tutti gli onori,
Le dignità maggiori
Di stola, spada e toga;
Ed al sardo una soga
Per potersi appiccare.

34 Loro qui incontravano
matrimoni vantaggiosi,
per loro erano gli impieghi,
per loro erano gli onori,
le maggiori dignità
di chiesa, toga e spada:
e al sardo restava
una fune per impiccarsi.

35. Sos disculos nos mandàna
Pro castigu e curressione,
Cun paga e cun pensione
Cun impleu e cun patente;
In Moscovia tale zente
Si mandat a sa Siberia
Pro chi morzat de miseria,
Però non pro guvernare

35 Tutti i facinorosi
tra noi per punizione
Mandan, e han pensione
E stipendi e patente;
In Russia una tal gente
La si manda in Siberia
Per crepar di miseria
Ma non per governare.

35 Ci mandavano i peggiori
per castigo e pena,
con salario e pensione,
con impiego e con patente.
A Mosca gente simile
La mandano in Siberia,
ma per farla morire di miseria,
non per governare

36. Intantu in s’insula nostra
Numerosa gioventude
De talentu e de virtude
Ozïosa la lassàna:
E si algun ‘nd’impleàna
Chircaiant su pius tontu
Pro chi lis torrat a contu
cun zente zega a trattare.

36 E intanto, intanto lasciano
Qui molti virtuosi
Giovani inoperosi
Che in mezzo all’ozio annegano:
e se alcuno ne impiegano
Lo cercano sciocco a prova,
Però che a loro giova
Coi ciechi aver da fare

36 Intanto nella nostra isola
numerosi giovani
il talento,muniti di virtù,
li lasciavano nell’ozio;
e se ne impiegavano alcuno
cercavano il più tonto,
perché a loro conveniva
trattare con gente stupida.

37. Si in impleos subalternos
Algunu sardu avanzàna,
In regalos non bastada
Su mesu de su salariu,
Mandare fit nezessariu
Caddos de casta a Turinu
Et bonas cassas de binu,
Cannonau e malvasia.

37 Se d’impiegatucci al sardo
Talor son liberali,
Questi deve in regali
Spender tutto il salario,
Poiché gli è necessario
Di spedire a Torino
Bei cavalli, buon vino,
Cannonau e malvasia

37 Se in lavori subalterni
qualche sardo faceva progressi,
per fare regali non gli bastava
metà salario,
inviare si dovevano
cavalli di razza a Torino,
e casse di buon vino,
Cannonau e Malvasia.

38. De dare a su piemontesu
Sa prata nostra ei s'oro
Est de su guvernu insoro
Massimu fundamentale,
Su regnu andet bene o male
No lis importat niente,
Antis creen incumbeniente
Lassarelu prosperare.

38 Nel dar al Piemontese
Il nostro oro e l’argento
Sta tutto il fondamento
Della possanza loro.
E che importa a costoro
Che vada male il regno,
Se essi credon non degno
Il farlo prosperare?

38 Garantire al Piemonte
la nostra argenteria e l’oro
è del loro governo
la massima fondamentale.
Del regno sardo, vada bene o male,
a loro non importa nulla,
anzi credono che non sia conveniente
lasciarlo prosperare.

39. S'isula hat arruinadu
Custa razza de bastardos;
Sos privilegios sardos
Issos nos hana leadu,
Dae sos archivios furadu
Nos hana sas mezzus pezzas
Et che iscritturas bezzas
Las hana fattas bruiare.

39 Guasto ha l'isola nostra
Quest'orda di bastardi;
I privilegi sardi
Ci ha tolto; degli archivi
Nostri ci ha fatto privi;
Come robaccia, parte
Delle memori carte
Nostre ha fatto bruciare.

39 Hanno rovinato l’isola
questa razza di bastardi,
i privilegi sardi
che li hanno portati via;
hanno rubato dagli archivi
i documenti più importanti,
e come scritti inutili
li hanno fatti bruciare.

40. De custu flagellu, in parte,
Deus nos hat liberadu.
Sos sardos ch'hana ogadu
Custu dannosu inimigu,
E tue li ses amigu,
O sardu barone indignu,
E tue ses in s'impignu
De 'nde lu fagher torrare

40 Ma (volle Iddio) siam quasi
Da tal danno risorti.
I Sardi sono insorti
Contro l'empio nemico,
E tu, Baron, da amico
Anche adesso lo tratti!
E indegno ti arrabatti
Per farlo ritornare?

40 In parte, di questo flagello,
Dio ci ha liberati,
i sardi hanno cacciato
questo odioso nemico
e tu sei suo amico,
indegno barone sardo;
e tu ti adoperi
per farlo ritornare!

41. Pro custu, iscaradamente,
Preigas pro su Piemonte,
Falzu chi portas in fronte
Su marcu de traitore;
Fizzas tuas tant'honore
Faghent a su furisteri,
Mancari siat basseri
Bastat chi sardu no siat.

41 Perciò tu a viso aperto
Decanti il Piemonte,
Vile, lo stigma in fronte
Del traditor tu porte!
Le tue figlie la corte
Fanno al primo venuto,
Valga men d'uno sputo
Pur che sardo non sia.

41 Per questo, sfacciatamente,
preghi per il Piemonte.
Falso! Che hai in fronte
Il marchio del traditore,
tue figlie tanto onore
fanno al forestiero,
anche se fosse un lavagabinetti,
purchè non sia sardo.

42. S'accas 'andas a Turinu
Inie basare dès
A su minustru sos pes
E a atter su... già m 'intendes;
Pro ottenner su chi pretendes
Bendes sa patria tua,
E procuras forsis a cua
Sos sardos iscreditare

42 Se ti rechi a Torino,
Non appena lo vedi
Baci al ministro i piedi,
Baci agli altri il...m'intendi;
Purchè ciò che pretendi
Ti diano per danaro,
Vendi la patria e caro
Ti è dei sardi sparlare.

42 Se per caso vai a Torino
la devi baciare
i piedi al Ministro,
e ad altri il…, già mi capisci,
per ottenere ciò che chiedi
vendi la tua patria,
e forse cerchi nascostamente
di screditare i Sardi.

43. Sa buscia lassas inie,
Et in premiu 'nde torras
Una rughitta in pettorra
Una giae in su traseri;
Pro fagher su quarteri
Sa domo has arruinodu,
E titolu has acchistadu
De traitore e ispia.

43 Là ti mungon la borsa,
Ma in cambio fai ritorno
Di croci e stemmi adorno.
Perchè venisse eretto
Il quartiere, il tuo tetto,
Il tuo tetto atterrasti,
E nome meritasti
Di traditore e spia.

43 Lì lasci la borsa,
e ritorni con in premio
una croce sul petto,
una chiave sul sedere:
per costruire la caserma
hai distrutto la casa,
e hai guadagnato il titolo
di spia e traditore.

44. Su chelu non faghet sempre
Sa malissia triunfare,
Su mundu det reformare
Sas cosas ch 'andana male,
Su sistema feudale
Non podet durare meda?
Custu bender pro moneda
Sos pobulos det sensare.

44 Ma il cielo non vuol che sempre
Trionfi la tristizia
E deve la giustizia
Infrangere ogni male.
La potestà feudale
Già tocco ha la sua meta;
Il vender per moneta
Le plebi de' cessare.

44 Il cielo non lascia sempre
trionfare il male;
il mondo deve porre rimedio
alle cose che vanno male;
il sistema feudale
non può durare molto,
il vendere per denaro
i popoli, deve terminare.

45. S'homine chi s 'impostura
Haiat già degradadu
Paret chi a s'antigu gradu
Alzare cherfat de nou;
Paret chi su rangu sou
Pretendat s'humanidade;
Sardos mios, ischidade
E sighide custa ghia.

45 L'uomo cui molto urgeva
Secolar tenebrore
Par che al prisco splendore
Levi la fronte ancora.
Nella novella aurora
Si affissano i gagliardi.
Ascoltatemi, o Sardi,
Io vi schiudo la via.

45 L’uomo che l’impostura
aveva già degradato,
pare che all’antica dignità
voglia tornare nuovamente:
pare che il suo rango
l’umanità rivendichi…
sardi miei, svegliatevi
e seguite questa guida.

46. Custa, pobulos, est s'hora
D'estirpare sos abusos!
A terra sos malos usos,
A terra su dispotismu;
Gherra, gherra a s'egoismu,
Et gherra a sos oppressores;
Custos tirannos minores
Est prezisu humiliare.

46 Popoli, è giunta l'ora
D'infrangere gli abusi;
A terra, a terra gli usi
Malvagi e il dispotismo.
Sia guerra all'egoismo,
Sia guerra agli oppressori
I piccioli signori
Devono a noi piegare.

46 Questa, popoli è l’ora
di estirpare gli abusi!
A terra i cattivi usi,
a terra il dispotismo!
Guerra, guerra all’egoismo!
E guerra agli oppressori,
questi tiranni di poco valore
bisogna umiliarli.

47. Si no, chalchi die a mossu
Bo 'nde segade' su didu.
Como ch'est su filu ordidu
A bois toccat a tèssere,
Mizzi chi poi det essere
Tardu s 'arrepentimentu;
Cando si tenet su bentu
Est prezisu bentulare.

47 Non osi chi fu inerte
Mordersi un dì le dita;
Or che la tela è ordita
Date una mano a tessere.
Tardo vi potrebbe essere
Un giorno il pentimento;
Quando si leva il vento
E' d'uopo trebbiare

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